Asimmetriche convergenze (di creature ed aspiranti creatori)


C’è una piccola screpolatura sulla palpebra destra. Se ne frega delle creme e del mio sguardo severo ed indagatore delle cause. Procede inesorabile lungo una strada di degenerazione. Non seguita dalla sua gemella sinistra. Divertente come il corpo non sia poi così simmetrico. Come il tempo non sia poi così ciclico. Un anno nuovo è appena iniziato. Se fossi primavera la mia pelle sarebbe di nuovo liscia, pronta a germogliare, a esplodere in frutti e colori, a dare tutto e a morire. E poi a vivere ancora. Ma sono lineare. Vita non volle per me un ciclo, dolori cui si equilibrassero pari gioie, un impeccabile ma prevedibile pareggio di bilancio. Piuttosto mi venne data una strada, con molti snodi tra cui esitare, molte diramazioni in cui perdermi, molti crepacci in cui cadere e salite da tagliarmi il fiato. E a lungo mi è mancato l’essere famigliare, l’acquattarsi sotto la coperta calda di dinamiche già note, il cadere in piedi legata ad una fune di future resurrezioni. Come una trapezista del circo, con la paura a microgrammi. Ho desiderato talvolta il peccato delle garanzie contrattuali. Nessun inganno, nemmeno nelle clausole in calce, quelle scritte in caratteri minuscoli. Invece la mia vita è un campo minato, un gioco d’improvvisazione. Provare, fallire, rialzarsi. Stanchezza che cerca di nuovo di farsi forza, per istinto di sopravvivenza, per altre vie, quelle che avremmo scartato e che ci troviamo costretti a riconsiderare, reinventandone la logica ed i lustrini di riporto. Di fronte a me siede un uomo, è giovane, ha uno sguardo attento e indossa abiti che qualcuno ha scelto per lui. Sono necessari nuovi tentativi, mi dice. Sorrido e annuisco. Sto passando la vita tra un fallimento e l’altro. A rideterminare i criteri di definizione per poterli chiamare parziali successi. E adesso non m’importa più nulla. Ho smesso di sperare e sono pronta a buttarmi in qualsiasi cosa. A titolo statistico, amatoriale. Tutto il feribile è sfregiato, tutto il sensibile anestetizzato. Posso ricominciare una volte, dieci, mille, non fa differenza. Ho imparato a far sì che non ne faccia. Ma l’uomo di cui guardo gli occhi senza riconoscerne il colore ha le sclere bianche di luce riflessa e l’entusiasmo mal celato di chi è appena giunto di rinforzo a combattere la tua stessa battaglia e, per un singolare imprevisto, si trova accidentalmente dall’altra parte della barricata. Non è una questione di tempo. Non c’è perizia nel rotolare della sabbia nella clessidra, solo rabbia che si soffoca dove il vetro stringe e si riscopre rassegnazione. La mia linearità potrebbe congelarsi e la sua avanzare. E ancora le nostre strade non si incontrerebbero. Sebbene appaia che le nostre direzioni in un punto imprecisato convergano per un istante. Potrei essere la sua creatura, una delle tante, la prima, chissà… Le premesse non sono poi così disperate, esistono margini di miglioramento. Cautamente mi suggerisce il prossimo passo, la lunghezza esatta, la ponderazione, la velocità. Se salto io, esplode il suo giocattolo. Sarebbe terribile sprecare un’occasione vergine… Tuttavia è un buon attore, i miei rispetti. Non riconosco il colore dei suoi occhi ma lo sguardo è liquido, compassionevole. Forse vero, forse finto, non importa. C’è una lacrima anche per me, potrebbe sempre tornargli utile. O forse sta lì e basta, dimenticata appesa ad un ramo, come l’ultima foglia di un autunno ormai brillante di gelo. E dall’altra parte del confine ci sono io, quella che nessuno ha mai avuto ambizione di voler riaggiustare, quella scartata e lasciata libera, quella che è oltre ciò che gli uomini dai molti titoli potrebbero mai distruggere e ricostruire. Non meglio, solo altrove. Non ci sono meriti in me, solo istinto di sopravvivenza. Per questo sono così brava a ricominciare ogni volta il conto da zero, con il tempo che più passa e meno mi basta e un giorno finirà e io sarò ancora lì, nel mezzo, ma il mezzo è la mia destinazione perché so che più in là non si può arrivare. Non in questa conta. Eppure forse, questa volta… Credici tu per me, anche se io non posso ricambiarti la fede. E non mi importa. Né l’entusiasmo. E lo vorrei. E’ notte: tu dormi e io penso e tra il sonno e la veglia sembriamo così vicini, ma non ci sfioriamo mai.

