Associazioni a Delinquere

Ero giusto a cena in un locale pessimo. Ne ho anche scritto una recensione. Un massacro. Mi hanno persino risposto. Scusandosi per la scarsa professionalità. Mi sarei aspettata qualcosa di diverso. Che mi ignorassero. O che mi insultassero. Invece no. E ci sono rimasta male. Mi disorienta quando le cose vanno al di fuori del ventaglio delle mie opzioni previsionali. Ma non volevo scrivere di questo. Che è la frase che uso più spesso nei miei post. Temo che se la digitassi su un motore di ricerca sarei al top dei risultati reperibili sulla rete. Il che non rappresenterebbe un gran biglietto da visita per la sottoscritta. Chissà se mi prenderebbero per matta o se piuttosto sarebbero incuriositi al punto di voler approfondire. Nel qual caso immagino che arriverebbero alle conclusioni classiche. Ovvero che sono anche peggio di quello che sembro. Molto peggio. Kid_A me lo dice più o meno tutte le sere. Mentre litighiamo per il possesso del telecomando. Mi ricorda come all’epoca del nostro primo incontro fossi una donna riservata e misteriosa. Salvo poi trasformarmi in una bestiolina maleducata. In effetti potrei aver dato adito a simili fraintendimenti. Perché all’epoca non dissi granché. Del resto eravamo in quel dell’ascesa al monastero di Petra. E dalla mia boccuccia di femmina stanziale sarebbero potute uscire tutt’al più una sfilza di sacrosante imprecazioni. Ma non avevo polmoni nemmeno per quelle. Ricordo con precisione chirurgica quella giornata. Ogni singolo dettaglio. La fatica, il caldo, la soddisfazione. Ma di Kid non ricordo un granché. Insomma lui c’era. Ma era fuori fuoco. Come quei dettagli di cui si è consapevoli ma che non cadono nel campo visivo, se non marginalmente. Quella stessa sera gli ho chiesto di accompagnarmi a comprare un pettine. Non era una tattica. Avevo lasciato il mio da qualche parte da cui avevo la certezza assoluta di non poterlo più recuperare. Certo, sarei potuta uscire anche sola. Ma ad Aqaba l’atteggiamento maschile verso la donna occidentale non accompagnata è da incubo. E mi limito perché voglio essere carina. Così mi sono portata Kid_A in giro per la città. Ricordo che crollavo dal sonno. E credo di averlo baciato. Ma non sono poi così certa che sia successo quella sera. In ogni caso temo si sia trattato di una mia iniziativa. Ma più che un bacio è stato un mangiarsi la bocca a vicenda. Terribile. Direi il peggiore della mia vita. Però c’era un che di passionale. In linea teorica. E con la teoria non si va mai molto lontano. Sul versante pratico non sapevo quello che stavo facendo né perché. Me lo chiedo tuttora. E la risposta latita. Insomma Kid mi piace. Ma nello stesso modo in cui mi piace un Lunedì di ferie in cui non mi devo alzare all’alba per fiondarmi al lavoro. E’ un po’ poco. Almeno per una come me. Una che ogni volta che si è presuntamente innamorata si è sempre sentita come se l’avesse investita un treno. E’ poco soprattutto se penso che con Kid_A abbiamo implicitamente deciso che avremmo fatto sul serio. E così è stato. Forse si è trattato di un banale cessate-il-fuoco con la solitudine. Non che a me sia mai pesata. Ci sono pur sempre dei vantaggi nell’essere soli. L’autonomia assoluta è un bene inestimabile. Ma anche la condivisione in fin dei conti lo è. Tutto sembra avere un senso diverso e in qualche modo più profondo se lo puoi condividere. Non che mi sia mai capitato di ragionarci sopra prima d’ora. Ma, a livello inconscio, devo aver considerato che avviarsi verso la fossa in compagnia di un uomo fosse meglio che fare lo stesso percorso con un gatto, un’azalea o uno schema del punto croce. E ho accettato senza eccessivi rimpianti di mettermi in società con Kid. La cosa funziona. Abbiamo interessi simili e caratteri opposti. Ma non c’è traccia di alcunché di sentimentale nel nostro rapporto. Anzi no. Non è poi così vero. Alcuni giorni fa eravamo al supermercato e lui se ne esce con una frase ultraromantica. Fortunatamente stavo qualche passo avanti a lui. Il che mi ha dato modo di mettermi in modalità sguardo-cinico prima di voltarmi. Quando l’ho fatto lui era serissimo. Cercando di domare il panico gli dico:
“Senti, ho deciso che puoi scegliere”
“Cosa?”
