De conviventia: Dov’è finito l’uomo che non deve chiedere mai?

Nella vita ci sono cose che capitano, come le malattie infettive. E ci sono altre cose che le persone in genere decidono di farsi capitare. Come le convivenze. Ora che io non abbia il potere di programmare l’avvento di morbillo ed orecchioni mi pare una condizione piuttosto normale. Ma che le poche convivenze che ho sperimentato mi siano letteralmente piovute addosso non lo è. Mi fa sentire come se tutto il mondo andasse per i fatti suoi, trascinandomi al seguito del suo allegro baraccone, senza domandarmi cosa ne pensi.
Con il Latitante ebbi un inizio di relazione piuttosto appassionato, roba da far impallidire due quindicenni alla prima esperienza. E, sull’onda degli iniziali entusiasmi, si sprecarono i “Ti amo” ed i “Vorrei vivere con te”.
I primi risultarono innocui, banali proclami da Baci Perugina, che finirono col risuonare come conchiglie in cui senti il mare ma che in realtà non contengono nulla. I secondi ebbero conseguenze molto più infauste. E anni dopo mi ritrovai a contendermi sessanta metri quadri di indipendenza dolorosamente guadagnata con un perfetto stronzo.
Il tutto sulla base di un procedimento di conseguenza tra il dire ed il fare in cui non è ammesso ripensamento, pena l’accusa di incoerenza. E per non essere incoerente lasciai correre, commettendo una delle più grandi stronzate del secolo.
La cosa durò solo due mesi e mezzo, ma quel periodo si classificò nelle zone alte della classifica dei momenti più orribili del mio vissuto. Fu l’unica circostanza in cui meditai di prendere residenza all’Obitorio. E ciò è immensamente grave, visto che di peggio ci sarebbe solo il suicidio.
Quando sua maestà decise finalmente di levare l’ancora in direzione dei lidi natii non avrei potuto essere più entusiasta. Passai due o tre giorni a rimarcare il territorio domestico a suon di straccio ed aspirapolvere. Il mio appartamento era così lindo che si sarebbe potuto mangiare sul pavimento, cosa mai accaduta prima e che non si ripeterà mai più, vista la mia scarsa dedizione alla cura della casa.
Ero stremata e fermamente convinta che sarebbe passato almeno un paio d’anni prima che un uomo fosse autorizzato anche solo a varcare la soglia delle mie residenze.
Poco dopo conobbi Kid_A. Non fu amore a prima vista. Anzi non fu proprio amore. Mi sembrava un tipo furbetto, ideale per una distrazione senza conseguenze. Mi sentivo al sicuro da compromissioni a lungo termine. O anche a medio termine. Invece crebbe l’edera. Ossia qualcosa che nessuno aveva piantato, né curato. Qualcosa che sbucò per caso da una crepa dimenticata e crebbe fregandosene del cemento e della carenza di acqua e luce.
Così finirono le vacanze. E l’estate. E l’autunno. E Kid_A rimase nella mia vita. E vi rimane tuttora. La nostra è un’associazione a delinquere. A me fa comodo avere un uomo che mi cambi le lampadine e a lui avere una donna che gli faccia compagnia. E’ una cosa da vecchi. Ma funziona. Finisce che stai bene con una persona, che il sesso è più che commestibile, che hai affinato l’arte del compromesso e se ci sia amore o meno diventa una questione di secondo piano.
E fin qui le cose potrebbero anche andare. Ma la convivenza no. Non l’ho mai concessa. Peccato che questo per Kid_A fosse del tutto irrilevante.
Ha cominciato a rimanere da me nel weekend, poi nell’ante-weekend, poi nel post-weekend. Il che, fatti un paio di conti, totalizza l’intera settimana. Il mio inconscio ha tentato numerose volte di chiuderlo fuori di casa. Ma la mia ostilità non è servita a nulla. Se non a far sì che si impossessasse ragionevolmente di dette chiavi per ovviare al problema.
Non pienamente soddisfatto dei risultati, ha deciso di coprire l’ultimo settore ancora inesplorato. Si è dato alle relazioni pubbliche. Si è presentato alla vicina del piano di sotto, la quale, avendo gradito non so che del personaggio, ha iniziato a recapitarci dolci di sua produzione. Poi è stato il turno di Nonna Papera e consorte, da lui ribattezzati Manghina e Mangone, per la somiglianza di mia sorella ad un personaggio dei Manga. In seguito ha spostato l’obiettivo su mio padre, conquistandolo a suon di vino d’ottima annata. E infine ha vinto le diffidenze della genitrix maxima, facendole capire di essere disposto a stendere le mie lenzuola “finché morte non ci separi”.
E’ stato tutto veloce, troppo veloce. Tornava a casa riferendomi delle sue conversazione con questo e quel famigliare incontrato nel tal negozio e a me veniva il vomito. Ha prenotato il viaggio per l’India e mi sono sentita male. Poi devo essermi assuefatta all’elevato livello di compromissione perché non ho sentito più nulla.
Fino ad un paio di giorni fa. Quando Kid_A mi ha resa partecipe dell’aver dato in affitto il suo appartamento secondo lo schema ormai consolidato del “Prima lo faccio e poi te lo dico”. Mi sono sentita come all’ultimo atto di una tragedia, quello in cui l’eroina, dopo aver a lungo lottato, muore tragicamente. O come intrappolata in un edificio in fiamme e senza uscite di sicurezza né pompieri all’orizzonte.
Ma il peggio doveva ancora venire. Era richiesta la mia presenza per rimuovere dall’appartamento i beni di sua proprietà. L’antro di Kid_A, dove in precedenza ero stata sì e no un paio di volte, si è rivelato colmo di oggettistica di immenso valore affettivo da cui sarebbe per lui impossibile separarsi.
Cose come il certificato di partecipazione al corso di catechismo, una serie infinita di referti radiografici, testimonianza di un corpo in cui non esiste osso che non sia stato sottoposto a cure ortopediche, svariati album di figurine così vecchi da essere ormai in fase di naturale sgretolamento e una sequela di cedolini stipendiali risalenti agli anni della carta chimica e quindi totalmente illeggibili.
Non ho mai visto un così grande ammasso di cianfrusaglie risalenti ad epoche in cui la sottoscritta non era ancor ben certa di essere in vita. Cose che io non possiedo più da anni e di cui non nutro alcuna nostalgia.
La nostra differenza di vedute sulle chincaglierie dei bei tempi che furono si è trasformata in una carneficina. Ho vinto io. Non perché prima o poi la fortuna debba girare anche dalla mia parte, ma per la logica in base alla quale se ci fossimo portati via tutta quella roba ci saremmo dovuti trasferire in giardino.
Alla fine abbiamo trascorso la giornata collezionando sacchi da smaltire variamente presso il locale centro di raccolta differenziata. Il che ha dato al nostro weekend una vena minimalista che ha distrutto moralmente Kid_A, addicendosi invece molto alla mia personalità. Mi sono quasi divertita e sento parzialmente indennizzata la mia condizione di convivente “in contumacia”. Per la restante parte mi abituerò con il tempo all’idea che il mio bagaglio affettivo è un po’ più pesante e che quando verrà il momento sarà un po’ più difficile lasciarmelo alle spalle.

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Qualcuno ha da accendere? (Se mi fossi resa conto prima che questo era il mio 100^ post avrei fatto di meglio…)

Obitorio 26-01