Il confine labile tra l’amore e l’odio è la fune da cui scivola piano il tempo delle nostre vite

Dove muoiono i desideri, i sogni, le aspettative? E soprattutto, perché nascono e si suicidano in modo a volte così impercettibile?
Ho conosciuto il Latitante in modo accidentale e me ne sono innamorata senza fretta, senza nemmeno capire cosa mi stesse accadendo. Comunque alla fine ci sono cascata. Non so cosa mi affascinasse di lui. L’eloquio suppongo. In effetti le parole sono la prima cosa che mi colpisce nelle persone, in qualsiasi essere umano. E la corrispondenza tra queste e i fatti è il mio principale metro di giudizio sul prossimo.
Nel caso specifico, certi fumi emotivi resero molto labile la mia percezione del confine tra la volatilità espressiva e la sostanza dei gesti. Ma l’avrei capito solo molto più tardi.
All’epoca una serie di congiunzioni avverse ci impedivano di vivere una relazione ravvicinata. E da lì è iniziato un lungo viaggio dentro all’utopia. Ogni volta che credevamo di fare un passo avanti ci ritrovavamo scivolati chilometri indietro. Era frustrante doversi accontentare delle briciole, dei giorni rubati alla vita reale, dei ritagli improbabili di tempi, recuperati di fortuna tra treni, aerei, ferie, permessi e festività.
Aveva comunque un che di emozionante all’inizio. Ci sentivamo animati da quell’idea di falsa clandestinità, di lotta contro tutto e contro tutti, da quella sicurezza di poter scalare montagne ed arrivare su ogni cima con la freschezza di chi abbia fatto una breve passeggiata in campagna. Ogni banalità veniva inondata dalla nostra adrenalina e diventava elettrizzante.
Ma l’ingenuità di certi entusiasmi è destinata a morire giovane. Affrontare una storia in modo particolarmente intenso dev’essere un istinto, non un diktat. E a noi era caduto tra capo e collo l’obbligo tacito di far fruttare al massimo ogni singolo attimo. Le forzature, inizialmente allineate con la nostra volontà, col tempo si sono fatte percettibili e presto insopportabili. Ripensandoci non è troppo strana l’entropia dell’entusiasmo. Né la nascita dalle sue ceneri di un senso nauseante di massacro e teatralità.
E’ come tappezzare una stanza minuscola di posters raffiguranti luoghi esotici e sconosciuti per provare ad illudersi di essere stati ovunque. All’inizio si rimane lì a rimirare soddisfatti la propria opera, ma gli occhi si saziano velocemente e l’anima torna a morire di asfissia per l’angustia di una realtà che nessuno sforzo immaginativo può mascherare. E si finisce con lo strappare tutto quanto. In modo quasi liberatorio, si torna a respirare. Per quanto l’aria possa essere contaminata.
Io e il Latitante abbiamo tentato di comprimere il tutto nel nulla, di fare ogni cosa sul filo di una manciata di ore, gettateci in pasto come si buttano le ossa ai cani. Abbiamo sentito l’inclemenza delle suddivisioni ordinate in minuti e secondi come un pugno nello stomaco. E finto di ignorarla con un sorriso sulle labbra, di soffocarla nell’ennesima avventura. Piuttosto stupida da parte nostra questa ostentata iperattività. Quello che ci mancava davvero non era il “fare”, ma l’’”essere”. Essere persone normali. Essere felici, tristi, insieme, soli, uniti, separati. Secondo l’umore, il momento, il desiderio. Senza obblighi, senza sensi di colpa, senza correzioni di necessità, senza i polsi bloccati dalle manette del tempo.
E tutto è degenerato in un teatrino straziante. Una tragedia recitata con passione all’inizio. E finita in meccanica pura. Ricalcare ogni volta la stessa scena, come attori consumati dalla noia, bloccati dentro ad un personaggio con il quale ormai vengono confusi. Fare bagagli, partire, tornare, contare i mesi, le settimane, e i giorni fino all’incontro successivo e poi ricominciare tutto daccapo. Di nuovo. Attraverso le stagioni ed il loro riproporsi. Indossando panni sempre più stretti ed estranei. Il binomio star bene/star male ha perso ogni associazione con il ritrovarsi/lascarsi.
Le archiviazioni sono diventate immediate, massive. I dettagli sono stati tralasciati per liberare spazio sulla memoria. E la tristezza di tanto vuoto si è riempita lentamente di qualcosa di rassicurante.