Giusto per sgombrare il campo da equivoci: non mi sento migliore di nessuno

Di fondo sono pazza. Cioè non più di chiunque altro ma in sensi completamente miei. Però sono pazza. Da due giorni sto disegnando tabelle. Per lavoro. Non sono masochista da fingere di divertirmici. E, nonostante non riesca a venire a capo di molto, ci sto familiarizzando. Con le tabelle intendo. Parlo con loro. E il mio tono di voce è sempre più alto, sempre più spudorato. Non sono molto diverse dalle persone. Tu chiedi loro di fare una cosa e loro rimangono lì immobili. Finché non trovi il comando giusto. Anche con le persone è così. Solo che non si tratta di comandi ma di volontà al confronto. All’accettarsi reciprocamente. Le persone avrebbero il potenziale per venirti incontro. Ma ti vengono contro. O vanno nella direzione opposta. No: forse meglio avere a che fare con le tabelle. Almeno loro restano ferme. E mi chiedo quand’è che ho perso l’amore per il genere umano. Le ragioni le conosco. Sono banali, elencarle sarebbe un perdersi in ovvietà risapute. Non mi sento amata. Né capita. Nessuno di noi si sente amato, in fondo. Ci va sempre tutto troppo stretto. E ne soffriamo. Ma se non proviamo a rompere gli argini, allora non siamo davvero un fiume in piena. Comunque non ricordo quale sia stato il punto di rottura. La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quand’è che ho fatto calare il sipario del mio personale teatrino delle seconde possibilità? Quando ho scelto di percorrere l’allora poco allettante ma molto più incorrotto sentiero della solitudine? Sì perché si sceglie, almeno io ho avuto questo privilegio. E’ duro e a volte sembra totalmente privo di senso. Come abbandonare l’autostrada per lo sterrato. Magari il navigatore non segna il percorso che hai deciso di intraprendere, magari ti perdi. Ma c’è un bel silenzio e senza lampioni il cielo è più nero e le stelle più brillanti. E ci metti una vita ad arrivare a destinazione. Anche perché non conosci la destinazione. E poi realizzi che forse non ne esiste una, che il senso sta nell’andare. Sempre avanti, senza cartelli, senza indicazioni. Magari con mille intralci ma lungo un cammino che sicuramente è il tuo. Non un percorso default scandito dalle frecce del buon senso. Che sarà anche buono ma non sempre lo è per noi. E, persa (ma forse non poi così tanto) nella lontananza dal senso comune dell’agire e del vivere, ho dimenticato l’amore per gli altri. Senza premeditazione. Con si dimentica una cara vecchia foto che in fondo così importante non era mai stata. Però ho trovato me stessa. Per contrasto col vuoto intorno. E mi trovo ogni volta, ogni giorno. Un piccolo nucleo di emancipazione, uno scisma, un’autoproclamata indipendenza. Rescissa asetticamente da chi vuole essere amato ma non ama sé stesso, non avendo fiducia nella propria individualità. Nessuno che amasse sé stesso avrebbe bisogno di vincolarsi. Il rovescio soggiogante della medaglia dell’appartenenza. Incasellarsi in una definizione, in un gruppo, in un contesto. Crocifiggersi a regole esatte che definiscono entità precise. O sei come noi o sei fuori. Nessun margine di trattativa. E fuori non c’è nessuno. Devi fare i conti con te stesso. Con quello che sei e vorresti non essere. Con quello che ti manca. Con quello che, mescolandoti con la gente, hai sempre cercato di nascondere. E attraverso la gente di compensare. Ma se ti ritrovi intrappolato nella tua stessa gabbia, almeno sei tu a decidere le regole. Credi di essere solo la vittima ma sei anche il torturatore. E quando impari le catene si allentano. Si allenta il tuo appartenere ad un mondo di burattini che si tirano i fili a vicenda per essere certi che nessuno faccia un passo in più. Che nessuno sia mai veramente felice. Tutti mediamente dominati da ansie di incontrare l’altrui favore. Tutti mediamente candidati al suicidio per rubare qualche anarchica riga di gloria alla cronaca nera.

