E mi sento vera…

Alla fine ci siamo andati. A mangiare il piccione, intendo. Quello di cui al trascurabile post precedente. Ovviamente io ho ordinato altro. Una specie di risotto alla milanese con i gamberi rossi. Decorativi. E la panna. Non che sia un’esperta di cucina. Ma non mi pare c’entrasse granché. Però avevo una gran voglia di mangiare riso. E quella era l’unica possibilità. Dicono che i ristoranti con quattro piatti nel menù siano i migliori. Non saprei. Di solito mi attrae sempre di più il locale che il cibo. Questo era carino, un po’ troppo vista tangenziale. Ma aveva due pareti interamente in vetro. Il che dava un senso di respiro. Come essere dentro e fuori allo stesso tempo. E lo spazio interno si fondesse con quello esterno. Una distesa di pianura incolta. Con le montagne così lontane all’orizzonte da sembrare irraggiungibili. E tutta quella luce paglierina del sole che tramonta per sbaglio dopo un giorno di pioggia ininterrotta. Forse ho solo bevuto troppo. Anche se il vino non mi piace. Ma mettiamola così. Più ne bevo io e meno ne beve Kid_A. Che è colui che guida. E che l’alcool tende a rendere parecchio rumoroso. Persino un pò molesto. A Rosebank ci eravamo ritrovati a cenare in un ristorante. Del cibo non ricordo nulla. Direi crostacei. Ma non posso giurarci. Il locale era anonimo. Molto elegante, ma banale. Come la maggior parte delle cose di classe. La serata avrebbe potuto funzionare. Nonostante il ritorno alla civiltà un po’ violento. Di quelli in cui ti rendi conto che il tuo guardaroba d’avventura è del tutto inadeguato. E ci pensi in continuazione. Non perché t’importi. Ma perché quella civiltà dal lì in poi sarà tutta tua. E non ti è mancata per nulla… Da domani trucco e tacchi alti. Proprio come le ragazze del tavolo affianco. Che non fanno altro che ridere e gridare. Circostanza che non rappresenterebbe un problema se Kid fosse completamente sobrio. Ma così non è. La cena finisce ad insulti reciproci. E le tangenziali di Johannesburg non sono mai state tanto lunghe e trafficate. Venti minuti di strada che non finivano mai. Mentre Kid perorava la sua causa come un disco rotto. Da allora ho imparato che la metà del vino che ordiniamo deve finire nel mio stomaco. Non importa se non va d’accordo ne con i miei farmaci, né col mio palato. Non importa se stiamo cenando in un locale con delle pareti riflettenti e io inizio a vedermi ovunque. Senza capire dove sia realmente. E mi sembra di essere in uno di quei film in cui il protagonista sta morendo. Ed esce dal proprio corpo. Rimanendo sospeso in aria da qualche parte a guardare i medici che si affannano inutilmente sulla conchiglia vuota del suo corpo.

Prima di scadere nel “Dacci oggi il nostro delirio quotidiano” mi fermo. Che poi magari potrei cogliere l’occasione per dare un punto di merito al Latitante. A cui non ho mai visto bere alcunché di alcolico. Che tanto il buon vecchio Lat era molesto nel DNA. E soprattutto è una questione sepolta da tempo. Anche se ogni tanto ci penso. Non a lui in senso stretto. Penso a me. A dove diavolo ho trovato la poesia di stare con un soggetto del genere per ben cinque anni. Non che dalle mie lenzuola sia passata tutta questa grande santità. Non che ne scorra nel mie vene. Ma un narcisista patologico me lo sarei anche potuta risparmiare. Credo che la distanza geografica mi abbia “aiutato”. Prima a non capire, poi a fingere di non capire e alla fine a giustificare. Quello che biasimo non sono i suoi comportamenti psicopatici. Quelli li compatisco. Compatisco lui, le sue bugie, le reticenze, i tradimenti, le ex che sbucavano fuori dagli angoli più impensati… E perdono. Gli perdono tutto. Quella che non sono ancora ben sicura di aver perdonato sono io. Non so se la grammatica regga. Ma a volte non mi regge l’anima se penso alla diabolica perseveranza dei miei errori. Avessi avuto vent’anni. Le prime esperienze. Quelle che per forza devono essere sbagliate. Allora avrei pensato che fosse tutto normale. Una post adolescente con i cuoricini negli occhi. A vent’anni stavo con uno spacciatore. Aveva fascino. C’era sempre da fumare. Mi ha insegnato tutto quello che mi mancava sul sesso. Ed era parecchia roba. Poi mi sono rotta. L’ho lasciato. Non mi sono mai guardata indietro. Nemmeno lui, per la cronaca. E non mi sono nemmeno pentita di nulla. Nelle relazioni è quello che conta. Riuscire a pensare che, comunque sia andata, è stato un successo. Nel senso che qualcosa si è imparato. Su se stessi, sulla vita, sugli altri… E io ci sono sempre riuscita. Latitante escluso. Quando ci siamo conosciuti avevo trent’anni. In teoria avrei dovuto essere pronta per un upgrade significativo. Qualcosa che non fosse né insipido, né delinquenziale. Poteva essere un fallimento. Un macello emotivo. Ma la colpa non doveva essere tutta e solo mia. Invece vabbè… Mi sono fatta massacrare col sorriso sulle labbra. Rendendomi conto di tutto quello che stava succedendo. Rifiutandomi di reagire. Come se il problema non fosse mio. Come se guardarsi gli equilibri di qualcun altro andare in frantumi. E’ la consapevolezza che non mi perdono. O meglio il fatto di non avervi reagito. In un certo senso il Latitante è stato come perdere tutti gli alberghi e finire in prigione. Quando l’ho conosciuto stavo cercando di essere un po’ meno egoista, un po’ più protesa verso le esigenze altrui e parecchio meno intransigente. Volevo provare a vedere se gli incontri a metà strada di cui tutti parlano potessero davvero funzionare. E lui mi ha rimandata alla casella del “via”. Dopo aver recluso le mie intenzioni positive e dissipato i miei buoni propositi. Ma forse in fin dei conti dovrei mandargli un bigliettino di ringraziamento. Mi ha fatto chiudere coi compromessi. Per sempre. E alla fine di tutto mi sento colpevole. Molto. Ma mi sento tornata vera.

