Ossa che sbocciano dalla pelle come fiori nel deserto

Andai dallo psicologo. Alcuni anni fa. Una decina credo. Stavo messa molto peggio di ora. E non era la prima volta. Pesavo poco più di trenta chili. Seguivo, in modo accidentale, una dieta che poi scoprii essere assimilabile a quella ehretica. Non so chi fosse il geniale inventore di questo scempio alimentare. Su di me stava dando risultati decisamente devastanti. Mi sbucavano tutte le ossa. Pesavo una trentina abbondante di chili. Non avevo il ciclo. Dettaglio di cui comunque non mi importava granché. In ogni caso non facevo una figura troppo brutta. Esteticamente, intendo. Sono piuttosto piccola. Perciò non sembravo così in fin di vita. E nemmeno lo ero. Mi dicevano che ero una bambolina. Questo me lo dicono anche oggi. E’ un ritornello da signora di una certa età. Nel senso in cui intendono questa parola, non credo ci sia nulla di più lontano da me.

In ogni caso, all’incedere del decadimento fisico ebbi un impulso di autoconservazione. E andai dallo psicologo. Il lato emotivo della questione mi era palese. Al mondo si sarebbe detto di no. Ma questo era poco rilevante. Quando si sta male è necessario essere molto focalizzati su di sé ed esaltati al punto da considerarsi una potenziale grande perdita per l’umanità. Anche se tutto suggerirebbe il contrario. Ma la scarsità di cibo può indurre deliri di onnipotenza. Oppure si può fingere.

In realtà lo psicologo era una donna. Pescata a caso dalle Pagine Gialle. Forse avrei dovuto optare per un terapeuta di sesso maschile. Avrebbe potuto finanziare la mia Fabbrica del Duomo. Una ricostruzione ex novo del mio fatiscente edificio relazionale con la figura paterna. Ma non sono poi così certa che il genere di appartenenza sia rilevante in questo senso.

Comunque scelsi una donna. Nella mia testa doveva essere la cosa più simile a correre tra le braccia della mamma. Non che non ne avessi una, di madre. Ma con lei mi sento sempre un po’ come chi arrivi al Pronto Soccorso gridando per un’unghia spezzata o chi scalpiti per zigzagare nella colonna ad un casello autostradale a Ferragosto. Alla fine ti viene concessa la corsia preferenziale. Dev’essere in nome del legame di sangue. Ma la paghi moralmente. Per i bambini del Biafra. Per i malati terminali. E, giusto per stare al passo coi tempi, per i disoccupati che non sanno come tirare la cena in tavola. Insomma è come se ti fosse stato arbitrariamente concesso un privilegio da pagare in moneta sonante di sensi di colpa che ti verranno prontamente enumerati. E non importa se non sono i tuoi. Dovrebbero esserlo. Quindi paga.

Per mia madre c’è sempre chi sta peggio. Non è una visione d’insieme la sua. E’ un modo come tanti altri per chiudere la pratica in cinque parole. Del resto lei è una donna terrena e terrestre. Sono io l’aliena. Il guscio con una vita dentro. Che invece di lucidarsi le superficie prova a nutrire la perla. O il mollusco. Visto che, in fondo, non ho pretese di intestina nobiltà.

Comunque andai da questa psico-femmina. Era piccola, ossuta e dozzinale. Provai un immediata e sana repulsione nei suoi confronti. Del resto ero in una fase misogina della mia esistenza. E, se due più due fa ancora quattro, potrei tranquillamente rilanciare a misantropa. Il che rappresenta un totale controsenso rispetto al cercare aiuto. Un biglietto per un giro doppio sulla giostra del fallimento.

In ogni caso, vidi la psicologa solo un paio di volte. Sovrappose alcuni appuntamenti abbandonandomi con una sua sedicente collaboratrice. Avrebbe potuto essere la sua colf, per quello che ne sapevo io. Non che sembrasse una colf. Ma stare lì, di fronte a quella statua di sale, mi trametteva un senso di inutilità. Come pregare qualche madonna di gesso e vederla non scalfirsi nemmeno per un millimetro. Però la tariffa la sborsavo lo stesso. Anche per il gioco del silenzio con l’assistente. E non mi trovavo i pavimenti puliti.

