Le altre vite che vivremo e quelle che abbiamo vissuto già

Ci sono dei giorni che odio particolarmente. Quelli fatti di torcicollo, a scrivere dettagliate frasi, senza dimenticare nemmeno una virgola. Tutto in stampatello, tutto perfetto, tutto da cancellare tra una decina di giorni. Mi verrebbero in mente almeno un centinaio di cose che, nel corso dell’ultima settimana, ho messo in piedi per poi minuziosamente distruggere. E senza nessun piacere. La distruzione dovrebbe generarne. Ma sono troppo razionale per esserle amica. Credo mi manchi il coraggio di essere folle. Ma non è questo il caso. Il mio quotidiano ricade molto più nell’accezione del costruire ed abbattere a comando, del provare un’apatica frustrazione nel dover rientrare al millimetro in labirinti mentali altrui nei quali non potrei essere più persa. E uscirne quando suona la campanella, alla fine delle lezioni. E’ come un paio di scarpe troppo piccole, che metti comunque per ammortizzare la spesa, ma non vedi l’ora di tornare a casa per levartele e sbatterle al muro. O come uno di quei videogames che, per quanto tu possa aver tentato un miliardo di volte, ti uccide puntualmente al primo livello. O forse no, non è come nulla di tutto questo. Perché non presuppone l’utilizzo di una qualche forma di volontà o l’assunzione di decisioni, ma semplicemente l’adattarsi a quelle altrui. E, poiché non sono nata né d’acqua né d’aria mi è tutt’altro che semplice. S’impara, ma rimane sempre qualcosa in fondo, come se il meccanismo ogni tanto s’inceppasse per un attimo e io potessi vedermi da fuori e realizzare che non era ciò che avrei desiderato per me stessa. Vabbè sdrammatizziamo: l’è ‘nacia la quaia. E non vale davvero la pena di pensarci troppo. Magari sarà per la prossima vita. Devo iniziare a crederci nella reincarnazione o in qualunque cosa presupponga che si possa rifare tutto da capo. Magari con un pizzico di saggezza e di audacia in più, anche se del tutto inconsapevoli dei propri precedenti. Sarebbe carino. Assurdo però. Al terzo giro sarei sulla giusta strada per essere un eroe. O una santa. Lo saremmo tutti. Ma non pare che il mondo vada avanti a suon di persone sempre più giuste, nobili e coraggiose. Direi quasi il contrario. Direi che se esistessero molteplici possibilità, abbiamo trovato l’equazione per giocarcele sempre peggio. Un sistema basato su ferree leggi matematiche, senza possibilità di errore migliorativo. Forse questo ha a che vedere col fatto che oggi mi sento come se mi avesse travolta un treno. O forse no. Magari basta una vita per far danni e nessun dio vorrebbe vederci sulla scena per una seconda volta. Come non gli si può dar torto… Comunque è tutto molto strano. Non mi è successo nulla di che. Potrebbe essere che sia proprio questo lungo fiume tranquillo a mettermi di cattivo umore. Il fatto di sapere dove andrò a sfociare e di poter prevedere, senza particolari sorprese a smentirmi, come si snoderà il mio viaggio. Parto tra un paio di giorni. A proposito di viaggi. Potrei essere felice scappare dall’Obitorio, ma doverci tornare a breve per trovare la scrivania sepolta di cose che avrebbe potuto fare chiunque e che invece hanno abbandonato alla mia “competenza” è piuttosto demoralizzante. Viaggiare mi prende malissimo. Presuppone sempre un ritorno. Il che, per una che è rimasta due anni lontana da casa, senza aver mai capito cosa significasse il termine “nostalgia”, incombe dal primo giorno come una specie di minaccia. Come se lunghe mani del dovere e degli obblighi non mollassero mai la presa nemmeno per un singolo istante. Come se per un nanosecondo di vita ci fossero da scontare mille anni di morte nella banalità prevedibile del quotidiano. Amen. Viaggiare presuppone anche dover fare valigie. Odio profondamente gli artisti del settore. Quelli che buttano due cose in uno zaino e vanno dall’altra parte del pianeta per un paio di mesi. Senza aver dimenticato nulla. Io non imparerò mai. Per quanto ogni volta mi renda conto di aver portato con me millemila cose inutili e mi riproponga di non commettere nuovamente l’errore, alla partenza successiva mi ritrovo da zero. Con i sandali in Alaska e gli stivali alle Bahamas. Perché, da quando l’ozono latita nella stratosfera, non si sa esattamente di fronte a quali mutazioni climatiche potrei trovarmi. Per distruggere il pretesto mi converrebbe applicare il teorema del Latitante. Dopo averlo lasciato mi deliziò per mesi di mail infami in cui mi incolpava per ogni disgrazia che sia mai piovuta sul nostro pianeta, dall’esplosione del reattore numero 4 alla fame nel mondo. Il buco nell’ozono suppongo stia da qualche parte là nel mezzo, per cui se i ghiacci dell’Antartide si stanno sciogliendo la responsabilità è solo mia e non sono giustificata nel non saper stare in “soli” quindici chili di bagaglio per un weekend. Penso che potrei pormi in questo l’obiettivo scacciapensieri della giornata. Tornare a casa e buttare due cose in una borsa, qualsiasi cosa peschi alla cieca dal primo armadio che mi capita a tiro. E fare il punto al mio rientro. Se volessi essere più leggera, cosa di cui non sono certa in modo costante, dovrei anche stare meno addosso a tutto ciò che è materiale e strumentale, a tutti quei dettagli su cui mi accanisco fino a decontestualizzarli, rendendoli di importanza capitale. Un paio di calze come una parola infelice. Potrei vivere senza le prime e dimenticare le seconde. E magari sia il bagaglio fisico che quello emotivo diventerebbero più gestibili.

