Pezzi di noi che non ci mancheranno

Durante lo scorso weekend ho fatto le pulizie di fine stagione. Non che m’illuda che l’inverno sia davvero terminato. Ma c’era il sole e il tugurio faceva schifo. Per cui sembrava opportuno approfittare della prima falsa primavera per tirare a lucido l’ambiente. E buttare un po’ di cose vecchie ed ormai inutili. Avrei potuto gettare via anche il Latitante. Come un abito fuori moda o troppo stretto e logoro per essere ulteriormente indossato. Ma non so. L’abitudine è un vizio che ti si attacca addosso e, senza che tu te ne renda conto, ti entra nelle viscere. Dovrebbero esistere delle strutture mediche per curare simili intossicazioni. E intanto aspetto l’estate. O la seconda apparizione di Cristo. Non ho ancora deciso. Non c’è nulla da decidere in effetti. Ogni cosa sembra essere ormai già scritta. E’ il nostro copione, quello che pensavamo di esserci cuciti su misura. Anche se adesso sembra incredibile da immaginare. Restano fuori dal quadro solo pochi dettagli marginali. Dei “come” e dei “quando” che non faranno alcuna differenza, sottigliezze che nessuno noterà. Nemmeno noi. Nel frattempo ho commissionato al Latitante il lavaggio dei vetri. Così, per impegnare la coesistenza verso un fine comune. Rendendoci l’un l’altro meno pesanti. Almeno per qualche ora. Non se l’è cavata troppo male. E il gioco di squadra deve averci piegati fisicamente. La psiche era già a pezzi dopo un mese trascorso a condividere sessante metri quadri in cui non si respirava, tanto l’aria era satura di odio reciproco e silenzioso. Ci siamo guardati in faccia e, dopo parecchie elucubrazioni, quasi tutte sue, abbiamo concordato il cessate-il-fuoco. Con una lista di condizioni che non ricordo nemmeno a metà. Con tanta disciplina sembra di essere arruolati nella legione straniera. E’ dura, ma va meglio. Almeno credo. Alla fine sarà come morire in un incidente spaziale. Prima di disintegrarti hai la certezza matematica di cosa accadrà. Il tempo sta per terminare. Non sai esattamente quando, ma sai che la fine sta lì. Come sempre, in effetti. Ma stavolta non è rimasto nessun angolo a nasconderla alla tua vista. Nessun paravento a sfuocarne i contorni. Nessun margine d’illusione d’eternità. Finché respiri non sai come sia smettere. E nemmeno ci pensi, se non in qualche sporadica frazione di sconforto. Ma adesso riesci ad immaginarlo. Con quella che ti sembra una sorprendente lucidità. Eppure forse è solo una suggestione culturale. La morte ti alita sul collo. Senti il suo soffio ritmicamente gelido. E non basta che eviti di voltarti. Il tuo terzo occhio la guarda dritto in faccia. Lei ti prenderà. Puoi scommettere su quante volte la lancetta dei secondi riuscirà ancora a fare un giro completo. Puoi scommettere che saranno molte. La fortuna non ti ha mai amato. Non ti riserva benevolenza nemmeno adesso. E, nel dilatarsi dell’attesa, l’adrenalina smetterà di salire. I nervi di infrangersi. Avrai il tempo di giocare al consuntivo. Con i conti che non torneranno mai. Sarai sempre in disavanzo. Sempre colpevole. E potrai centellinare i secondi piangendoti addosso. Per tutto ciò che non hai fatto e che è ormai tardi per fare. Per ogni cosa che hai sbagliato e a cui non esiste più rimedio valido. Per i giorni buttati nel cesso contemplando le irregolarità porose della finitura del soffitto. Per le ipocrite speranze in un evento risolutivo, in quel coup de théâtre che non arriva mai. Salvo che tu sia la splendida protagonista di un film in cui tutto è così irreale che persino a Cenerentola verrebbe qualche dubbio. Abbiamo bisogno di verità. Non di calcoli astrusi su trascorsi ormai irrimediabili. Non della ponderazione delle colpe e delle relative giustificazioni, più o meno accettabili. Ci serve il panico in fondo allo stomaco. Dobbiamo sapere che il paracadute non si aprirà. Non questa volta. Sentirlo nelle viscere, soprattutto. Sentirlo sulla pelle. Che ci fa tremare. E perdere la