“Se vuoi che ti porti dallo psichiatra o dall’esorcista”
“Ah ma io non ne ho bisogno. Un sorso di Coca sistemerà tutto”
E così dicendo mi ha mostrato la bottiglia su cui aveva letto quel romanticume. Molto in linea con l’elevato apporto di glucosio della bevanda.
E’ questo che adoro di Kid_A. Il fatto che lui sia sempre “sul pezzo”. Che non mi debba dilungare in milioni di parole per spiegargli ciò che può essere sintetizzato in una frase. E che in due parole tutti i pezzi del mio mondo si sparpaglino e poi tornino magicamente al loro posto. Con mio enorme sollievo. Il che mi fa pensare che non sono ampollosi versi strappalacrime ciò di cui ho bisogno. Il Latitante era solito dedicarmene a vagonate. Giurava di averli scritti per me. Ma erano di riciclo. Lo sapevo, ma non mi importava di farne una questione di stato. Non m’importava nulla. Se non forse del fatto che tutte quelle parole non riuscissero a riempire il vuoto delle omissioni, delle assenze, delle carenze. Ci ho messo un po’ per arrivarci. Tipo cinque anni. E me ne vergogno che è una meraviglia. Ma sono fuori dal tunnel del tutto-fumo-e-niente-arrosto. E immagino di sentire i sacrosanto bisogno di mettermi accanto una persona che mi ami coi gesti e non con le poesie. E anche se alla fine amore non è, è comunque qualcosa che fa bene a cuore.
E ovviamente nulla di tutto questo post ha a che vedere con ciò che avrei voluto scrivere. ma questo lo sapevate già…

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Ti cedo il mio posto dentro alle viscere della terra madre

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“Ci vediamo a Syntagma”. Avrebbe dovuto essere una domanda. Ma non sono in vena di risposte. Questo viaggio necessita di una certa dose di pragmatismo. E io ho fatto bene i compiti a casa. Con due vestiti buttati in valigia a caso, che probabilmente si riveleranno inadeguati, mi sono imbarcata nella successione classica di mezzi di trasporto pubblico che lasciano escluse pochissime opzioni. E sono arrivata fin qui. Da sola. E in questa modalità intendo proseguire almeno finché mi sarà possibile. Sull’autobus mi sento terribilmente stanca. Provo a focalizzare sui miei numerosissimi compagni di fine viaggio. Ma sembrano tutti fin troppo prevedibili per destare in me alcuna curiosità. Cado in un sonno di pietra e mi risveglio sbattendo violentemente la testa contro il finestrino. Non so quanto tempo sia passato. Ma siamo stati inghiottiti dalla fauci della vecchia e sonnecchiante Atene che resta immobile a guardare dall’alto dei suoi colli l’invasione umana che le si estende in grembo lievitando come un tumore inarrestabile. Sembra un’anziana malata questa città. Una di quelle di cui tutti bisbigliano l’imminente decesso. E che misteriosamente sopravvive da anni senza tuttavia mostrare alcun segno di guarigione. A fatica l’autobus procede in un traffico disseminato di clacson inutilmente starnazzanti e quelle che immagino essere forbite imprecazioni. Il nervosismo è tangibile. Ventiquattr’ore su ventiquattro. Non nacquero filosofi questi Greci? Non dovrebbero essere capaci di lasciarsi fluire serenamente dentro all’onda caotica della natura umana? Non ne fanno loro stessi parte? Non la nutrono, in fin dei conti?
Arrivo a destinazione, proprio mentre i miei pensieri si abbandonano spontaneamente alla deriva. Tutto per un istante sembra avere un senso. Come se ogni tassello avesse spontaneamente trovato il suo posto. E’ un attimo prima che ti veda. Prima che il momento perfetto si infranga. Il traffico imperante mi grazia dalle effusioni di rito. Mi butto in macchina sfoggiando velleità da trapezista. Non mi sono nemmeno appoggiata sul sedile e mi stai già inondando con una serie di frasi che il cui verbo è rigorosamente declinato alla prima persona singolare. Tu, l’altruista. Sorrido. Magari penserai che la distensione delle mie labbra sia sintomo di un qualche entusiasmo nel vederti. Più probabilmente sei troppo concentrato per notarmi. Di sicuro non intercetterai i miei pensieri. E’ da tempo che hai perso quest’abilità. Ma farebbe comunque parte dell’inevitabile degenerazione dei rapporti umani. Qualcosa a cui ci si rassegna troppo presto.
