Legàmi

Mi chiedi di scrivere ancora. Di scrivere quelle cose astratte e contorte che dicono tutto per non rivelare nulla. Mi chiedi di scrivere con te. Di essere brutalmente esplicita. Di piangere con te. O per te. Ma è passato tanto tempo. Troppo. E sai che adesso sono diversa. Eppure vorresti salvare qualcosa della vecchia me. Qualcosa che ti attratto, a tuo piacimento. Come ritagli di giornale ingialliti in qualche cassetto dimenticato. Significati che hanno smesso di esistere, gusci ormai vuoti che ancora restano. Che ti danno certezza con il loro dove preciso. Perchè ribaltando la stanza ritroverai. E non sai che ho sempre scritto. O forse lo sai. Ma non mi hai cercata. Non potevi leggere. Non dovevi. E nemmeno adesso ti concedo di farlo. Non capiresti. Tutti abbiamo dei limiti. Questo è uno dei tuoi. Colpevolizzarti nel modo più sbagliato. Nel momento più sbagliato. E montare barricate contro le critiche degli altri. Per quanto molto più pacate e costruttive della tua autoflagellazione senza pietà. Come se la vita da sola non ci avesse lasciato stigmi a sufficienza sulla pelle e nell’anima. Ho scritto di te e ne ho scritto nei peggiori termini. Perché i migliori ho preferito viverli. E tu eri lì con me. Ho scritto di te, tramutando in parole tutto ciò che di fronte a te era silenzio e rabbia. Tutto ciò che tu penetravi con un singolo sguardo. Ma che era verbalmente mio. E tale doveva rimanere. E ho scritto di molto altro. Piccolezze. Frammenti insignificanti di una vita passata ad aspettarti. Di un’esistenza che ancora, malgrado mi ripromettessi diversamente, scorre così. In attesa. Mi chiedono perché. Non posso rispondere, non sinceramente, per lo meno. Perché tu sei l’unico con cui sia mai stata davvero me stessa. Il che implica che tu mi abbia dato qualcosa che altri hanno provato a darmi senza riuscirci mai. Nemmeno coloro che mi hanno amata davvero. Né coloro che continuano a farlo. Mi appello all’amore, come ci si attacca ad una giustificazione banale ma solida. Eppure non è l’amore ciò in cui mi sento primariamente carente senza te. E’ soprattutto nella verità che mi manchi. Non che non ti abbia mai mentito. Non che tu non abbia mentito a me. Ripetutamente. E per ragioni del tutto inconsistenti. E’ qualcosa che riguarda l’essere nel momento. Ciò che sono con te, non ciò che sono stata o che sarò. Ciò che verrà riportato e non necessariamente vissuto. Non insieme comunque. E’ qualcosa che muta in continuazione che mi lega a te. Qualcosa che molti definirebbero chiamando in causa qualche squilibrio della psiche. E che noi chiamiamo semplicemente istinto. Qualcosa che si trasforma e trasforma me in modo fluido e continuo, senza forzature ma colmo di strappi. Che mi rende felice in un istante e sull’orlo delle lacrime in quello successivo. Senza nessuna ragione. Senza che te ne debba una. E’ la miriade di elementi, di frammentazioni illogiche ma naturali, che vive in me come in te. Che mi fa desiderare tutto e l’opposto di tutto. Per portarmi in conclusione a considerare che in fondo non voglio nulla. E mi basta guardarti o sentire la tua voce per sapere che sei con me. Che sei come me. Che con te posso essere vera. Senza limiti, senza manuali d’istruzioni. Senza giudizi, pregiudizi o sopracciglia alzate in segno di disapprovazione. Ed è soprattutto questo che mi era sempre mancato prima di te. La libertà di essere fino in fondo. Andata e ritorno. Senza salire la scala un gradino dopo l’altro, senza scenderla facendo attenzione a non inciampare. Ma saltando, buttandomi giù, risalendo in volo. Priva di continuità, di prevedibilità sulla prossima mossa. In mezzo a tutti quei toni di grigio che a volte sembrano così simili al nero da rendermi cieca. E poi all’improvviso arrivano a sfiorare la perfezione della luce e del calore. E così torno a scrivere qui. E torno a scrivere a te altrove. Per coltivare il mio essere me stessa. Tenendo per me i dettagli del buio che senti e regalando a te la mia migliore serenità, quella più folle e cristallina. Quella che prende ogni dettaglio nel mirino e gli spara senza pietà. Ti racconto delle mie ansie botaniche, delle giornate inutili, dei colleghi idioti, delle unghie dipinte di verde. E tutto il resto è altrove. Mai troppo lontano dalle tue percezioni. Mai troppo vicino alle tue certezze. In un biglietto che ho trovato in cucina il giorno in cui sei partito mi chiedevi di sorriderti perché anche tu stavi sorridendo a me. Ho pensato a quanto fossero belle quelle parole. E false al contempo. E per un istante ho sorriso davvero. E adesso sii tu a sorridere a me. Immaginami sempre felice e piena di speranze. Immaginami innamorata di te. Sempre. E fingi di non percepire la forzatura. O semplicemente immaginami folle, piena di risate e lacrime, di paure, fantasie e sconforto. Immagina la pelle, la carne, il sangue, che s’intrecciano e mutano. Che mi portano lontana e mi fanno tornare dentro di te. Come la tempesta che prima o poi riporta a riva le macerie del naufragio. O forse no. Magari avrai smesso di sorridere, ma stringi tra le mani la verità e nulla di più forte potrà mai legarmi a te.