testa. Invece c’è pace, una strana quiete. Come questa finta primavera che ci è piombata addosso a tradimento. Rubiamo qualche raggio a questo sole prematuro, perché ci sia di conforto dentro alle tempeste a venire. Certe eppure impensabili in questo frangente quasi estivo. Ci hanno staccato un biglietto senza refound per l’incidente aereo di millennio. Ma tutto sembra così distante, così surreale. Come se dovessimo collidere col suolo di un pianeta al di fuori del nostro sistema. C’è pacifica rassegnazione. Falsa illusione di poter vivere così in eterno. Nell’anticamera del nulla. C’è un palliativo che circola nel sangue. Interrompendo la percezione del reale. Assopendola. Come se tutto fosse un incubo dal quale ci risveglieremo, ringraziando di essere ancora interi. Ma l’antecedente è passato, la fine è una formalità, nulla fa più paura, niente muove l’aria. Morire non ci spaventa. Forse non ci ha mai spaventato. O forse siamo già morti e non ce ne rendiamo ancora conto. Magari non lo realizzeremo mai. Ci avevano detto che sarebbe stata una tragedia. Il cuore infranto, le lacrime copiose, le notti insonni, i ricordi lisi dalla memoria che li ripercorre in continuazione. Sembrava la cosa più giusta, la più logica. E ci abbiamo creduto. Invece tutto continua a scorrere. Con noi, senza di noi. Non fa nessuna differenza. E scorrerà anche questo momento. Probabilmente portandoci via qualcosa. Pezzi di noi dei quali comunque ci eravamo da tempo dimenticati. Di cui non sentiremo la mancanza.

No way out

E’ bella questa pioggia. Lenta e regolare come una litania. Un sottofondo che si lascia sentire ma non disturba. Le gocce scivolano suicide lungo i vetri. Cadono giù come grosse lacrime. Senza gloria. Dolori che si perdono, che si dimenticano. Prive di clamore particolare, quasi mute. Scorrono con calma, inesorabilmente dirette verso il fondo, su cui si adagiano, su cui si fondo tra di loro e con un tutto a cui sembrano naturalmente appartenere. Mentre l’occhio le segue distratto.
In questa stagione la pioggia trasforma il bianco in colore. Cromatismi scuri ma brillanti che abbattono il senso di omologazione e ridonano un’identità propria a tutto ciò che colpiscono. O sfiorano.
Invidio l’acqua, il modo in cui scorre, in cui passa e sembra tornare, senza mai essere la stessa, senza accettare punti fermi, se non in via transitoria. Ingannevole. Invidio il suo adagiarsi nelle forme, riempirle aderendovi perfettamente per poi abbandonarle senza mai esserne realmente prigioniera, senza portarne in eredità la contaminazione degli angoli e degli spigoli. Invidio il suo essere tanto ribelle al nostro corpo, alla pelle, alle dita, attraverso le quali scivola senza sforzo, con la grazia della continuità di un movimento inarrestabile.
L’acqua non è figlia di nessuno. Non del cielo che la scuote da sé facendola piangere sulle nostre teste. Non del cemento che la lascia evaporare. Né della terra, semmai schiava del suo potere vitale.
E’ un po’ come quelle lettere che girano a vuoto tra i servizi postali di mezzo mondo per poi tornare al mittente con una croce sull’inesistenza dell’indirizzo a cui sono destinate. Quei fogli che si strappano o che si gettano sul fondo di un cassetto. Che perdono senso o che ne assumono uno autonomo. Quello di capovolgersi tra definizioni che, prive di direzione umana, ballano e si allontanano, che si spezzano e ricostruiscono, assumendo significati sempre nuovi e diversi.
La pioggia ha lo stesso potenziale delle parole. Una goccia in sé non è nulla, ma molte gocce insieme dissetano la terra, fanno rinascere la vita. O la mettono in pericolo, insinuandosi là dove il suolo è friabile, rompendo argini, seminando devastazione. Nella sua meravigliosa esiguità, l’acqua eccede le nostre opzioni di controllo, non è riconducibile ad alcuna equazione matematica, né lo è il suo comportamento. E’ libera, non ci è dato di violentarla attraverso le nostre umane strumentalizzazioni.