Qualcosa che assomiglia alla strada di casa, che, ripercorsa dopo un lungo viaggio, mi rivela, in ogni suo dettaglio, di essere ancora lei, fedele ed immutata ad attendere il mio ritorno. A curarmi le ferite, a ricordarmi chi sono e cosa voglio. Ho ritrovato me stessa. I miei desideri, quelli veri, quelli che non sono mediazione tra le parti, ma affermazione di una volontà che di piegarsi non ne vuole sapere. Non il meglio “per noi”, ma il vero “per me”.
Pensavo fosse la fine. Pensavo che peggio di così tra me ed il Latitante non potesse andare. Invece no. Sono arrivata ancora più in basso. Ho desiderato fortemente che tutto girasse al rovescio. O che, per lo meno, continuasse a ruotare su sé stesso all’infinito. Ho sperato che i nostri progetti andassero a monte. Mi sono trattenuta a stento dal sabotare io stessa il nostro futuro insieme. Quel futuro-fantasma che per me è già passato, come un treno che ha lasciato la piattaforma da così tanto tempo che nessuno è in grado di ricordarsi che sia mai davvero esistito.
Ma nulla di tutto questo è successo. Ci è mancato poco. E mi sono sentita sollevata. Ma non ho avuto fortuna. E adesso la presenza del Latitante si agita intorno a me. Mi marca stretta, cozzando continuamente con i miei desideri, le mie aspettative, le mie abitudini. Sbattendo contro il genere di donna che vorrei essere ed il tipo di compagno che mi piacerebbe avere accanto.
La sua tetraggine, che un tempo mi aveva affascinata, sta diventando un elemento sempre più pesante da reggere ed impossibile da far coesistere con il lato ironico ed un po’ menefreghista della mia personalità.
E con il mio preponderante lato libero. Quello che mangerebbe i corn flakes a cena, che passerebbe l’intero pomeriggio a cucinare, per poi scoprire di aver fatto un disastro e buttare via tutto senza prendersela troppo, quello che si tingerebbe i capelli di rosa, che partirebbe domani per l’Uzbekistan senza tornare mai più. Quello che mi ha sempre salvata e per il quale aiutarmi a tenere insieme i giorni e i nervi sta diventando sempre più difficile. Mi sento sprofondare negl’Inferi di qualcun altro. Li sento diventare miei ed afferrarmi dalla caviglie. Proprio adesso che avrei così tanta voglia di volare…

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Il vero amore gira a mano armata (Escape from Babylon/Liberi dopo la caduta)

Sto per infilarmi nella vasca da bagno quando squilla il cellulare. Ogni volta che succede mi stupisco di essere così borghese da possederne uno. Mi rattrista l’essermi svenduta al consumismo imperante. O alle lamentele della genitrix maxima che crede che sapere dove sono e cosa faccio possa salvarmi dalla morte nunc et semper. Bastasse così poco ne avrei una rivendita di telefonini.
A sorpresa però scopro dal display che non è lei a chiamarmi. L’usura del tempo ha fatto perdere allo schermo la voglia di illuminarsi alle chiamate in arrivo, ma il mio occhio ben allenato mi permette di scorgervi sopra la parola LEX. LEX come L-e-x. Ossia l’ex. Non è una questione di primati sentimentali. Semplicemente si tratta del riconoscimento del diritto all’abbreviazione, legittimamente spettante a tutti coloro il cui nome totalizzi più di tre lettere.
Io e Lex ci siamo frequentati ai bei tempi di Babilonia, prima che la torre crollasse e fossimo costretti a fuggire per evitare di beccarci in testa le macerie cariche morigeratezza cristiana. All’epoca Lex era un uomo dal cazzo illuminato dai principi dell’egalitarismo tout court, quello che io chiamo comunismo sessuale e che risponde al concetto di “una botta a ciascuna non fa torto a nessuna”. Lui ha sempre nutrito un leggero disprezzo per me perché alle sue teorizzazioni sullo spaccio legalizzato dell’“amore” preferivo l’esempio del pollaio, dove il gallo è uno solo e le galline molte. E queste ultime, presto o tardi, s’ammazzano tra loro. O finiscono nella pentola di qualcun altro.
E’ passato molto tempo dai giorni felici della nostra dissolutezza giovanile, ma, nella mia stupida fissazione del voler conservare ogni cosa, custodisco ancora il suo numero di cellulare. Sta tra quello della tizia che mi dava ripetizioni di chimica e quello dell’insegnante di catechismo della cresima. Non si butta via nulla. Sai mai che nella vita mi possa tornare utile sapere al volo la legge dell’azione di massa o il terzo mistero doloroso. Mi sento più tranquilla se so di poter contare sul famoso “aiuto da casa”. E mi tengo sempre aperta la maggior quantità e qualità di opzioni possibile.