Il significato del tempo fiorisce sull’equilibrio del ricordo (Sono nata a vent’anni)

Sono totalmente incapace di ricordare i dettagli della mia vita passata. Me ne rendo conto quando sono gli altri a parlarmi del loro passato, capisco che io non saprei fare altrettanto, a prescindere dal fatto che ne senta il desiderio o meno.

Particolari come colori di occhi, caratteristiche dell’abbigliamento, ore del giorno sono elementi che tendo a rimuovere con estrema facilità, come se nella mia vita l’elemento visivo o qualsiasi dettaglio che ancori un ricordo alla concretezza della quotidianità tendesse a formattarsi. Quasi che per lungo tempo abbia voluto dimenticare ogni cosa e sia stata in grado di inserire in me un chip che mi rendesse automatica questa operazione.

Non ricordo quasi nulla del mio vissuto antecedente al compimento del mio ventesimo anno d’età. Per l’esattezza conservo una memoria abbastanza vivida delle sensazioni e degli stati d’animo della mia infanzia ed una consapevolezza molto tagliente riguardo a quelli della mia adolescenza. Ma arranco nel buio quando si tratta di richiamare alla mente fatti, luoghi e circostanze precise.

Credo di aver vissuto per molto tempo un’esistenza totalmente focalizzata sull’istante usa-e-getta ed estranea alla memorizzazione a riferimenti oggettivi e spazio-temporali. Forse ho tentato di allontanare da me il dolore del ricordo, ma il cuore mi ha ingannata, conservando i cocci più affilati e lasciando alle mie spalle una voragine incolmabile di oblio della quotidianità, in cui il valore del mio stato interiore è aumentato, deformandosi a dismisura e crescendo con un cancro psicologico.
La mancanza di ponderazione tra oggettività ed interiorizzazione ha lasciato pesanti zone d’ombra e determina in me una forte mancanza di obiettività circa il passato, nonché un desiderio di estendere la formattazione anche alla parte emotiva, nella consapevolezza di non poter ormai più recuperare gli elementi necessari a ristabilire l’equilibrio perfetto.

Ad esempio, nella mia infanzia non ricordo né abbracci né sorrisi, eppure ho avuto due genitori che, con tutti i loro umani limiti, sono stati e sono tuttora persone splendide e che so essersi fatti in mille per dare ai loro figli tutto ciò di cui questi avevano bisogno. Ma di tutto questo non ricordo nulla, lo percepisco solo a livello razionale, allo stesso modo in cui attraverso determinati e logici passaggi potrei risolvere un’equazione. Ho perso ogni reminiscenza su cui possa spontaneamente fiorire un’emotività positiva.

Tuttavia l’emozionalità negativa non sembra necessitare in me di dati oggettivi a cui aggrapparsi. Ho una memoria molto forte del senso di disperazione, della paura, della voglia di morire che hanno caratterizzato la mia adolescenza. Ma non ne ricordo le cause e le circostanze precise. Vedo solo un periodo nero, pieno di lacrime, come un mostro senza cuore ma non necessitante di organi vitali per esistere ed abbattersi su di me.

A volte mi viene da chiedermi come abbia potuto superare tutto questo e non so rispondermi, perché certe cose si affrontano un passo alla volta e solo dopo aver fatto moltissimi passi realizzi all’improvviso di aver percorso parecchia strada, ma non sapresti dire da dove vieni, né dove andrai e l’unica parola che per te abbia un valore è “avanti”, che è salvezza ma anche fuga. E a volte non ci si può salvare se non ci si getta tutto alle spalle, è il prezzo da pagare.

Forse archiviare in toto buona parte del mio passato, come distorto per omissione, e quindi inservibile, è un compromesso a cui devo scendere, un tributo alla salvezza dalla follia. Forse dovrei semplicemente smettere di guardare indietro, cadendo in contorte iperboli sul mio dolore, nel vano tentativo di estrapolare qualcosa di diverso da esso.
Dovrei semplicemente accettare il fatto che mi sono dovuta arrampicare fino in cima ad una montagna prima che il sentiero cominciasse ad essere un po’ più agibile e che nella foresta che mi lascio alle spalle ci sono belve e fate, ma non mi è dato di distinguere le une dalle altre.

E ad ogni cosa devo dare il mio addio, a quelle note e dolorose, come a quelle perse e forse meravigliose.