Damasco vista dall’Autobus il Mercoledì Mattina (O forse era al Tramonto…)

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Il Mercoledì da queste parti è tutto così morto che il nome Obitoriopoli diventa più calzante del solito. Si arriva a metà settimana e sembra che abbiano istituito il coprifuoco. Tutti i negozi restano chiusi. E persino le vecchiette all’uscita della messa mattutina scarseggiano. Il teorema dell’abbandono si estende anche ai mezzi pubblici. Gli autobus finiscono col rimbalzare da un capolinea all’altro senza uno scopo preciso. E attraversando questa landa di improvvisa desolazione, mi sento un errore del sistema. Accompagnata dall’autista nel mio essere nel posto sbagliato. Se fossi una persona vagamente socievole ci farei due chiacchere. Ma non lo sono. E comunque non avrei nulla da dichiarare. Mi stupiscono quelle persone tanto loquaci da intavolare conversazioni chilometriche con perfetti sconosciuti. Parole e parole spese a disquisire sul nulla con un interlocutore che, il più delle volte, si limita a rispondere a monosillabi. Non vedo il motivo di spendere tante energie a vuoto. Salvo che tali conversazioni facciano dimagrire. Ma non mi risulta sia così. Perciò mi siedo in fondo, lato est, al sole, che, in questi giorni, è troppo caldo al mattino e troppo assente durante il resto della giornata. Provo a leggere un libro. Che non riesco ad amare. E probabilmente nemmeno riuscirò a finire. Ci passo il viaggio, ma, considerata la brevità dei miei spostamenti, potrei finire col passarci la vita. Con quest’ingombro nella borsa. L’ho iniziato per via di un ricordo. Un’associazione di idee con un altra opera dello stesso autore che mi ha fatto tornare in mente una conversazione avuta con un ragazzo siriano. Dev’essere stato un milione di anni fa. Prima della guerra. Allora la Siria era così bella. Anche se “bello” è un aggettivo che non funziona mai. Non gira. Perché in fondo non dice nulla. Mi sono passate davanti agli occhi le nurie di Hama. E’ la prima cosa a cui penso quando mi dicono Siria. Sempre. Credo dipenda dal fatto che mi ricordano luoghi famigliari. Andiamo in giro per il mondo ma inconsciamente cerchiamo qualcosa che ci ricordi il posto da cui veniamo. Ed è stupefacente come ovunque si possano trovare scorci di paesaggi personali, brandelli di una vita vissuta altrove, gettati lontano e recuperati per piacevole casualità. Poi mi ricordo di un tramonto dall’alto di un ristorante che girava su sé stesso. Avrebbe potuto essere romantico. Come tutti i tramonti del mondo. Ma già allora la mia vena sentimentale si doveva essere esaurita. E Damasco si era tinta di rosa. Con qualche taxi giallo buttato lì a caso. Si rompeva il digiuno. Ed io ero vestita in modo inappropriato. Ma restavo lì a guardare intorno, pensando a quanto fosse incredibile la dolcezza che il sole morente era in grado di regalare alla città. Dolcezza fisica. Come se il cemento fosse diventato una glassa commestibile. Che non avrei mangiato per incompatibilità col mio stomaco. Ma che trasformava il paesaggio urbano in una miniatura, fieramente esposta nella vetrina principale di una qualche pasticceria di lusso. Mi sono resa conto di non voler ricordare altro. Non posso sapere quanto e cosa di tutto ciò che mi ha riempito gli occhi sia sopravvissuto. In Siria non tornerò. Non certo perché dopo averla visita gli Israeliani mi hanno trattenuta per una serie di improbabili domande. Ma perché mi si spezzerebbe il cuore. In fin dei conti sono una sentimentale. Anche quando si tratta di viaggi fatti un po’ a caso. E nel lasciare il paese nutro l’aspettativa che qualcuno ne avrà cura. La certezza di poter tornare di lì a trent’anni o di non tornarci mai, sapendo comunque intatto tutto ciò che ho visto ed amato. Questa volta non è stato così. Mi sento ingenuamente triste. E vorrei poter negare l’evidenza. Mi piacerebbe che mi svegliassero domani e mi dicessero che si è trattato di un terribile equivoco. Che la Siria è tutta lì e gode di ottima salute. A strapparmi dai miei pensieri funesti ed improbabili è il mio tragitto in autobus. Forse per affinità remota con l’idea di viaggio. Capisco di essermi dimenticata di chiamare la fermata. Andrà per la prossima. Suono e non sento nessun rumore ma vedo illuminarsi un’improbabile scritta in tedesco. Nulla a che vedere con la parola “Stop”. Ma il significato dovrà pur essere analogo. In effetti questo trabiccolo fa molto Berlino Est. Non che ci sia mai stata. Ma deve comunque trattarsi di uno degli ultimi veicoli in circolazione effettivamente fabbricato ad occidente della Polonia e a nord del Brasile. Mi sento onorata di avervi viaggiato sopra. Si dice che gli automezzi europei, quelli di una volta, fossero particolarmente affidabili. In realtà è più probabile che mi senta banalmente sollevata per avercela fatta ad arrivare a destinazione. A giudicare dal rumore emesso dal motore, la vita futura di questo mezzo non si prospetta poi così tanto lunga. Anzi non sembrerebbero esserci concrete prospettive di alcun genere. Del resto il Muro di Berlino non è caduto esattamente ieri. Intraprendo il tragitto che mi riporta in zona Obitorio e camminando il più velocemente possibile mi faccio due domande. Entrambe esistenziali ovviamente. Mi interrogo sulle possibilità di giungere a destinazione velocemente e senza lasciarci i polmoni e devo concludere subito che sono piuttosto scarse. E mi chiedo che fine abbia fatto la ragazza dai capelli rossi, ovvero colei di cui non mi interessa sapere nulla, ma su cui faccio affidamento per approdare ogni mattina in terre sicure. Mi sento un filino tradita. Anche perché mi rendo conto che la sua assenza mi ha fatto dimenticare sull’autobus il romanzo che stavo tentando di leggere invano. Poco male. Si vede che tra me e lui non era destino…