Mi proponi di partire immediatamente. Per Vytina. Scelta egoistica, dalla destinazione alle modalità. Ma dico ok. Non è quello che faccio sempre? Ah no, forse un paio di volte mi sono lasciata sfuggire delle opinioni personali. E’ stata una carneficina. E adesso sono troppo stanca per lottare. E non ho mai amato le cause perse.
Con la città alle spalle il traffico inizia a scorrere veloce. Annuisco ad ogni tua frase. E guardo il deserto di desolazione nel quale ci stiamo addentrando. Tutto è cenere, nero e marrone. E’ una specie di “Angelus” ingrigito in cui nemmeno i contadini hanno avuto la forza di restare. Ti calza a pennello. Quando un qualsiasi villaggio appare nelle vicinanze della strada sembra un errore di un disegno divino che avrebbe voluto questa terra totalmente spopolata. Una piccola discromia nel tuo quadro perfetto di desolazione e morte. Sarà forse per riconfermare i tuoi intenti che opti per una fermata a Kapsas. Una discesa nelle gelide viscere della terra arcadica. Eppure qualcosa non va. Le pareti delle grotte sono disseminate di forme che fanno pensare a giraffe, elefanti, uomini inginocchiati, teste, mani. Come se tutta la vita di questa regione si fosse arresa ad abitarle dentro invece che sopra. E’ inquietante, ma c’è un bel tepore quaggiù e i miei conti per un istante sembrerebbero tornare. I tuoi no, c’è troppa luce, troppa fantasia, troppa speranza. E ripartiamo in fretta.
Vytina ci accoglie non molti chilometri dopo. E mi sento di nuovo a casa tua. Il villaggio appare deserto. Tutta la popolazione confinata nel sonno da una qualche misteriosa malattia. Decidiamo di camminare un po’. E le nostre peregrinazioni senza méta confermano la mia sensazione. Lungo le strade la vita si è data alla macchia. Certo fa freddo, ma che n’è stato delle osterie in cui i vecchietti si accapigliavano per una partita a carte? Resta solo la desolazione delle terre orfane di circhi, la percezione pungente di un passato slancio vitale scomparso chissà dove. Mi sento l’inconsapevole protagonista di un film di Angelopoulos, un viaggio a Citera spopolato dei suoi attori.
Beviamo qualcosa in un bar che sembra essere stato dimenticato dalla diserzione. La cameriera non sembra meno stupita di vedere noi di quanto lo sia io nel constatare la sua presenza. E’ il primo essere umano che riesco a vedere da quando siamo arrivati. E’ giovane e carina. E mi fa pena che sia intrappolata in questo luogo al di fuori di ogni ragionevole disegno geografico. Non cambierei opinione nemmeno se mi giurasse su ciò che ha di più caro di essere qui volontariamente. Perché questa è terra di confino, ampiamente oltre i limiti della scelta.
All’imbrunire decidi che è giunto il momento di recarci all’albergo che hai efficientemente prenotato. Sollevando me dall’obbligo di farlo. Come non manchi di sottolineare. Si tratta di una struttura leggermente discosta rispetto al villaggio. Quando ci arriviamo c’è ancora luce a sufficienza per fare un rapido giro solitario dell’area. Si gela ma sento di riuscire a respirare. Come se l’ibrido che si estende di fronte ai miei occhi mi facesse sentire un po’ meno straniera. O forse solo un po’ meno sola. Il resort in cui pernotteremo ha strutture abitative che mi ricordano il Medio Atlante. Le aspirazioni sembrano essere caraibiche, ma le volumetrie perverse di montagne e strapiombi uccidono ogni ambizione. Qualcuno in questo fondovalle deve aver tentato di domare l’inospitalità della natura. La sconfitta è evidente, ma la lotta encomiabile. Nella mia mancanza di audacia, nella mia aspirazione verso di essa, mi sento in qualche modo capita da chi progettò questa insolita urbanizzazione.
La nostra camera è un mini appartamento in un edificio autonomo. Il letto è infilato tra due muri che non consento il passaggio di lato. Sembra un loculo. Ma è morbido e caldo. E non potrei desiderare di meglio. Mi aspetterei che tu mi seguissi tra le coltri per sbrigare le formalità del caso. Invece sei attratto dal camino nella zona salotto. Ci giochi per un periodo di tempo indefinito. Poi la fiamma incerta cede ai tuoi infantili desideri e si ravviva quel tanto che ti basta per sentire di aver vinto.