Annunci

Senza Scopo di Lucro

Dopo tanto tempo non so da dove iniziare.

Ok, first things first: un minuto di silenzio per il Latitante buonanima, che è passato a miglior vita. Almeno spero che sia migliore, visto che la mia lo è di sicuro e sarebbe ingiusto non augurargli altrettanto. Insomma l’ho mollato alle sue incasinatissime disavventure e catastrofi quotidiane, anche se, nel suo orgoglio di maschio alfa (o presunto tale), è convinto che sia stato lui a lasciare me. Molte idee e molto confuse, un suo classico intramontabile, ma, se doveste incontrarlo, reggetegli il gioco, altrimenti rischiate di non venirne più fuori.

In ogni caso, ero convinta che sarebbe stato più difficile. Se solo avessi saputo che la tragedia greca sarebbe durata solo un paio di settimane, di certo avrei provveduto con largo anticipo a tagliare la testa a questa bestia policefala che sbatteva da tempo dentro ad uno spazio asfissiante.

Secondo i miei calcoli iniziali, adesso dovrei allegramente saltellare nella lande disperate ed oscure della totale solitudine. Invece si è inserita una variabile che chiamerò Kid_A. Trattasi di un acquisto di fine estate. Si sa che in periodo di saldi noi donne proprio non sappiamo resistere alle tentazioni. E, a prescindere dalla stagione, quando si tratta di rapporti umani, sono sempre curiosa di vedere come andrà. O meglio, come andrà a finire, visto che mi è chiaro come non mai che non sono destinata all’eternità di coppia, né all’eternità relazionale in genere.

I miei genitori, che mi considerano come una ragazzina ai primi amori, e ritengono di aver voce in qualsiasi capitolo della mia vita, disapprovano prevedibilmente quella che per loro è la mia pochezza emotiva e dissolutezza sessuale. A onor del vero sono stata la loro figlia preferita per ben due giorni, ovvero per il lasso di tempo intercorso tra quando ho ufficializzato la fine della mia relazione con il Latitante ed il momento in cui hanno scoperto che avevo una nuova frequentazione.