A scatola chiusa


E’ parecchio tempo che non scrivo nulla, ma non mi sento come se dovessi giustificare qualcosa a qualcuno. Nemmeno a me stessa. Cerco solo di fare il punto su questa mia piccola casa web che ho sempre amato e che ultimamente ho lasciato in abbandono quasi assoluto. Sono stata poco presente ma non riesco a sentirmi in colpa. L’equazione è piuttosto semplice: il blog può aspettare, la vita no. Oddio potrei aver vissuto e scritto allo stesso tempo. Magari sarebbe stata la prima volta da quando sto qui in cui avrei avuto qualcosa di interessante da dire. Ma ad essere multitasking non sono per nulla abituata. Il mio cervello è in grado di gestire una sola questione alla volta. E, molto più banalmente, quando sto bene non mi sento portata a riflettere sul mio stato d’animo. Tendo semplicemente a viverlo, ben consapevole che i momenti belli si dileguano con una velocità incredibile, per cui vanno afferrati con decisione e tenuti stretti il più a lungo possibile. Sapevo che la vita se ne sarebbe andata presto e sarebbe tornata la sopravvivenza. Per cui mi sono buttata con quello spirito un po’ scettico e un po’ entusiasta di chi da tempo ci ha perso l’abitudine. Lo stesso con cui da bambina salivo su quelle giostre del luna park che mi incuriosivano, pur sembrandomi un po’ pericolose. Per metà con timore di vomitare e per la restante parte con la curiosità di sperimentare. Che poi, in fin dei conti, vivere non è chissà qual grande esperienza. E’ come andare in bicicletta. Stancante, nonostante dia una certa soddisfazione. E, come con la bici, pensi sempre di esserti dimenticato come si fa, inizi con l’ansia del principiante assoluto e, non senza un certo stupore, ti rendi conto che ce la puoi fare. Prendi confidenza e magari non vorresti smettere più. Con il Latitante, che è stata la fonte del mio ritorno a vivere, mi è successo qualcosa di simile. E’ iniziato tutto con l’ansia e con una salita considerevole da affrontare. Ma è finita bene. Non nel senso che ci siamo lasciati. Con una penosa e testarda lentezza, ci siamo ritrovati. Almeno spero. Non sono in grado di analizzare con precisione gli eventi di questo percorso. Il mio metabolismo emotivo è assolutamente lento. Magari ne scriverò tra un mese, o forse tra un anno. Più probabilmente mai. O mi limiterò a staccare la testa a qualche episodio specifico infilandolo in un flusso di pensieri con cui probabilmente non ha nulla a che vedere. In ogni caso è troppo presto per giocare al consuntivo. Le somme è sempre meglio tirarle con il senno di poi. E il poi è troppo fresco per poter dire alcunché di vero e definitivo. In ogni caso lui mi manca. Credo sia la prima volta che lo scrivo. E immagino sia profondamente contraddittorio con quanto affermato fin qui. Potrei appellarmi a qualche disturbo della personalità. Ma preferisco arrogarmi il diritto di cambiare idea. E di rifarlo altre mille milioni di volte e su mille milioni di cose e persone. In base al tempo, all’umore, al colore degli abiti che indosso. Ho passato il weekend cercando di sistemare il casino immondo che la nostra convivenza aveva generato. Adesso è tutto lindo e preciso come è sempre stato. Ogni oggetto è tornato al suo posto. E non dovrò perdere le ore per recuperare un paio di slip emigrato illegalmente in chissà quale improbabile armadio. Potrebbe essere perfetto. Eppure c’è qualcosa che manca. C’è tutto che manca. Le tazze che partivano dalla cucina per andarsi ad appollaiare mezze vuote sul davanzale della finestra del balcone. Gli scatoloni di ogni genere forma e dimensione che erano ormai diventati parte integrante del nostro arredamento. I cavi di pc, cellulari e dischi esterni che mi sbucavano d’improvviso tra i piedi come serpenti. Il tempo