Mi fece compilare un test lunghissimo a base di affermazioni manipolabili sulla base del voler dare di sé un’impressione piuttosto che un’altra. L’unica di queste che non capii pienamente riguardava il desiderio di gestire un negozio di fiori. Non c’era la possibilità di aggiungere commenti personali. Diversamente avrei scritto che il mio interesse in campo floreale atteneva esclusivamente il vendere fiori recisi davanti ad un cimitero. Falso, ma suonava davvero ad effetto. In realtà i fiori mi piacciono solo se hanno le radici. Il che deve significare che ho una certa attitudine alla cura di terzi parti. Se il “figliame” fosse come il fogliame credo che avrei almeno una cinquina di pargoli. Li innaffierei a dovere e loro mi ripagherebbero con generose fioriture. Ma People are strange e io sono la straniera. Per questo sopperisco alle mie carenze espressive con citazioni musicali. Anche se difficilmente verranno capite.

Tornando al punto, sono certa che se avessi risposto positivamente ai quesiti sul sentire le voci o sul vedere i morti l’ossuta terapeuta mi avrebbe, con grande sollievo, rifilata dallo psichiatra. E i suoi appuntamenti si sarebbero riallineati nell’emisfero delle questioni gestibili. In fondo la psicologa non era molto diversa da mia madre. Fosse il terzo mondo o il sovraccarico lavorativo, entrambe mi stavano più o meno graziosamente scaricando. Ero finita tra le braccia di una fotocopia attitudinale della mia genitrice. O forse no. Ma il risultato era lo stesso.

Decisi volontariamente di non barrare alcune affermazioni dell’ormai famigerato test. Volevo vedere come avrebbe reagito, ammesso che l’avessi mia più rivista. Se avrebbe ignorato la cosa, salvo poi spingermi sull’argomento o se mi avrebbe reso i fogli chiedendomi di sanare le mie dimenticanze. Riapparve, optando per la seconda. Avrei fatto lo stesso. Il che mi fece ritenere che non avessi bisogno di lei. Meno che mai della sua assistente. Sarebbe bastato che mi guardassi furtivamente allo specchio, seminando croci a spaglio su inquisitorie psicologiche scaricate dal web.

Decisi di interrompere allora il mio rapporto con la psicologia e di prendermi una vacanza dal mondo. Fuggii in Tunisia. Era un posto come un altro. Ma, per le mie finanze, svenate in quattro sedute, era l’unica destinazione papabile.

E questa è la storia di come arrivai per la prima volta a vedere il deserto.

Non sono il tipo di persona che vorrei conoscere

Ieri sera, al culmine di una giornata del tutto inconcludente e parecchio frustrante, mi sono messa a rileggere il mio blog e ho scoperto di aver dato fin qui tutta me stessa, senza limiti e senza autocensure, il che può anche essere un bene anzi sicuramente lo è. Non cambierei una virgola di quello che ho scritto perché tutto mi rispecchia fedelmente, ovvero riflette in modo perfetto il mio modo di pormi verso le situazioni della vita e verso le persone. Nel bene e nel male non c’è nemmeno una riga che non riconosca mia.

Ci sono dei limiti espressivi, ma mi rendo conto che sono dovuti alla mia dubbia padronanza della capacità di tradurre fedelmente il pensiero poco lineare in parola comprensibile. Nulla a che vedere con il mio passato in cui tendevo a nascondermi dietro ai fronzoli sperando di celarmi agli altri e offuscandomi invece a me stessa, al punto da rileggere a distanza di tempo senza capire di che avessi scritto.

Esaminando il mio trend psicologico e mentale mi sono tuttavia resa conto di non essere il tipo di persona con cui, se fossi qualcun altro vorrei avere a che fare. Fondamentalmente nei riguardi del prossimo generico ho la brutta abitudine di pormi in modo ironico ma con un taglio chirurgico, tendente al sarcasmo e ambiguo al punto che spesso mi rendo conto di sembrare estremamente supponente.