Di Lex tuttavia non saprei proprio che farmene. Credo che neanche lui sappia che farsene di me e non conosco il motivo per cui abbia ancora il mio numero. Forse ci assomigliamo più di quanto pensi. E questo mi inquieta. Ma abbiamo chiuso in pari e senza alcun tipo di rancore. Il che deve dipendere dal fatto che io, ai tempi di Babilonia, ero innamorata del Violinista. Costui non doveva aver mai visto un violino in vita sua, se non quello di prosciutto, ma aveva delle belle mani, che gli erano valse il nome, e il fascino tetro di un personaggio improbabile, che gli garantì la mia incondizionata ed incorrisposta devozione. Eppure l’amore ha sempre un perché. E’ lui che ci salva. O che salva qualcosa per noi. A me ha salvato Lex. Con il quale l’amore mi ha fatto cadere in piedi e con tutte le ossa intatte. Perciò ogni tanto ci sentiamo.
Sarebbe splendido farsi una chiacchierata con l’unica persona al mondo con cui il tempo della depravazione postadolescenziale sembra destinato a non finire mai. E’ come tornare ventenne. O meglio, come se da allora non fosse passato nemmeno un giorno.
Dico “sarebbe” perché per detrarre le forme ipotetiche dovrei essere capace di sorvolare sul suo tempismo terrorista con il quale riesce a sabotare la mia vita nei momenti meno opportuni, cavandosela candidamente con uno “Scusa ma dobbiamo parlare”. E dovrei anche glissare sulle sue convinzioni malsane di avere urgente bisogno di me mentre si trova in qualche sperduto aeroporto del Manitoba in attesa del decollo di un volo posticipato da una tempesta di neve. Non che io sappia dove sia esattamente il Manitoba. Ma so che per la parola “Ciao” mi deruba di 5 euro di credito telefonico. E questa consapevolezza mette fine ad ogni mio eventuale desiderio di rispolverare l’atlante e farmi una cultura geografica.
Stante il tempismo infelice e le peregrinazioni di Lex in giro per il mondo, ogni nostra conversazione inizia bypassando i convenevoli, con la mia immediata richiesta di poterlo richiamare, a patto che non stia in un night club sugli anelli di Saturno.
“Eca, sono giù al Macello e dobbiamo parlare adesso, anche perché tu non hai ancora scoperto che il cellulare le chiamate le fa, oltre che riceverle, e non ti faresti più sentire, se non tra dieci anni, quando il tuo catorcio, cadendo a terra, si deciderà a comporre anarchicamente il mio numero”
“Che cazzo dici? Mi riassumi?”
“Sì: parliamo adesso. Se vuoi mi raggiungi”
“Non intricare il discorso ché già faccio fatica. L’unica cosa intendo raggiungere ora è la vasca da bagno”
“Allora vengo io lì: ti parlo stando fuori dalla porta del bagno”
“Non ho niente da dichiarare e, volendo, nemmeno nulla da nascondere”
“Neanche quella farfalla che ti sei tatuata sul monte di venere?”
“E’ una mantide”
“E’ uno schifo”
“Perfetto. Ci siamo detti tutto, mi pare”
“No ascolta. Ho ricevuto un invito”
“Non sono stata io a spedirtelo. Guarda sulla busta: ci dev’essere il nome del colpevole”
“E’ di Bel. Te la ricordi?”
“Più o meno. Non starai ancora cercando di schiuderle il Triangolo delle Bermuda?”
“No è una causa persa. E’ che vuole che sia il suo testimone di nozze”
“’Sta grande puttana non mi ha nemmeno invitata”
“Ma tu lo sapevi?”
“No, ma se la legge del signore non mente è ora che metta la propria progenie al servizio di dio”
“E se fosse un affare post-riproduttivo?”
“Dio chiuderà un occhio, ma, conoscendo il tipo, non dovrebbe essere nemmeno postcoitale”
“E io che faccio?”
“Compra un bel vestito e vacci”
“Io?”
“No io. E ricorda di non essere te stesso per nessuna ragione al mondo”
“Non posso non essere me”
“Immaginavo. Senti, mandale una mail. Dille che sei bloccato in Uzbekistan da una rivolta civile e che le auguri ogni felicità”
“La stronza non ne avrà”
Non ho mai creduto che Lex avesse doti divinatorie. Non prima di questa conversazione, per lo meno.