che correva troppo per consentirmi di comprimere tutto il da farsi in una misera giornata di sole ventiquattro ore. E soprattutto non mi torna che tutto sia di nuovo così pieno di silenzio. E che il Latitante non sia semplicemente uscito a comprarsi le sigarette. Mi ci è voluto un mese per abituarmi a lui, a tutti i rovesci della medaglia della sua presenza. E un ulteriore mese per fare di quel nuovo stato delle cose la mia normalità. Adesso è come ricominciare tutto da capo. Per me e per noi. Come aver giocato la carta sbagliata e aver perso la partita. E cercare la rivincita significa raccogliere un sacco di macerie e provare di nuovo a costruire qualcosa. Con il nostro rapporto potremmo avercela fatta, ma con la nostra vita di sicuro no. Si riparte da zero con obiettivi e percorsi totalmente stravolti, rispetto a ciò che, negli ultimi tre anni, avevamo creduto fosse giusto per noi. E il ribaltamento delle prospettive significa che questa volta dovremo lavorare nel senso inverso. Soprattutto io. Stavolta è il mio turno per provare il salto. Ed è d’obbligo che ce la faccia perché non esistono altre possibilità per dare qualcosa di concreto alla nostra relazione. I tempi si sono di nuovo dilatati, per l’ennesima volta un oceano di giorni ci separa e in questo tempo dovrò cercare di realizzare qualcosa che mi possa portare in futuro e stravolgere totalmente la mia vita. Mi manca il Latitante e sono di nuovo al punto di partenza. Mi preparo ad affrontare di nuovo la vita. Ma questa volta potrebbe essere qualcosa di molto più ignoto di tutto ciò che ho visto finora. Mi sento vagamente terrorizzata e altrettanto vagamente affascinata. E mi sembra che, per l’ennesima volta, tutto sfugga dalle mie mani, colando come acqua attraverso le dita. Perché come sempre sarà il tempo e tutto ciò che esso porterà a definire il senso di una direzione che resta l’unica percorribile. Il futuro lo si compra a scatola chiusa, sapendo dove si vuole arrivare, ma ignari degli ostacoli che il cammino ci regalerà generosamente.

Pezzi di noi che non ci mancheranno

Durante lo scorso weekend ho fatto le pulizie di fine stagione. Non che m’illuda che l’inverno sia davvero terminato. Ma c’era il sole e il tugurio faceva schifo. Per cui sembrava opportuno approfittare della prima falsa primavera per tirare a lucido l’ambiente. E buttare un po’ di cose vecchie ed ormai inutili. Avrei potuto gettare via anche il Latitante. Come un abito fuori moda o troppo stretto e logoro per essere ulteriormente indossato. Ma non so. L’abitudine è un vizio che ti si attacca addosso e, senza che tu te ne renda conto, ti entra nelle viscere. Dovrebbero esistere delle strutture mediche per curare simili intossicazioni. E intanto aspetto l’estate. O la seconda apparizione di Cristo. Non ho ancora deciso. Non c’è nulla da decidere in effetti. Ogni cosa sembra essere ormai già scritta. E’ il nostro copione, quello che pensavamo di esserci cuciti su misura. Anche se adesso sembra incredibile da immaginare. Restano fuori dal quadro solo pochi dettagli marginali. Dei “come” e dei “quando” che non faranno alcuna differenza, sottigliezze che nessuno noterà. Nemmeno noi. Nel frattempo ho commissionato al Latitante il lavaggio dei vetri. Così, per impegnare la coesistenza verso un fine comune. Rendendoci l’un l’altro meno pesanti. Almeno per qualche ora. Non se l’è cavata troppo male. E il gioco di squadra deve averci piegati fisicamente. La psiche era già a pezzi dopo un mese trascorso a condividere sessante metri quadri in cui non si respirava, tanto l’aria era satura di odio reciproco e silenzioso. Ci siamo guardati in faccia e, dopo parecchie elucubrazioni, quasi tutte sue, abbiamo concordato il cessate-il-fuoco. Con una lista di condizioni