Non parto mai dal presupposto di un mio essere migliore, ma spesso vedo me stessa come estranea a determinati atteggiamenti, ma di un’estraneità che non è sinonimo di superiorità. Mi sento su un piano diverso rispetto alle persone che mi circondano ma non è detto che il mio livello sia superiore al loro, potrebbe tranquillamente essere l’opposto. Non è mia intenzione esprimermi sulla qualità, semplicemente focalizzo sulla differenza cercando di non attribuirle un giudizio di merito, ma questo con le parole non so renderlo e mi stupisce che nessuno mi abbia mai commentata ad insulti.

Invece quando si tratta di soggetti specifici, punto il dito e non faccio sconti. E lo faccio con totale cognizione di causa e piena volontà. La vita mi ha insegnato che nessuno ne merita, nemmeno io, e nessuno me ne ha mai fatti in fin dei conti. La comprensione e il perdono sono due valori nobilissimi e importantissimi, anche al di fuori di un’ottica cristiana, ma io ho scarsa dimestichezza col primo e nessuna familiarità col secondo. Li lascio a gente migliore di me, più matura, meno disillusa. Gente a cui sono stati serviti piatti meno avvelenati o che ha saputo sputare prima che il veleno andasse in circolo.

Tuttavia in rari casi i miei pensieri scivolano accidentalmente su un passato così remoto da farmi venir voglia di trovarci qualcosa di positivo, essendo ormai estranea ai fatti ed al sicuro da pericolose illusioni. Lì credo venga fuori la parte più umana di me, forse la migliore, ma sicuramente anche la più intermittente e la meno caratterizzante.

Quella che non vive su periodi ma su istanti e l’istante è il tempo di un bacio, di una risata, dell’effimero, quello a cui mi piace aggrapparmi nel ricordo, quello che non dura e non salva, ma che retrospettivamente azzera i conti, anzi li rende superflui.
Uno pari e palla al centro. A questo sono serviti i bei momenti della mia vita, a farmi pensare a gran distanza di tempo, che “non fosse solo carne”, che si potesse anche smettere di odiare, di recriminare, che si potessero consegnare gli altri all’oblio, graziandoli con quel nanosecondo di incanto che ci hanno saputo regalare.

Posso provare ad enfatizzare il gesto ma non ad amplificarne la durata, posso ricordare ciò che ho avuto di buono ma non so perdonare o fingere di riponderare, così che il male e il bene si bilancino. E non so comprendere, perché il più delle volte non c’è davvero nulla da capire, spesso è già tutto fin troppo chiaro e dio sa se spesso non avrei voluto che non lo fosse, se non avrei voluto quel margine di dubbio a cui potermi aggrappare per salvare il mio giudizio del prossimo.

Ma nel più dei casi, per onestà verso me stessa, ho potuto solo alzare le mani, lasciando che il tempo attenuasse i sentimenti, che la foto sbiadisse e che, nell’indefinitezza dei contorni, si svelasse un dettaglio fin lì passato inosservato, giusto un istante prima che l’intera immagine sparisse per sempre.
E su quel dettaglio riesco ad essere umana per un attimo, ma la vita non è fatta di attimi, salvo che li si possano incollare insieme in modo armonioso e con un senso concreto di consecutività e io non ne sono in grado, se non mentendomi.

Preferisco assecondare la mia naturale necessità di razionalizzare, analizzare e mi prendo la contropartita della distanza, a volte ambigua, che ne consegue. E, pur con tutte le ragioni che mi riconosco, guardandomi dall’esterno mi vedo chiusa in un guscio trasparente, sottile ma resistentissimo, non poi così rassicurante e comodo come si vorrebbe credere, ma necessario oltre che spontaneo.

E mi convinco che no: non sono il tipo di persona che vorrei conoscere. Nessuno ha voglia di fracassarsi le ossa contro le invisibili e onnipresenti resistenze altrui e io d’altro canto ho perso la voglia di abbassare la guardia.