Vorrei avere tempo per restare qui a guardarne lo scorrere leggero ed imperterrito. Proprio adesso che le evoluzioni della vita mi chiamano insistentemente altrove. In un mondo molto più materiale, frenetico. Un contesto che per molto tempo si è allungato sopra di me come un’ombra, sparendo nella notte, riaffacciandosi al mattino. Molto aereo, ipotetico, lontano. Fino all’ultimo. Fin quando non mi svegliano di primo mattino per annunciarmi che tutto è cambiato. Il punto di svolta, protrattosi a lungo, mi guarda con aria di sfida.
Non so come sarà, né se durerà, né quanto. Ma so che ci sono istanti in cui la vita si snoda per sempre, in cui si intraprende una direzione, lasciandosi alle spalle ogni altra possibilità. E io sono oltre. Ho passato il meraviglioso crocevia in cui tutto è possibile. E ho scelto un cammino su ogni altro. In tempi remoti, priva di prospettive di immediatezza. Ma ho deciso. Senza sapere a cosa andassi incontro, com’è giusto che sia. E con enormi aspettative. Ho coinvolto altre persone. E ora che i meccanismi iniziano a girare non c’è più modo di tornare indietro. Il tempo sta tutto alle spalle, ha soffocato certezze ed entusiasmi. E coltivato dubbi e precarietà oggettiva e soggettiva.
Ma indietro non si torna. Si chiama coerenza. Non è obbligatoria. Ma non posso fuggire di fronte a ogni forma di responsabilità. L’ho sempre fatto, rende liberi. Soli, ma è un effetto collaterale in me soggetto ad un buon livello di metabolizzazione. Ci si sente instabili, precari, ma certi di possedere sé stessi fino all’ultimo atomo. Di poter scomporre e ricostruire ogni cosa a proprio piacimento. E la sicurezza dell’incerto diventa un principio di stabilità. Sembra strana la relatività di ogni concetto, di ogni percezione. Ma è incredibilmente logica e perfetta.
Eppure ho scelto di fidarmi di qualcuno. Al di fuori di me. E questo concretamente mi sconvolge. Mi sento rivoltata a testa in giù. Stanchissima. Forse anche spaventata, pur non avendo questa specifica percezione. Piena di dubbi, di una precarietà non mia, amara, ripetuta, pugnalatrice di entusiasmi ormai morti da tempo.
Ho passato il weekend con il Latitante. Non sono mai stata troppo bene. Fisicamente. Il mio spazio si è riempito di oggetti confusi, disordinati. Estranei, forse inutili. Stonati. Soprattutto di vecchi scatti a lungo sepolti. Dai sorrisi così remoti da essere divenuti ormai falsi. Beffardi. Dagli occhi entropici nelle promesse e nella vita. Mi sento sbattuta in prima pagina. Con una storia che è tutta mia ma che non sento tale. Senza pietà per i dettagli più crudi, senza spazio per gli umani cedimenti.
Non so se posso farcela, ma so che devo. Ogni briciola di passato è accusatrice. Lascia scoperti i nervi. Ma devo continuare, devo provarci almeno. Ci sono strade senza svolte per poter tornare indietro, senza aree di sosta, senza paesaggi piacevoli intorno con cui potersi distrarre. Senza entusiasmo per la destinazione. Ammesso che ve ne sia una.
Questa è una di quelle strade.

Nostalgia degli occhi

Ieri ero in una commissione di concorso. Sarà stata la dodicesima volta che mi toccava passare questa croce. Forse di più. Il che significa che da qui in dieci anni di mia permanenza è passata un sacco di gente. Anime in transito. Di cui non ricordo il volto. I nomi sì, quelli li ricordo, perché i vari conti su personale comportano la necessità di rispolverare periodicamente le storie di queste remote assunzioni.
All’inizio era un parto doloroso, ma ormai ho inserito tutto nella memoria a lungo termine. Questione di necessità. E saprei dire chi è stato in servizio da quando a quando, ma se incrociassi questa gente per strada non credo che li riconoscerei. E’ come se tutti si fossero ridotti a dei numeri per insufficienza di spazio mnemonico. Sarebbe persino triste se non fossi convinta del fatto che in questo esista una certa reciprocità. Con conseguente assoluzione urbi et orbi.
In via più generale mi rendo conto che per me i dati visivi sono sempre i primi a smarrirsi nell’oblio. Posso ricordare intere frasi pronunciate anni e anni fa. Parole non necessariamente significative, ma, che, nella loro esatta sequenza, si sono attaccate ai miei tessuti cerebrali e non vogliono andarsene via.