che non ricordo nemmeno a metà. Con tanta disciplina sembra di essere arruolati nella legione straniera. E’ dura, ma va meglio. Almeno credo. Alla fine sarà come morire in un incidente spaziale. Prima di disintegrarti hai la certezza matematica di cosa accadrà. Il tempo sta per terminare. Non sai esattamente quando, ma sai che la fine sta lì. Come sempre, in effetti. Ma stavolta non è rimasto nessun angolo a nasconderla alla tua vista. Nessun paravento a sfuocarne i contorni. Nessun margine d’illusione d’eternità. Finché respiri non sai come sia smettere. E nemmeno ci pensi, se non in qualche sporadica frazione di sconforto. Ma adesso riesci ad immaginarlo. Con quella che ti sembra una sorprendente lucidità. Eppure forse è solo una suggestione culturale. La morte ti alita sul collo. Senti il suo soffio ritmicamente gelido. E non basta che eviti di voltarti. Il tuo terzo occhio la guarda dritto in faccia. Lei ti prenderà. Puoi scommettere su quante volte la lancetta dei secondi riuscirà ancora a fare un giro completo. Puoi scommettere che saranno molte. La fortuna non ti ha mai amato. Non ti riserva benevolenza nemmeno adesso. E, nel dilatarsi dell’attesa, l’adrenalina smetterà di salire. I nervi di infrangersi. Avrai il tempo di giocare al consuntivo. Con i conti che non torneranno mai. Sarai sempre in disavanzo. Sempre colpevole. E potrai centellinare i secondi piangendoti addosso. Per tutto ciò che non hai fatto e che è ormai tardi per fare. Per ogni cosa che hai sbagliato e a cui non esiste più rimedio valido. Per i giorni buttati nel cesso contemplando le irregolarità porose della finitura del soffitto. Per le ipocrite speranze in un evento risolutivo, in quel coup de théâtre che non arriva mai. Salvo che tu sia la splendida protagonista di un film in cui tutto è così irreale che persino a Cenerentola verrebbe qualche dubbio. Abbiamo bisogno di verità. Non di calcoli astrusi su trascorsi ormai irrimediabili. Non della ponderazione delle colpe e delle relative giustificazioni, più o meno accettabili. Ci serve il panico in fondo allo stomaco. Dobbiamo sapere che il paracadute non si aprirà. Non questa volta. Sentirlo nelle viscere, soprattutto. Sentirlo sulla pelle. Che ci fa tremare. E perdere la testa. Invece c’è pace, una strana quiete. Come questa finta primavera che ci è piombata addosso a tradimento. Rubiamo qualche raggio a questo sole prematuro, perché ci sia di conforto dentro alle tempeste a venire. Certe eppure impensabili in questo frangente quasi estivo. Ci hanno staccato un biglietto senza refound per l’incidente aereo di millennio. Ma tutto sembra così distante, così surreale. Come se dovessimo collidere col suolo di un pianeta al di fuori del nostro sistema. C’è pacifica rassegnazione. Falsa illusione di poter vivere così in eterno. Nell’anticamera del nulla. C’è un palliativo che circola nel sangue. Interrompendo la percezione del reale. Assopendola. Come se tutto fosse un incubo dal quale ci risveglieremo, ringraziando di essere ancora interi. Ma l’antecedente è passato, la fine è una formalità, nulla fa più paura, niente muove l’aria. Morire non ci spaventa. Forse non ci ha mai spaventato. O forse siamo già morti e non ce ne rendiamo ancora conto. Magari non lo realizzeremo mai. Ci avevano detto che sarebbe stata una tragedia. Il cuore infranto, le lacrime copiose, le notti insonni, i ricordi lisi dalla memoria che li ripercorre in continuazione. Sembrava la cosa più giusta, la più logica. E ci abbiamo creduto. Invece tutto continua a scorrere. Con noi, senza di noi. Non fa nessuna differenza. E scorrerà anche questo momento. Probabilmente portandoci via qualcosa. Pezzi di noi dei quali comunque ci eravamo da tempo dimenticati. Di cui non sentiremo la mancanza.