Nel dormiveglia sento il tuo corpo vicino al mio. Mi stai accarezzando un braccio e mi vengono i brividi. E’ incredibile come il desiderio ed la repulsione possano incrinare la pelle esattamente nello stesso modo. Provo a spegnere il cervello. Ma la mia fica ti respinge. Dev’esserci un pezzo del mio cuore che mi sta odiando profondamente. Spengo anche quello e ti apro la mia carne, una ferita aperta che ha smesso di sanguinare da tempo. Fanne quello che vuoi per tutto il tempo che vuoi. Con la mente sono fuori dalla mia materia. E ti guardo espletare su di me il primitivo rito di riproduzione abortiva. Poi ti volto le spalle e volo via. Non saprei dove, ma molto dentro me e troppo lontano da te perché tu possa trovare il modo di raggiungermi. Sul tuo punto di esplosione, fingo l’orgasmo. E’ così sospetto essere sincroni. Ma quella tra i corpi è una divergenza finale. E a nessuno dei due va di indagare sul dove sia finita la realtà ed iniziata la finzione. Avremmo anni di vita da raccontarci. Storie di cui a nessuno importa nulla, se siamo arrivati fin qui. E finalmente posso abbandonarmi al sonno, che mi raggiunge pesante e privo di sogni.
Vorrei essere svegliata dal sole che s’insinua attraverso le tende, dalle voci della città, dall’aroma del caffè. Invece ti trovo a scuotermi. Sembrerebbe si avvicini l’ora di partire verso la nostra prossima destinazione. Mi faccio una doccia bollente. Guardo la schiuma che scivola giù dallo scarico. Sei lì dentro. In tutti quei microscopici segni della tua presenza biologica dentro e sopra la mia pelle che si arrendono al potere rigeneratore dell’acqua. Stai scivolando nelle viscere della terra madre dove hanno capitolato i popoli dell’Arcadia, dove la memoria del loro cuore pulsante genera una luce che i tuoi occhi non possono sopportare. E io sono quassù. Non abbasso lo sguardo per cercarti. Voglio tornare ad essere mia. Perciò spegni il fuoco e rendi le chiavi. Non preoccuparti di quell’effetto collaterale che porta il mio nome. Io sono già lontana.

Travaso/dati (Desideri che non avrei mai sospettato di avere)

Oggi sono stata in ospedale. Nulla di meglio per iniziare la giornata. E sono elettrica. Chi mi tocca si fulmina. Chi mi guarda sarò io ad incenerirlo. Giuro. Non è intenzionale. E’ che odio gli ospedali. Credo di averlo già detto. Almeno un migliaio di volte. Ma adesso va così. Ho bisogno di ripetermi. Di vomitarlo. Di togliermelo di dosso. Odio gli ospedali. E i medici. E quell’odore misto di disinfettante e disperazione. E morte. E vita. Che si mischiano. Ma la mietitrice vince sempre. E’ numericamente in vantaggio spudorato. Si aggira sicura della sua superiorità. Odio persino il parcheggio dell’ospedale. E la strada che gli passa di fronte. O forse non è odio, ma semplice angoscia. Quello che odio realmente è non poterne stare lontana per più di tre mesi consecutivi. Dall’età di quattordici anni. E per sempre. Amen. Comunque non è grave. Non morirò. Non per questo. Ma i teatri della drammatizzazione della patologia mi prendono i nervi. E li tirano così forte che ogni volta mi sembra di impazzire. E quando mi sento così, a prescindere dalla ragione, l’unica cosa che potrebbe aiutarmi sarebbe stare dentro ad una stanza e distruggere ogni cosa che mi capiti sotto tiro. Ma non c’è tempo per questo. Non c’è modo. E’ come avere un leone dentro e dover recitare la parte dell’agnellino. Non funziona. Come il più delle cose della vita. E, come molte di esse, è necessario trovare la quadratura del cerchio. Quella in cui gli spigoli fanno un male cane. Ma, mentre dentro tutto si sgretola, si riesce ancora a sorridere. Oggi in ospedale mi ha accompagnata il Latitante. Per dovere e sacrificio, s’intende. Di solito è mia madre la deputata all’ingrato compito. E lei mi calma. Non perché sia una donna seraficamente atarassica. Anzi è l’opposto. Si sente a disagio in ogni situazione che non le sia famigliare. A prescindere. E poiché lei si agita, io faccio la parte dell’imperturbabile. E mi riesce. Sono così impegnata