Ma alcune settimane dopo esplose il gossip sul fatto che il matrimonio fosse stato cancellato in fretta e furia. Ma, poiché sono fuori dal tunnel della mondanità, non riuscii a sapere null’altro.
Perciò decisi che era giunto il momento di dare una sistemata alla mia folta criniera e mi recai da Ris, la rossa e tonda parrucchiera di tutte le teste coronate e scapigliate della città. Poiché facevo parte della seconda categoria, mi fu facile prenotare una sessione completa senza dare nell’occhio. Il martirio comprendeva colpi di sole, tinta e taglio.
Fu estenuante e ne uscii non sapendo bene chi ero, ragione per la quale, tornata a casa, decisi di coprire tutti gli specchi, finché la mia chioma non fosse tornata al suo stato di originaria devastazione.
Ma il risultato fu soddisfacente sul piano “sociologico”. Acquisii tutti i dettagli sull’interruzione volontaria della gravidanza matrimoniale. Illegale, peraltro, visto che pare che la gestazione fosse in corso da un numero imprecisato di anni.
La questione in realtà si rivelò piuttosto banale. Il promesso sposo, tale Piercarlo, dopo anni di penitenze e di torture psicofisiche autoinflitte allo scopo di piacere a Bel ed alla di lei esigentissima madre, sembrava aver messo in atto il suicidio nuziale, facendosi trovare a letto con Semiramis, che tutta donna non era, nonostante facesse del suo meglio. Per lei i tempi d’oro di Babilonia non sono mai finiti e ancora oggi devolve sé stessa alla vendita del meretricio a prezzi modici, riscuotendo più successo di quanto i suoi clienti siano disposti ad ammettere.
A fare la peccaminosa scoperta fu proprio la madre di Bel. Da qui in poi la narrazione si fa fumosa, il gossip acconciatoriale sfocia nelle più assurde supposizioni che non vale la pena di riportare. Si parlerebbe di tentativi di omicidio-suicidio a carico dell’intera famiglia, gatto incluso. E tutto sfuma nella leggenda, una di quelle che racconteranno ai nipoti dei nostri nipoti.
Tornai al Macello a cercare Lex. Avremmo potuto farci due risate insieme bevendo una birra ghiacciata, cortesia delle celle di congelamento carne. Ma mi fu riferito che stava rumorosamente possedendo una ragazza nel retro del locale, motivo per cui la musica era stata sparata a tutto volume.
I bassi mi pulsavano nello stomaco, stavo per vomitare, ma in un lampo di lucidità riuscii a mandargli un messaggio. “Visto che non ti sei assicurato prima se fosse maggiorenne, cerca di assicurarti dopo che creda che le ciò che le hai spacciato fosse puro amore miscela arabica 100%”.
E me ne andai.

La falsità che rappresento (Ristabilendo il cinismo di fondo)

You promised me poems. E mi raccontasti di avere scritto una poesia. Per me. Non era il mio genere. Parlava di sbagli. Concetto ribadito ad ogni verso. E io odio le reiterazioni. Ma gli errori e le ripetizioni avevano un loro senso. Il senso del riciclo. E più tardi, nel realizzarlo, lo trovai persino divertente. Mi chiesi quante donne, quante storie, quanti amori. O presunti tali. Ma in fondo la vita è fatta di revisioni, aggiustamenti. Di corsi e ricorsi. E io devo far parte della seconda categoria. Delle questioni “di ritorno”. Erroneamente perché questo treno mi porta a casa da un viaggio senza andata. Quegli amori che sono sempre zoppi. Come si dice dalle tue parti. Quelli riaccessoriati ai mercatini dell’usato. Quelli che indossano qualcosa di usato, di prestato, di vecchio, di nuovo e di blu. Almeno credo. E che si sposano perfettamente col fallimento emotivo. E ne muoiono. Le retrospettive sono sempre facili, penserai. E anche un tantino ingiuste. Questo lo aggiungo io. Tu non useresti mezzi termini. Ma mettiamo da parte quella tragicità teatrale. Ti condono tutti gli abusi edilizi di costruzioni egocentriche su zone erogene. Tu condona i miei. Ristabiliamo quel cinismo di fondo. Che tanto non è mai mancato a nessuno dei due. E se non ne avessi avuto mi saresti stato maestro e generoso elargitore. Mi sento molto ironica sul nostro conto ultimamente. Forse una risata non salverà il mondo. Ma i miei nervi sì. Ammesso che ne abbiano ancora bisogno. Che non sia già passata l’indifferenza a far loro voltare la testa altrove. E comunque una certa leggerezza è pur