Soon it will be cold enough to build fires again (cit.)

Oggi è una giornata terribile. Di quelle da starsene a letto sotto il piumone. Con la copertina della nonna in aggiunta. E una tazza di tè bollente appoggiata sul comodino. E la televisione che ronza in sottofondo. E la testa sprofondata sotto le coperte. Con un piccolo squarcio opzionale tra le coltri per osservare quello che succede fuori dalla finestra. Fregandosene delle montagne ormai nere. Della nebbia. Dello spessore della pioggia. Degli zeri tondi che si alternano alle date. Ricordandomi che è solo metà Novembre. Se la meteorologia non è un’opinione (e in questo periodo dell’anno non lo è) nevicherà presto e a lungo. L’aria è così pungente e pulita in questi giorni. Dà una sensazione particolare, una specie di torpore alle dita e sulla pelle del viso. Quel senso di diminuzione della sensibilità percettiva che purtroppo non mente. E io voglio morire. Del resto siamo ne mese perfetto per questo genere di cose. Uno tra i più corti e i più bui. Invece tornerà Maggio. Mi viene da chiedermi se sarò ancora viva per allora. Sai mai quante cose potrebbero capitare in una manciata di mesi. Ma per allora, ovunque sarò o non sarò più, si archivierà l’inverno. Se vivessi sull’Everest tutto questo gelo che s’infila nel midollo avrebbe un senso. Magari sarebbe persino una sfida. Ma non qui. Non ora, né mai. Credo di aver già scritto questo post almeno altre dieci volte. Ma continuerò. Perché voglio ripetermi. In tutte le diverse lingue e modalità linguistiche ed espressive in cui è possibile maledire il freddo. Ci sarebbero una marea di angolature, di sfumature. Percorsi che potrebbero magari condurmi a conclusioni più felici di quelle a cui tipicamente giungo. Ma sono troppo testarda per accettare alternative. Sono la pallina che gira dentro ad flipper. Prima o poi cado. E cado sempre male. Anche se dovessi partire con le migliori intenzioni. Che comunque non ho. Che devo aver perso a dieci anni, quando andare con lo slittino sui prati innevati era figo. Solo che figo non lo potevo dire, altrimenti la mater mi avrebbe lavato la bocca con il sapone. E non è una gran esperienza. Intanto i prati sono spariti e fatico a ricordare il vuoto e il bianco della mia infanzia. Vedo solo cemento brulicante di facce sconosciute. E percepisco una me stessa cresciuta. Disconnessa da quella di allora. E lungo il cammino ho lasciato la capacità di arrivare anche solo ad un remoto punto di avvicinamento con gli assatanati della neve. I forzati della settimana bianca. Quelli che solo perché hanno un paio di sci sulle spalle si sentono in diritto di starsene lì in mezzo alla strada. Come le vacche a Calcutta. O nelle sperdute campagne indiane. Che sembrerebbe più realistico. E l’India aggiunge benzina sul fuoco. Solo che le fiamme non scaldano. E la scansione della mia foto per il visto è in bianco e nero. Il che mi fa presagire complicazioni all’orizzonte. Per andare in un posto che non ho esattamente scelto di vedere. Dev’essere lui ad aver scelto me. Che è la versione carina del “Dev’essere qualcun altro che ha scelto per me”. Per fare un viaggio che non ho i soldi per pagare. La prostituzione sarebbe un’opzione non poi così remota. Se non fosse per il freddo. Per il fumo dei camini che è così denso da sembrare viscoso mentre si fonde con la nebbia. E, anche al calduccio dell’Obitorio, ho questa paralizzante sensazione di freddo. Come se il mio corpo si stesse preparando ad affrontare l’esterno. Come se sapesse che non sarà mai abbastanza pronto. E fosse perdente in partenza. Immagino di avere ben più di qualche problema mentale. Questo si sapeva già. Ma credo di avere una sorta di barriera psicologica nei confronti dell’inverno. Forse se fossi meno mal disposta sentirei che davvero, stando qui in alto, l’incertezza della soletta pronta a sgretolarsi è compensata dalla risalita del calore dai piani sottostanti. PsychoIena dice che il pavimento della loggia si è rigonfiato per via del calore in ascesa. O forse del freddo. O perché lo stiamo lavando con eccessiva frequenza. Mettete la crocetta dove vi pare. Lei non è una che si offende. Se fossimo altrove penserei di non essere l’unica deragliata. Ma in questo posto tutto è così precario che potrei persino credere a mutazioni strutturali che si presentano con l’alternarsi delle stagioni. Per poi scomparire. E tornare. Ciclicamente. E sono pronta a scommettere che se la baracca cadesse ci notificherebbero immediatamente la decurtazione dello stipendio in proporzione ai giorni per i quali non ci sarebbe consentito di lavorare. Non so se preferisco essere ancora più povera di quanto sia ora, ma al calduccio sotto ad una montagna di coperte. O se voglio continuare la Campagna di Russia pur di riuscire, in un giorno molto futuro, a rendere a Kid_A la somma che gli devo per il viaggio in India. Ho anche perso il conto di quanto si tratti. Mi serve una terza opzione. La via di fuga perfetta: il letargo invernale. E del resto potremmo riparlare a fine Maggio…

