No way out

E’ bella questa pioggia. Lenta e regolare come una litania. Un sottofondo che si lascia sentire ma non disturba. Le gocce scivolano suicide lungo i vetri. Cadono giù come grosse lacrime. Senza gloria. Dolori che si perdono, che si dimenticano. Prive di clamore particolare, quasi mute. Scorrono con calma, inesorabilmente dirette verso il fondo, su cui si adagiano, su cui si fondo tra di loro e con un tutto a cui sembrano naturalmente appartenere. Mentre l’occhio le segue distratto.
In questa stagione la pioggia trasforma il bianco in colore. Cromatismi scuri ma brillanti che abbattono il senso di omologazione e ridonano un’identità propria a tutto ciò che colpiscono. O sfiorano.
Invidio l’acqua, il modo in cui scorre, in cui passa e sembra tornare, senza mai essere la stessa, senza accettare punti fermi, se non in via transitoria. Ingannevole. Invidio il suo adagiarsi nelle forme, riempirle aderendovi perfettamente per poi abbandonarle senza mai esserne realmente prigioniera, senza portarne in eredità la contaminazione degli angoli e degli spigoli. Invidio il suo essere tanto ribelle al nostro corpo, alla pelle, alle dita, attraverso le quali scivola senza sforzo, con la grazia della continuità di un movimento inarrestabile.
L’acqua non è figlia di nessuno. Non del cielo che la scuote da sé facendola piangere sulle nostre teste. Non del cemento che la lascia evaporare. Né della terra, semmai schiava del suo potere vitale.
E’ un po’ come quelle lettere che girano a vuoto tra i servizi postali di mezzo mondo per poi tornare al mittente con una croce sull’inesistenza dell’indirizzo a cui sono destinate. Quei fogli che si strappano o che si gettano sul fondo di un cassetto. Che perdono senso o che ne assumono uno autonomo. Quello di capovolgersi tra definizioni che, prive di direzione umana, ballano e si allontanano, che si spezzano e ricostruiscono, assumendo significati sempre nuovi e diversi.
La pioggia ha lo stesso potenziale delle parole. Una goccia in sé non è nulla, ma molte gocce insieme dissetano la terra, fanno rinascere la vita. O la mettono in pericolo, insinuandosi là dove il suolo è friabile, rompendo argini, seminando devastazione. Nella sua meravigliosa esiguità, l’acqua eccede le nostre opzioni di controllo, non è riconducibile ad alcuna equazione matematica, né lo è il suo comportamento. E’ libera, non ci è dato di violentarla attraverso le nostre umane strumentalizzazioni.
Vorrei avere tempo per restare qui a guardarne lo scorrere leggero ed imperterrito. Proprio adesso che le evoluzioni della vita mi chiamano insistentemente altrove. In un mondo molto più materiale, frenetico. Un contesto che per molto tempo si è allungato sopra di me come un’ombra, sparendo nella notte, riaffacciandosi al mattino. Molto aereo, ipotetico, lontano. Fino all’ultimo. Fin quando non mi svegliano di primo mattino per annunciarmi che tutto è cambiato. Il punto di svolta, protrattosi a lungo, mi guarda con aria di sfida.
Non so come sarà, né se durerà, né quanto. Ma so che ci sono istanti in cui la vita si snoda per sempre, in cui si intraprende una direzione, lasciandosi alle spalle ogni altra possibilità. E io sono oltre. Ho passato il meraviglioso crocevia in cui tutto è possibile. E ho scelto un cammino su ogni altro. In tempi remoti, priva di prospettive di immediatezza. Ma ho deciso. Senza sapere a cosa andassi incontro, com’è giusto che sia. E con enormi aspettative. Ho coinvolto altre persone. E ora che i meccanismi iniziano a girare non c’è più modo di tornare indietro. Il tempo sta tutto alle spalle, ha soffocato certezze ed entusiasmi. E coltivato dubbi e precarietà oggettiva e soggettiva.
Ma indietro non si torna. Si chiama coerenza. Non è obbligatoria. Ma non posso fuggire di fronte a ogni forma di responsabilità. L’ho sempre fatto, rende liberi. Soli, ma è un effetto collaterale in me soggetto ad un buon livello di metabolizzazione. Ci si sente instabili, precari, ma certi di possedere sé stessi fino all’ultimo atomo. Di poter scomporre e ricostruire ogni cosa a proprio piacimento. E la sicurezza dell’incerto diventa un principio di stabilità. Sembra strana la relatività di ogni concetto, di ogni percezione. Ma è incredibilmente logica e perfetta.
Eppure ho scelto di fidarmi di qualcuno. Al di fuori di me. E questo concretamente mi sconvolge. Mi sento rivoltata a testa in giù. Stanchissima. Forse anche spaventata, pur non avendo questa specifica percezione. Piena di dubbi, di una precarietà non mia, amara, ripetuta, pugnalatrice di entusiasmi ormai morti da tempo.
Ho passato il weekend con il Latitante. Non sono mai stata troppo bene. Fisicamente. Il mio spazio si è riempito di oggetti confusi, disordinati. Estranei, forse inutili. Stonati. Soprattutto di vecchi scatti a lungo sepolti. Dai sorrisi così remoti da essere divenuti ormai falsi. Beffardi. Dagli occhi entropici nelle promesse e nella vita. Mi sento sbattuta in prima pagina. Con una storia che è tutta mia ma che non sento tale. Senza pietà per i dettagli più crudi, senza spazio per gli umani cedimenti.
Non so se posso farcela, ma so che devo. Ogni briciola di passato è accusatrice. Lascia scoperti i nervi. Ma devo continuare, devo provarci almeno. Ci sono strade senza svolte per poter tornare indietro, senza aree di sosta, senza paesaggi piacevoli intorno con cui potersi distrarre. Senza entusiasmo per la destinazione. Ammesso che ve ne sia una.
Questa è una di quelle strade.