Logicamente questo termine nel loro vocabolario non esiste. Per i miei ci si fidanza seduta stante e ci si sposa dopo un paio di anni, che suppongo sia quello che hanno fatto loro, anche se non ho mai svolto indagini in materia.

Il pater sostiene che sono laureata nel togliermi da un guaio solo quando ne ho per le mani uno peggiore in cui infilarmi. Alla mater ho cercato di spiegare il concetto di “rapporto senza scopo di lucro”, ma, visto che ai suoi tempi simili concetti non esistevano, mi ha ignorata per passare all’interrogatorio.

Dopo aver inutilmente passato in rassegna l’eventuale esistenza di matrimoni, separazioni, divorzi, figli e presunti tali, la mater è andata dritta al 730, in cui sono stata piuttosto carente, visto che, come già avevo tentato invano di precisarle, si tratta di un qualcosa (qualsiasi cosa sia) che non arriverà alla comunione/separazione dei beni. Alla fine ha dimostrato un minimo di buon senso, passando alle domande che ogni madre, tranne lei, farebbe per prime, come il nome e l’età. Per il primo nessun problema, ma sulla seconda sono caduta rovinosamente.

Mi dice “Ma lo sai che quando tu avrai settant’anni lui ne avrà ottantadue?

“E’ più probabile che sarà già morto e io sarò alle Fiji a godermi i meritati frutti della pensione di reversibilità”

“Guarda che averla lo devi prima sposare e poi, per allora, le pensioni non esisteranno nemmeno più”

Mi ero dimenticata che la mater non avesse la minima idea di cosa significhi “sense of humor”. Dev’essere un’altra di quelle cose, che, quando era giovane lei, non esistevano. A me invece tocca praticarlo molto, diversamente con due genitori che, mentre sto già con un piede nella fossa, mi trattano come se non avessi speranza di arrivare all’età della ragione, ma sarei già sparata.

E’ una di quelle situazioni in cui vorrei che fosse ancora viva mia nonnina paterna, donna tosta all’ennesima potenza, da cui penso di aver preso una certa attitudine a valutare il lato pratico e concreto delle cose. Lei, dall’alto della sua saggezza popolare, avrebbe sentenziato che “Morto un papa se ne fa un altro” e io me la sarei cavata da regina del buonsenso che vuole assicurarsi la legittima costante presenza di qualcuno che le cambi le lampadine.

 