Asimmetriche convergenze (di creature ed aspiranti creatori)


C’è una piccola screpolatura sulla palpebra destra. Se ne frega delle creme e del mio sguardo severo ed indagatore delle cause. Procede inesorabile lungo una strada di degenerazione. Non seguita dalla sua gemella sinistra. Divertente come il corpo non sia poi così simmetrico. Come il tempo non sia poi così ciclico. Un anno nuovo è appena iniziato. Se fossi primavera la mia pelle sarebbe di nuovo liscia, pronta a germogliare, a esplodere in frutti e colori, a dare tutto e a morire. E poi a vivere ancora. Ma sono lineare. Vita non volle per me un ciclo, dolori cui si equilibrassero pari gioie, un impeccabile ma prevedibile pareggio di bilancio. Piuttosto mi venne data una strada, con molti snodi tra cui esitare, molte diramazioni in cui perdermi, molti crepacci in cui cadere e salite da tagliarmi il fiato. E a lungo mi è mancato l’essere famigliare, l’acquattarsi sotto la coperta calda di dinamiche già note, il cadere in piedi legata ad una fune di future resurrezioni. Come una trapezista del circo, con la paura a microgrammi. Ho desiderato talvolta il peccato delle garanzie contrattuali. Nessun inganno, nemmeno nelle clausole in calce, quelle scritte in caratteri minuscoli. Invece la mia vita è un campo minato, un gioco d’improvvisazione. Provare, fallire, rialzarsi. Stanchezza che cerca di nuovo di farsi forza, per istinto di sopravvivenza, per altre vie, quelle che avremmo scartato e che ci troviamo costretti a riconsiderare, reinventandone la logica ed i lustrini di riporto. Di fronte a me siede un uomo, è giovane, ha uno sguardo attento e indossa abiti che qualcuno ha scelto per lui. Sono necessari nuovi tentativi, mi dice. Sorrido e annuisco. Sto passando la vita tra un fallimento e l’altro. A rideterminare i criteri di definizione per poterli chiamare parziali successi. E adesso non m’importa più nulla. Ho smesso di sperare e sono pronta a buttarmi in qualsiasi cosa. A titolo statistico, amatoriale. Tutto il feribile è sfregiato, tutto il sensibile anestetizzato. Posso ricominciare una volte, dieci, mille, non fa differenza. Ho imparato a far sì che non ne faccia. Ma l’uomo di cui guardo gli occhi senza riconoscerne il colore ha le sclere bianche di luce riflessa e l’entusiasmo mal celato di chi è appena giunto di rinforzo a combattere la tua stessa battaglia e, per un singolare imprevisto, si trova accidentalmente dall’altra parte della barricata. Non è una questione di tempo. Non c’è perizia nel rotolare della sabbia nella clessidra, solo rabbia che si soffoca dove il vetro stringe e si riscopre rassegnazione. La mia linearità potrebbe congelarsi e la sua avanzare. E ancora le nostre strade non si incontrerebbero. Sebbene appaia che le nostre direzioni in un punto imprecisato convergano per un istante. Potrei essere la sua creatura, una delle tante, la prima, chissà… Le premesse non sono poi così disperate, esistono margini di miglioramento. Cautamente mi suggerisce il prossimo passo, la lunghezza esatta, la ponderazione, la velocità. Se salto io, esplode il suo giocattolo. Sarebbe terribile sprecare un’occasione vergine… Tuttavia è un buon attore, i miei rispetti. Non riconosco il colore dei suoi occhi ma lo sguardo è liquido, compassionevole. Forse vero, forse finto, non importa. C’è una lacrima anche per me, potrebbe sempre tornargli utile. O forse sta lì e basta, dimenticata appesa ad un ramo, come l’ultima foglia di un autunno ormai brillante di gelo. E dall’altra parte del confine ci sono io, quella che nessuno ha mai avuto ambizione di voler riaggiustare, quella scartata e lasciata libera, quella che è oltre ciò che gli uomini dai molti titoli potrebbero mai distruggere e ricostruire. Non meglio, solo altrove. Non ci sono meriti in me, solo istinto di sopravvivenza. Per questo sono così brava a ricominciare ogni volta il conto da zero, con il tempo che più passa e meno mi basta e un giorno finirà e io sarò ancora lì, nel mezzo, ma il mezzo è la mia destinazione perché so che più in là non si può arrivare. Non in questa conta. Eppure forse, questa volta… Credici tu per me, anche se io non posso ricambiarti la fede. E non mi importa. Né l’entusiasmo. E lo vorrei. E’ notte: tu dormi e io penso e tra il sonno e la veglia sembriamo così vicini, ma non ci sfioriamo mai.