AAA Cercasi manuale di sopravvivenza a Natale e compleanno

 

Natale e il giorno del mio compleanno. Panico, depressione, paranoia. Non mi posso controllare. Sono una mina vagante. Esplodo al minimo errore altrui. E l’errore è qualcosa di molto sottile, fragile, impercettibile, di solito porta in sé i connotati delle migliori intenzioni. Ma io sono sbagliata certi giorni. E non riesco ad implodere come farei in momenti migliori, più razionali, più civili.

Sul Natale almeno sono in share. Ne sono consapevole, anche se non cambia nulla. So che partecipo con centinaia di altre persone, migliaia forse, all’avida spartizione della tristezza ingiustificata da festività. Siamo azionisti di minoranza, anche io lo sono, di minoranza di quell’avvilimento che mi entra nell’anima quando mi sveglio il fatidico giorno e sento una tara che scava nel cuore, lasciando un vuoto che non saprei giustificare. O forse sta semplicemente indugiando su vacuità già esistenti e sulle quali, in altre occasioni, avrei saputo mentirti in modo convincente.

Ma è Natale e le maschere si sgretolano, anche le più private, quelle che nella solitudine di una stanza vuota non so togliere per paura che la verità mi colpisca troppo violentemente. Trapela sempre, la verità, ma, a piccole dosi, è più gestibile. E Natale non è giorno da piccole dosi. Non so se abbia a che vedere con i valori cristiani, se nel giorno della nascita di Cristo senta il bisogno di una dose extra di amore o di una graziosa ed atea lobotomia temporanea che scenda su di me rendendomi immemore e sorridente.

So che è come scalare una montagna a mani nude e che crollerò a sera come se avessi camminato mille miglia, perché in fondo l’ho fatto, ho rivangato ogni ricordo, ho centellinato i dettagli arbitrari del mio dolore e ricordare è tanto inevitabile e soggettivo, quanto catrame pesante che infuoca l’anima e l’annerisce. Suscita sentimenti. E non sono mai positivi.

Il compleanno è qualcosa di simile, ma non sento alcuna consapevolezza di condivisione. Come se sull’essere nata in un determinato giorno avessi l’esclusiva mondiale o come se chiunque altro fosse felice del giro di boa, mentre io ne sono angosciata.

In realtà non è la banale questione del tempo che passa mentre io rimango indietro. Non solo. E’ paura del palco, dei riflettori, ansia da prestazione. Posso gestire con un sorriso risicato gli auguri da parte di famigliari e persone a me molto vicine. Ho imparato col tempo l’arte del compromesso, ma ci sono limiti oltre i quali non sono ancora in grado di spingermi. E non lo sarò mai. Del mio compleanno chiunque non sia più che solidamente giustificato se ne deve dimenticare.

Ho sempre odiato feste, regali, torte, candeline da soffiare, desideri da esprimere. E’ uno spettacolo di cui posso sopportare di essere spettatrice, ma non protagonista. Troppo falso, troppo stereotipato. Festa a sorpresa? Potrei fare una strage. Forse diventerei ancor più protagonista, ma almeno sarebbe in un modo mio, fuori dagli schemi altrui e dentro ai miei.

Inoltre vivo la ricorrenza della mia nascita non solo con la paura che qualcuno di troppo se ne ricordi e mi innervosisca oltre i limiti della civiltà, ma soprattutto provo il terrore sacrosanto che qualcosa possa andare storto. So che è una contraddizione, ma non ho mai creduto di essere meno che contorta.
E la mattina successiva mi alzo e tiro un sospiro di sollievo se tutto è andato bene oppure mi sento doppiamente vessata se qualcosa non è andato come avrebbe dovuto.