a gestire le sue nevrosi da luogo ostile che mi dimentico delle mie. Con il Latitante è tutto diverso. Urge qualche premessa. Breve. Sporadicamente e senza ragioni particolari, lui si rifiuta di dormire con me. Preferisce il divano. Non che la cosa mi sconvolga molto. Nulla di ciò che lo riguarda mi tocca più ormai. Ma se la mattina mi alzo e faccio un gran casino là dove lui giace tra le braccia di Morfeo dovrebbe “prendere e portare a casa”. Come avrebbe detto mia nonna. Perché non ci mancano le camere da letto. Né i letti, i cuscini, le coperte ed ogni altro accessorio connesso. Quindi, qualora decida di coricarsi in un vano potenzialmente rumoroso fin dal primo mattino, il problema è tutto suo. Invece, secondo i suoi calcoli, io dovrei stendere, sistemare casa, rassettare, far colazione, lavarmi e vestirmi in religioso silenzio. Altrimenti gli saltano i nervi. Ora: io ho vissuto per anni da sola e di non fare rumore non sono capace. Nonostante l’impegno che ci metto. Certo è che se, come tutti i cristiani, dormisse nel letto, i miei movimenti tra cucina-salotto e bagno lo infastidirebbero molto meno. Ma ovviamente devo essermi persa qualche passaggio fondamentale dell’equazione. Perché risulta che io ho torto e lui sfoggia la più raggiante tra le sue innumerevoli manifestazioni di egocentrismo, misto a rabbia e voglia di strozzarmi. Il silenzio è tombale. Non so se sono più incazzata con lui, angosciata per la visita medica a cui devo sottopormi o se le due cose si alimentano l’un l’altra incrementando esponenzialmente la caduta libera della mia sanità mentale. E, per la prima volta nella mia vita, voglio la mamma. Magari potrebbe essere anche la seconda. Ma, conoscendomi, non vado oltre. Trovarmi affianco una iena ed essere io stessa una tigre, mi fa fiutare il sangue ad ogni angolo che svolto. Più che gli psichiatri ci vorrebbero dei domatori di bestie feroci. Mi viene in mente Amores Perros. La scena in cui uno dei protagonisti faceva combattere il proprio cane in un giro di scommesse clandestine. Perros ci sta. Siamo legati dall’istinto di sopravvivenza, proviamo di non affogare. Come cani che cercano di ammazzarsi l’un l’altro per non morire. Uccidere la controparte. In modo lento e sottile. A piccole ripetute stoccate nei punti non vitali. Lasciarlo dissanguare lentamente. Facendo finta di non vedere. Forse è quello che stiamo facendo. Anche noi. Come animali. Solo un po’ meno espliciti. Più temperati dalla ragione che impone investimenti a lungo termine sulla fine di una relazione. Così nessuno si fa male. E le apparenze si mantengono immacolate. L’amore invece ho il dubbio che abbia mai avuto alcunché a che vedere con noi due. Sembra tutto così lontano. Surreale. E lo è. E realizzo solo ora che lo vedo finire che avrebbe dovuto essere altrettanto violento alla distruzione, alla morte. Privo di quella serenità, di quella completezza, di quella pace dei sensi e dei desideri. Qualcosa da strappare, da carpire, da iniettarsi nelle vene finché la siringa non ha buttato in circolo anche l’ultima goccia. Da ingerire in quantitativi letali, da divorare fino a vomitare tutto. Qualcosa di tossico. Di pericoloso. Come droga. Perché come lei, in fondo, uccide. Perché la dose è sempre un quantitativo definitivo. E non sarà mai abbastanza. E la necessaria postuma disintossicazione è un processo lento e soprattutto vuoto. Una lunghissima anestesia sotto la quale il cuore viene rescisso dal sentire. E torna ad essere un muscolo, come tanti altri. Forse solo un po’ più importante. Per pure ragioni anatomiche. E i sentimenti vengono buttati sul fondale del più profondo dei laghi. Ad assiderarsi, senza riemergere mai più. E il chirurgo sono io. Sono io la lanciatrice. E non sento nulla. Nessun dolore. Nessun rimpianto. Ma mi stordisce guardare la mia immagine riflessa in un qualsiasi specchio e sapere che, ad apparenze immutate, posso essere stata così piena ed essere ora così vuota. E, in fin dei conti, non mi pare di essere molto più di un qualsiasi recipiente.