Legàmi

Mi chiedi di scrivere ancora. Di scrivere quelle cose astratte e contorte che dicono tutto per non rivelare nulla. Mi chiedi di scrivere con te. Di essere brutalmente esplicita. Di piangere con te. O per te. Ma è passato tanto tempo. Troppo. E sai che adesso sono diversa. Eppure vorresti salvare qualcosa della vecchia me. Qualcosa che ti attratto, a tuo piacimento. Come ritagli di giornale ingialliti in qualche cassetto dimenticato. Significati che hanno smesso di esistere, gusci ormai vuoti che ancora restano. Che ti danno certezza con il loro dove preciso. Perchè ribaltando la stanza ritroverai. E non sai che ho sempre scritto. O forse lo sai. Ma non mi hai cercata. Non potevi leggere. Non dovevi. E nemmeno adesso ti concedo di farlo. Non capiresti. Tutti abbiamo dei limiti. Questo è uno dei tuoi. Colpevolizzarti nel modo più sbagliato. Nel momento più sbagliato. E montare barricate contro le critiche degli altri. Per quanto molto più pacate e costruttive della tua autoflagellazione senza pietà. Come se la vita da sola non ci avesse lasciato stigmi a sufficienza sulla pelle e nell’anima. Ho scritto di te e ne ho scritto nei peggiori termini. Perché i migliori ho preferito viverli. E tu eri lì con me. Ho scritto di te, tramutando in parole tutto ciò che di fronte a te era silenzio e rabbia. Tutto ciò che tu penetravi con un singolo sguardo. Ma che era verbalmente mio. E tale doveva rimanere. E ho scritto di molto altro. Piccolezze. Frammenti insignificanti di una vita passata ad aspettarti. Di un’esistenza che ancora, malgrado mi ripromettessi diversamente, scorre così. In attesa. Mi chiedono perché. Non posso rispondere, non sinceramente, per lo meno. Perché tu sei l’unico con cui sia mai stata davvero me stessa. Il che implica che tu mi abbia dato qualcosa che altri hanno provato a darmi senza riuscirci mai. Nemmeno coloro che mi hanno amata davvero. Né coloro che continuano a farlo. Mi appello all’amore, come ci si attacca ad una giustificazione banale ma solida. Eppure non è l’amore ciò in cui mi sento primariamente carente senza te. E’ soprattutto nella verità che mi manchi. Non che non ti abbia mai mentito. Non che tu non abbia mentito a me. Ripetutamente. E per ragioni del tutto inconsistenti. E’ qualcosa che riguarda l’essere nel momento. Ciò che sono con te, non ciò che sono stata o che sarò. Ciò che verrà riportato e non necessariamente vissuto. Non insieme comunque. E’ qualcosa che muta in continuazione che mi lega a te. Qualcosa che molti definirebbero chiamando in causa qualche squilibrio della psiche. E che noi chiamiamo semplicemente istinto. Qualcosa che si trasforma e trasforma me in modo fluido e continuo, senza forzature ma colmo di strappi. Che mi rende felice in un istante e sull’orlo delle lacrime in quello successivo. Senza nessuna ragione. Senza che te ne debba una. E’ la miriade di elementi, di frammentazioni illogiche ma naturali, che vive in me come in te. Che mi fa desiderare tutto e l’opposto di tutto. Per portarmi in conclusione a considerare che in fondo non voglio nulla. E mi basta guardarti o sentire la tua voce per sapere che sei con me. Che sei come me. Che con te posso essere vera. Senza limiti, senza manuali d’istruzioni. Senza giudizi, pregiudizi o sopracciglia alzate in segno di disapprovazione. Ed è soprattutto questo che mi era sempre mancato prima di te. La libertà di essere fino in fondo. Andata e ritorno. Senza salire la scala un gradino dopo l’altro, senza scenderla facendo attenzione a non inciampare. Ma saltando, buttandomi giù, risalendo in volo. Priva di continuità, di prevedibilità sulla prossima mossa. In mezzo a tutti quei toni di grigio che a volte sembrano così simili al nero da rendermi cieca. E poi all’improvviso arrivano a sfiorare la perfezione della luce e del calore. E così torno a scrivere qui. E torno a scrivere a te altrove. Per coltivare il mio essere me stessa. Tenendo per me i dettagli del buio che senti e regalando a te la mia migliore serenità, quella più folle e cristallina. Quella che prende ogni dettaglio nel mirino e gli spara senza pietà. Ti racconto delle mie ansie botaniche, delle giornate inutili, dei colleghi idioti, delle unghie dipinte di verde. E tutto il resto è altrove. Mai troppo lontano dalle tue percezioni. Mai troppo vicino alle tue certezze. In un biglietto che ho trovato in cucina il giorno in cui sei partito mi chiedevi di sorriderti perché anche tu stavi sorridendo a me. Ho pensato a quanto fossero belle quelle parole. E false al contempo. E per un istante ho sorriso davvero. E adesso sii tu a sorridere a me. Immaginami sempre felice e piena di speranze. Immaginami innamorata di te. Sempre. E fingi di non percepire la forzatura. O semplicemente immaginami folle, piena di risate e lacrime, di paure, fantasie e sconforto. Immagina la pelle, la carne, il sangue, che s’intrecciano e mutano. Che mi portano lontana e mi fanno tornare dentro di te. Come la tempesta che prima o poi riporta a riva le macerie del naufragio. O forse no. Magari avrai smesso di sorridere, ma stringi tra le mani la verità e nulla di più forte potrà mai legarmi a te.