sempre un buon tentativo. Quello che tu non farai. Tentare. Perché tu, a differenza di me, non vuoi salvarti. Nossignore. Moriremo giovani e ci verrà riconosciuta non si sa più quale gloria postuma… Come vedi, parecchie prospettive si sono ribaltate. Montagne russe, direi. Se non che lo scorrimento è stato molto più lento. Come nelle trasmissioni calcistiche. Dove le azioni gol sospette vengono consumate al rallenty. Da ogni possibile prospettiva ed angolazione. Per individuare i millimetri del fuorigioco. E si ammazzeranno su dieci canali diversi contando quei millimetri. E crocefiggendo l’arbitro. Il tutto a volume cinematografico. For my ears only. Tra noi è stato così. Abbiamo consumato in ripetizioni deleterie ogni istante vissuto. Senza renderci conto che era andato in giudicato. E su queste sentenze inappellabili non avremmo fatto nessuna differenza. E nelle ripetizioni rallentate a cogliere dettagli inutili abbiamo perso i significati. Il cloroformio della memoria conserva ma non rianima. Siamo incastrati nella cataratta che separa un passato consumato dai nostri abusi e un futuro privo di certezze. Che non ho mai voluto, in fondo. Ma immagino che tu sappia che nessun edificio regge senza le fondamenta. E questo non ne ha. Un futuro prefabbricato. E nemmeno tanto bene. Le bugie saranno crepe. Il crollo imminente. La declinazione posticipatrice è d’obbligo. Ma sul procrastinare non ho nulla da insegnarti. Esistono necessità. Ma esiste altrettanto il colpevole saperne fare virtù. Nella stasi del vissuto-sopravvissuto avremmo potuto preparare il terreno, piantare le sementi, innaffiare, curare, proteggere e ricominciare da capo dopo ogni grandinata. Laboriosità in sordina, senza gloria. Ma sarei stata pronta a farlo se tu fossi stato con me. Ma è passato troppo tempo. E hai sabotato ogni tentativo di iniziare da sola nella speranza che tu seguissi. Lo sai quant’è difficile avere un giardino che esplode di vita? Non è un dono del cielo, della fortuna o di misteriose congiunzioni astrali. E’ il frutto di lavoro e fatica. Di speranze coltivate. Non gettate a spaglio in balia del vento, dei corvi, dei “se” e dei “ma”. Dici la stanchezza, le delusioni. Come se vivere avesse consumato solo le tue di ossa. Come se i tuoi mali fossero i più devastanti per l’umanità. Ti rimanderei alle lezioni di mia madre. Sugli tsunami e l’Etiopia, su chi è morto prima di nascere e chi è nato dove sarebbe meglio non metter piede nemmeno per sbaglio. Troppo pragmatismo fa male perché ci ruba quei pochi centimetri quadrati di scena che legittimamente ci spettano. Ma un dosaggio controllato potrebbe farti balenare per la mente che non siamo poi così speciali. Non ci sono leggi di compensazione per cui chi tanto ha perso ancor più ha diritto di ricevere. Non ammetteresti di pensare cose simili, ma le tue azioni lasciano intendere l’opposto. E lo so: non sono nessuno per dirti cosa devi e cosa no. Me lo ricordi tanto spesso che quasi mi diverte remare contro la corrente delle tue affermazioni. Quelle impositive soprattutto. Non perché arriverò da qualche parte. E’ solo per il gusto di… Ché quando la strada non si allunga ma gira in tondo, tanto vale consumare gli scenari a bordo pista. Per quanto non siano accattivanti come l’infinito orizzonte. Tanto in basso sono arrivata. Come una bimba che si impegni nel fare qualcosa proprio perché le è stato vietato. Per quanto sappia che non otterrà nulla. E per quanto poco sia interessante, in fin dei conti. Tirarti i capelli. Un fastidio subito dimenticato. O un turbamento istantaneamente abortito. Questo stiamo diventando l’uno per l’altra. Sono finiti i tempi di silenzi orgogliosi, dei cuori spezzati e delle notti passate a mal trattenere le lacrime. E adesso mi sembra tutto così stupido. Lontano. Infantile. E presuntuoso soprattutto. Quell’idea di essere diversi, migliori, speciali. L’ho passata tante volte. E mi chiedo come sia possibile che la vita non mi abbia insegnato nulla. Che anche con te abbia avuto l’ingenuità di credere che fosse vero. Che io e te avremmo fatto la differenza. Quando l’unica differenza che abbiamo realmente fatto è quella tra la verità e la menzogna. E tu sai quale delle due rappresentiamo.