Punto Croce/Come Sfuggire al Bombardamento su Hiroshima

Fathom-Five

Sono ancora qui. All’Obitorio. In una giornata in cui non ho assolutamente nulla da fare. E’ dallo scorso Agosto che non mi capitava una simile condizione di calma. Ma allora c’era Kollega A.. Lui giocava con la Fattoria. Io a Mah Jong. Credo di esserne diventata la campionessa interplanetaria. Mentre lui era il contadino più ricco del west. Erano soddisfazioni. O almeno avrebbero potuto esserlo.
Con A. mi sono trovata alla grande. Negli ultimi millemila anni di lavoro credo sia stato il solo collega che mi ha permesso di essere me stessa fino al midollo. E mi è parso che di me qualcosa abbia persino apprezzato. Il che è piuttosto miracoloso. Durante la nostra “liaison” mi sono sentita come ai vecchi tempi di Tottenham C.R., quando tutti eravamo amici e lavorare poteva persino essere divertente.
E poi con A. eravamo telepatici. Con la cadenza esatta di ogni quindici minuti ci catapultavamo sulla loggia a fumare. In sincronia perfetta. Mi bastava pensare di voler accendere una sigaretta e lui mi chiedeva se mi andasse di farlo. O viceversa. A volte il senso di colpa ci mordeva la coda. Allora ci inventavamo qualche improrogabile adempimento. Tipo bagnare le piante, andare a comprare la carta igienica o pulire l’ufficio. Abbiamo persino provato una ventina di monitor catodici trovati nel ripostiglio per verificare quanti di questi fossero ancora effettivamente funzionanti.
Sono pienamente consapevole che nulla di tutto questo ha contribuito nemmeno in minima parte a salvare l’umanità. Ma ci siamo salvati noi. Dal pericolo di suicidarci per la noia.
Adesso purtroppo è rientrata la Cornificans. Si sa che al giorno d’oggi il rischio di mortalità per la partoriente è molto basso. Non che non ci abbia sperato comunque. Ma mi è andata male. E Sua Infedeltà Coniugale è tornata a deliziare le mie giornata con il suo atteggiamento da lavoratrice superimpegnata. In effetti lo è. A sparlare tout court su Skype con la Iena Madre.
E io mi ritrovo qui. A giocare con parole più o meno vuote. A scrivere del nulla per fingere altrettanto impegno e tenermi in pari con lei.
Non avere nulla da fare non è figo. Non solo per rispetto verso chi un lavoro non ce l’ha. Ma perché ormai il numero di cose cool si è drasticamente assottigliato. E il cazzeggio a vuoto non fa parte dei superstiti. Tutto ha perso di smalto, è diventato un déjà vu. E mi fa un po’ tenerezza e un po’ pena quella giovine ventenne ingenua a cui tutto mi sembrava così entusiasmante. Quella vergine della vita, convinta che tutto potesse essere educativo semplicemente perché nuovo. E che tutta una serie di inutili piccolezze le avrebbero insegnato del mondo, disegnando il mosaico della sua storia personale.
Cose come svitare la targa ad un’automobile e portarsela a casa. O fumare l’impossibile ed andare all’Imperial War nell’orario in cui si entrava gratuitamente a guardare filmati su come furono decifrati i messaggi in codice dei Nazisti. O mettersi in tiro per andare in un locale di tendenza, venirne buttati fuori dopo cinque minuti e finire a mangiare un kebab freddo sotto la pioggia battente alla fermata dell’autobus.