Il sottostimato potere degli occhi (Pensieri sconnessi su odio e provocazione)

Hanno portato il notebook per CapoPalla. E’ venuto ad installarlo L._Sistema_Operativo, il tecnico che ci mandano da sempre. Lui ci conosce. Nulla lo stupisce più. Ci fa visita a cadenza regolare, bisettimanale. Solo per un periodo era sparito. Un intervento chirurgico se non capii male. Ma di certo non glielo chiederò. La sua vita non mi riguarda. Entra nel mio ufficio, lo guardo, mi piace. Nel senso generico del termine. E’ dimagrito dopo quell’intervento. A me piacciono gli uomini magri. Hanno qualcosa di sessuale le ossa visibili. Zigomi, scapole, sterno. Ma gli affari vanno rigorosamente separati da piacere. Non farlo sarebbe molto più accattivante. Ma ci vogliono precauzioni. Schermature cardiache. Col sesso non è dato mai di sapere dove si andrà a finire esattamente. E comunque non ci ho mai provato con nessun uomo: nessuno. E non intendo cominciare adesso. Sono molto femminista in questo. Io ti guardo, tu capisci e ti muovi. Se non sai cogliere la pupilla eccessivamente fissa su di te non sono problemi miei. Ti ho scrutato ogni millimetro di pelle scoperta e ho delineato quella coperta, atomo dopo atomo. Dovrebbe essere chiara la questione. Non che abbia mai fatto nulla di tutto questo con L._Sistema_Operativo. In effetti forse una volta sì. Per gioco. Mi piace vedere le reazioni delle persone. Anche senza nessuna finalità specifica. Soprattutto lì. Con l’uomo della mia vita che aspetta al piano di sotto. Nulla da perdere, nulla da guadagnare. E’ come mettere alla prova. Testare resistenza, nervi, solidità . E così lo incrocio sulla porta della sala fotocopie. Siamo soli e discretamente vicini. Non troppo. Solo qualche centimetro oltre i limiti antipanico. Mi parla del server. Lo fisso, gli fisso le labbra e rispondo impassibile, a tema, precisa sul dettaglio tecnico. Però lo scruto in quel modo ambiguo. E lui scappa. Non mi rivolse la parola per oltre un mese. Chiedeva sempre di qualche collega. Divertente. Come sia facile insinuare dubbi inesistenti. Come le persone scappino, invece di reagire. Poteva chiarire la sua posizione. Gli sarebbero bastati gli occhi. Gioco ad armi pari. Senza parole. Non ne servivano. Le parole tradiscono in certi casi. La storia lo dimostra. Ero alle superiori, in seconda. E odiavo profondamente l’insegnante di tedesco. Aveva commesso un errore imperdonabile. Eppure mai uno sgarro da parte mia. Ma la fissavo, intensamente, per mesi. Gli occhi dicevano tutto il mio disprezzo per lei. L’odio le si riversava addosso da una posizione imprecisata tra i banchi di mezzo. E alla fine cadde. Mi chiamò in privato e mi chiese del modo in cui la guardavo. Disse di essere consapevole del fatto che la odiassi. Negai, falsamente stupita, così piena di forzata innocenza. Molto teatrale, ma sulle parole si può recriminare, sugli occhi no. Avrebbe dovuto saperlo, saper aspettare. Anche se avrebbe atteso invano. Avrebbe dovuto rispondermi con lo sguardo. Aggiungere al suo cinismo naturale quel tocco extra personalmente riservato a me. Ma non si rese conto che la bocca a volte è meglio non usarla. E che gli occhi non sono fatti solo per guardare. Peccato. State perdendo uno strumento comunicativo fondamentale. Tagliente, inopponibile. Tu, L._Sistema_Operativo e chissà quanti altri al mondo. E quando qualcuno ve ne sbatte in faccia il potere, rimanete del tutto disarmati. In fuga. Intrappolati in reazioni illogiche. Come criceti sulla ruota. Non amo la banale preferenza per occhi chiari e limpidi. Non focalizzo sulle iridi azzurro-verdi. Ma uno sguardo che sapesse sostenere il mio, le sue provocazioni, il suo odio e tutto ciò che con gli occhi può essere comunicato è qualcosa che difficilmente potrei dimenticare.