Allo stesso modo ho una memoria molto vivida delle azioni, delle abitudini e del carattere delle persone che mi hanno fatto significativamente compagnia per un tratto del mio cammino. A volte ho la stessa lucidità anche su coloro che, pur non essendo stati particolarmente importanti, hanno tuttavia avuto una lunga permanenza nelle stanze delle mia vita.
Ai primi penso spesso, a volte con una certa nostalgia, ma non posso ricordarne gli occhi, la pelle o il sorriso. Né come vestissero. O di che colore fosse la loro auto. Tutto resettato, al punto che talvolta la totale carenza di dati visivi mi fa persino dubitare della reale esistenza di questi individui. O della loro essenza, di ciò che di essa mi hanno mostrato. Temo di averli in gran parte costruiti io, magari con dei contrasti rispetto a me, di modo da renderli più realistici. O magari di averli modificati, secondo la mia convenienza. Per giustificarmi o, più raramente, per giustificare loro.
Eppure tra i dubbi continuo a non dare grandissimo rilievo a ciò che lo sguardo può carpire. Non perché non dia riguardo alla concretezza visiva, ma perché in me è così labile da non essere un dato attendibile.
A volte penso che possa dipendere dal fatto che, per i primi trent’anni della mia vita, la mia vista è stata piuttosto compromessa. Nulla di irreparabile, ma senza un buon paio di occhiali da sette diottrie per lente ero persa.
Ricordo che quando andavo dalla parrucchiera e li dovevo togliere pregavo che nessuno mi rivolgesse la parola. Perché non avrei capito né di chi si trattava, né avrei colto il fatto che stesse indirizzando a me le sue parole. Forse per questo evitavo le professioniste del capello di Inculopoli. Anche se dev’essere stata una strategia subconscia.
Poi arrivarono i costosissimi giorni dell’intervento. Roba da buttarti sul lastrico all’istante. Ma ero stata molto formichina e, in quasi dieci anni di risparmi, avevo fondi a sufficienza per una generosa elargizione al mondo della chirurgia oftalmica.
Quando lasciai la clinica mi diedero un dvd. Non chiesi di che si trattasse e per molto tempo rimase lì, abbandonato a sé stesso. Piuttosto prevedibilmente non mi importava granché di esaminare i dettagli della procedura. Cercavo solo di capire se, tra lacrime ed intolleranze, avesse avuto dei risultati.
Comunque la ripresa era molto ravvicinata. Un disgustoso taglia e cuci, perfetto da inserire in qualche film splatter. Come quelli giapponesi. Dove il killer entra da solo in una stanza dove ci sono una decina di persone che deve ammazzare e, nell’arco di trenta secondi, volano fegati, reni e polmoni. E quando ha finito se ne va via immacolato. Non un singolo schizzo di sangue sui suoi abiti. E qualcun altro arriva a pulire il macello che ha lasciato. L’omicidio è un gioco di squadra evidentemente. Anche se io, dovendo uccidere qualcuno, non ci terrei poi così tanto ad avere dei testimoni.
Dopo l’intervento passai una ventina di giorni a casa. Una sofferenza senza fine. Psicologica soprattutto. Ante chiuse e una grandissima intolleranza per qualsiasi cosa sembrasse più luminosa di una lampadina da 15 watt, filtrata da un paio di occhiali da sole. Niente pc, televisione e nemmeno libri, visto che le righe si sdoppiavano. Non ho mai desiderato così ardentemente di poter tornare all’Obitorio. E anche a loro dovevo mancare, tant’è che mi mandarono la visita fiscale, pratica in disuso per ragioni economiche, ma che non esitarono a rispolverare in mio onore.
Commossa. Esattamente come lo sono adesso, che una marea di lavoro si è misteriosamente incagliata su quel della mia scrivania. Eppure non è che manchi posto qui dentro, ma le mie residenze lavorative devono avere questo strano potere di attrazione. Dovrei indagare, capire dove si trova la calamita. E andare ad attaccarla alla scrivania di qualcun altro. Ma si porrebbe il dilemma amletico: Cornificans o non Cornificans?
Concluderei in modiche mille parole con una riflessione digressiva sulle corna, ma il principale termine di ricerca di questo blog è, per l’appunto, la parola “cornuto” e ogni suo possibile derivato e non vorrei emozionare troppo i miei malcapitati lettori dando loro ulteriore illusione che la mia web casa sia un saggio a puntate su come farle o come scoprirle.