Il mio compleanno dev’essere acqua, acqua tiepida. Deve accatastarsi insipido sul trascorrere dei giorni, raccordare gentilmente quanto lo precede a quanto lo segue. Dev’essere una perlina di una collana di pezzi identici, irriconoscibile, irrilevante. Non può stonare. In nessuna direzione: nessuna gloria, nessun dolore. Le note troppo stridule e quelle troppo gravi mi devastano la percezione, la musica deve continuare intatta nella sua monotonia.

Ne deduco che per me questo giorno ha un significato preciso, un significato che non conosco, ma che si fonda su un equilibrio perfetto ed inalterabile. Quell’equilibrio che io non ho, lo chiedo ad una frazione minima di tempo, perché, non essendo nelle mie vene, almeno mi accarezzi la pelle e mi accompagni nel ricordo per il tempo a venire, fino alla temuta ricorrenza del suo rinnovo.

La vita è all’orizzonte o ce la siamo lasciata alle spalle?

A volte credo di parlare con le persone sbagliate o semplicemente di incorrere accidentalmente nelle conversazioni sbagliate, perché da un normale chiacchierare del più e del meno ne esce qualcosa di inquietante, di quelle cose che poi mi portano a continuare a riflettere, per ore, per giorni, sentendomi progressivamente sempre più a disagio per l’inesistenza di una considerazione conclusiva e certa che metta un punto fermo e mi consenta di dedicarmi ad altro.

Ieri ad esempio mi ha chiamata il Latitante e ovviamente la conversazione è iniziata con i classici aneddoti stupidi sulle rispettive giornate lavorative, la mia ormai archiviata e la sua ancora in corso.
Premetto che lui è un miliardo di volte più pessimista di me e chi mi conosce sa che io da sola già batto ogni record, per cui nelle nostre interminabili chiacchierate mi trovo sempre insolitamente a fare la parte di colei che riesce a vedere il lato positivo in ogni cosa. Per quanto spesso mi sia molto difficile, sento istintivamente di dover creare un equilibrio tra noi, ma non sempre ci riesco, molto spesso lui se ne esce in modo del tutto spiazzante e mi travolge.

Ieri si parlava del nulla e lui mi pone davanti ad una riflessione sulla nostra vita, intesa in senso individuale. Mi dice che forse potremmo avere alle spalle, e non davanti a noi, il meglio della nostra esistenza, che forse da qui in poi l’unica cosa legittima sarebbe trascinarci in attesa della nostra morte, rimpiangendo il passato, in quanto privi di aperture significative per avere nel futuro qualcosa per cui ancora varrà la pena di vivere.
Forse l’idea che cose buone debbano ancora arrivare è una pura illusione con cui ci mentiamo ogni giorno per riuscire ad aprire gli occhi ed affrontare una nuova giornata.

A tutto questo avrei chiaramente potuto opporre delle argomentazioni razionali. Tutti potremmo morire domani e avere il meglio alle spalle, potrebbe succede a un bimbo di due anni, per cui sarebbe insolito ma non impossibile, come ad una persona anziana, per cui biologicamente sarebbe molto più sensato.
Ma di fatto non sappiamo quanto tempo ci resta e, prescindendo dalla quantità di tempo, non sappiamo quale e dove sarà l’apice e dove il fondo dei nostri giorni. E la mancanza di consapevolezza ci dovrebbe spingere a vivere a mille ogni giorno, proprio perché non sappiamo se apriremo di nuovo gli occhi domani e quindi sarebbe importante non tralasciare nulla, non se per noi è davvero importante.

Invece l’enorme punto di domanda sull’esistenza e la consistenza del futuro genera in me i peggiori mostri, per il tempo che ho sprecato, per quello che ancora sprecherò, per la paura che questo giorno possa essere l’ultimo e che io me ne stia qui, a digitare parole inutili su un pc, invece che dare andare a cercare le persone a cui voglio bene per dar loro un abbraccio.
Non so se mi spaventa di più il lato corporeo della morte, il dolore fisico o la realizzazione, nell’antecedenza alla morte, che tutti i miei sogni stanno andando in frantumi, che ho vissuto la mia vita proiettandomi verso un tempo non supportato dal mio sistema operativo, che non ho dimostrato a coloro che amo l’importanza che hanno per me, pensando sempre che ci sarebbe stato un domani più adatto per manifestare i miei sentimenti.

Per quanto possa provare a raschiare il fondo della mia razionalità e ripetermi che, coi miei trent’anni comodi, potrei comunque ancora fare un sacco di cose e vivere moltissime belle esperienze, mi spaventa pensare a quanto poco il mio futuro potrebbe in realtà essere tra le mie mani.
Forse dipende anche dal fatto che attualmente sto vivendo un periodo di inevitabile stasi ed attesa del momento in cui le carte saranno sistemate per giocare la partita della mia vita. E mi chiedo: se il tempo dovessi battermi sul traguardo e quella partita non dovesse iniziare mai?