Più che un mosaico sembra un quadro di Pollock. Di quelli che guardi fingendo d’illuminarti d’immenso perché così dev’essere, mentre ciò che pensi realmente è che anche tuo figlio treenne avrebbe potuto fare di meglio.
E ora che sono una vecchia zitella acida, o meglio, che sono vecchia ed acida come una zitella senza speranze, non ho perso i miei istinti da postadolescente. Ma non mi danno più nulla. Eppure, nel mio classico stile contradditorio, covo ancora desideri inconsunti di andare in giro di notte a suonare i campanelli dei vicini, rubare segnali stradali o guidare a 120 all’ora dove c’è il limite di 60.
Quest’ultima di recente l’ho fatta. O meglio, ci ha pensato Kid_A a deliziarmi, dando all’esperienza qualche tocco personale. Come fare le rotonde al contrario. E superare in curva quattro tir in soluzione unica. Ma non ho sentito nulla che assomigliasse ad un guizzo di entusiasmo giovanile. Sto diventando vecchia. E ho paura di morire. Non è presuntuoso averne? Come se per l’umanità cambiasse qualcosa continuare il suo fluire con o senza la nostra presenza ad alimentare la massa. Ma in fondo siamo egocentrici per natura. I nostri mondi sono dittature che ciascuno fonda su sé stesso. Ed in cui la nostra esistenza in vita è il punto focale. E va bene così…
Ma anche supponendo che io non dessi alla mia individualità tutta questa rilevanza, sarei comunque una maniaca del controllo. Una che, avendo lasciato per strada quel senso ingenuo di invincibilità, si dedicherebbe ad un astratto calcolo probabilistico della vita e della sua perdita, cavillando su variabili di cui non saprebbe nulla e che non potrebbe pertanto gestire.
Tornando all’indicativo, la situazione è piuttosto triste. E parecchio contraddittoria. Come se vivessi in una comfort zone non poi così confortevole per la sua banalità, ma temessi di lasciarla per il timore di quell’imprevedibilità che una volta tanto mi entusiasmava.
Una soluzione ci sarebbe stata. Una non-soluzione, in realtà. Qualcosa come morire giovane. Nel pieno delle più grandi speranze ed ottimismi della mia vita. Volare via nell’istante stesso della scoperta della mia caducità. Scappare dall’uscita di sicurezza, senza elucubrazioni aggiunte.
Ma poiché destino non volle servirmi le carte migliori, mi tocca andare avanti, perdermi nel nulla, cercare di ritrovarmi nel poco, stringere i denti. Sono costretta al professionismo della vita. Alle partite di scacchi con gli imprevisti e le disillusioni. A prendere le sconfitte in modo sportivo. Ad autoconvincermi che alla prossima andrà meglio. A pensare ad un modo di pensare meno, finendo solo con il pensare il doppio.
E’ un vero peccato che le donne della mia famiglia non siano mai state delle buone massaie. Se mi avessero insegnato il punto croce, sarei qui a lavorarci sotto la scrivania e la mia massima preoccupazione sarebbe quella di completare qualche centrotavola, certamente più edificante dei miei ricami mentali.