Qualcuno ha da accendere? (Se mi fossi resa conto prima che questo era il mio 100^ post avrei fatto di meglio…)

Obitorio 26-01

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De Fabio Volo: dissertazione da shampoo allucinogeno (che prometto di non usare più) – Parte II

Segue e,grazie a dio, chiude il post precedente

Con Fabio Volo le mie crisi piramidali potrebbero tuttavia essere facilmente dribblate, perché le sue opere sono ovunque: in libreria, in cartoleria e persino al supermercato. Sospetto che presto sarà in regalo anche dal salumiere: gratis a chi compra due etti del prosciutto Tal dei Tali. Ma, ammettendo che a me il prosciutto non piaccia, sarebbe una fregatura perciò meglio ricorrere alla santa istituzione del prestito librario.
Nel caso specifico non è necessario ricorrere alla biblioteca, della quale io non so nemmeno dove ho messo la tessera, né se ne ho mai posseduta una. Fabio Volo lo leggono tutti: basta chiedere alla persona giusta.

Ora, per tutti gli autori, i lettori si dividono in tre categorie: gli adoratori (di seguito denominati anche fanatici), i detrattori e gli indecisi.
Se chiedete un libro a chiunque faccia parte della prima categoria, la sola richiesta sarà per lui come l’espianto del fegato senza anestesia. Diventerà giallo, poi blu e si affretterà a rispondere che il volume in questione non lo possiede.
Inutile ricordargli che avete visto il libro incriminato al centro del salotto su un altarino ai piedi del quali viene bruciato incenso ogni volta che l’autore va a fare pipì: non si sa mai che dal fumo si voglia passare ai sacrifici umani, circostanza che vi metterebbe nei guai.

Tuttavia esistono anche gli adoratori illuminati, disposti a sacrificare il prezioso bene per la rieducazione degli analfabeti. Nel qual caso, sempre con la stessa faccia da espianto epatico, il libro vi verrà concesso ma solo alle seguenti condizioni:
Il libro non dovrà essere evidenziato o sottolineato, nemmeno con matita con mina F,
Non dovrete scriverci nulla, nemmeno con la sunnominata matita,
Non dovrà essere tenuto a meno di sei metri di distanza da cibi e bevande,
Non dovrà essere portato in spiaggia,
Non potrà essere letto mentre state nella vasca da bagno,
Non dovrà essere aperto oltre un’angolatura di novanta gradi,
Non dovrà essere sub-prestato,
Non potrà essere lasciato solo in presenza di cani o bambini,
Non potrà essere solo in presenza del nonno che tenta, con scarso successo, di accendere la stufa a legna.

Il rispetto di tutte queste clausole vi verrà fatto giurare sulla Bibbia, sulla Costituzione, sui vostri vivi e persino sui morti.
Infine vi verrà comunicata la data ultima per la restituzione, che il fanatico si appunterà sulla propria agenda. E voi tornerete a casa così terrorizzati che il volume non avrete nemmeno il coraggio di guardarlo, temendo che anche i vostri occhi lo possano rovinare.

Converrebbe dunque rivolgersi ai detrattori, ma questi, in base alla stagione l’avranno utilizzato per accendere il camino o alimentare il barbecue.
Dal che si deduce che le vie di mezzo sono in definitiva le più affidabili, sempre ammesso che riescano ancora a ricordarsi dove hanno buttato l’oggetto del vostro desiderio. In ogni caso dopo accurati scavi archeologici è possibile che riescano a riesumarlo e ve lo prestino, o addirittura ve lo regalino, senza formalità o condizioni di alcun genere.

Dovrei chiedere il famigerato libro di Fabio Volo ad un esponente di quest’ultima categoria, ma non saprei esattamente chi potrebbe farne parte e, in ogni caso, mi sento sempre scocciata nel dover chiedere a qualcuno che non sia della famiglia.
E con i miei genitori e Nonna Papera cado davvero male. A casa mia, questo autore non l’ha mai letto nessuno, immagino che siamo gli unici, l’anomalia che conferma la regola.

Mia madre si dedica in via quasi esclusiva ai libri gialli. Ne possiede una quantità tale da minacciare l’integrità della soletta del suo appartamento e la solidità di tutte le mensole su cui li conserva. Non so come sia arrivata a farsi una tale collezione e nemmeno come riesca a sopportarne la lettura.
La struttura romanzesca è sempre la stessa: la Signorina X è bella, bionda, occhi azzurri, super intelligente, ultra perfetta, gentile con le vecchiette, che aiuta ad attraversare la strada, dolcissima con i bimbi, che cura gratuitamente, ottimi risultati a scuola, una carriera importante, attività di volontariato a iosa, tutti la adorano ma qualcuno la uccide. Il Commissario SuperSegugio convoca chiunque la conosca e gli interrogatori sono un’ininterrotta litania di lodi e lacrime, ma lui non se la beve e scopre che l’assassina è la sorellastra, gelosa di tanta perfezione e successo (ma chi l’avrebbe mai detto?).
Il tutto in mattoni da seicento pagine l’uno, che talvolta la mia genitrice ha persino tentato di rifilarmi, allorché mi sono recata da lei mentre provava di far entrare tre metri cubi di romanzi in due metri cubi di spazio.

I libri di mio padre non son dove stiano. A conti fatti presumo in cantina e immagino che a lui non importi molto, visto che non attaccato alle cose materiali.
Mio padre adora i libri partoriti da uno scrittore locale di successo nazionale. Io non ci ho mai messo mano, ma mi pare di capire che nelle sue opere racconti storie di gente del lago, personaggi comuni.
Sorge spontaneo chiedersi come sia riuscito a ricavarne più di duecento pagine in tutto. Posso solo pensare che le sue opere siano ambientate in diverse epoche storiche, a partire dal Paleolitico Inferiore fino ad oggi. Ma non ho certezze.
Però so che non ci muore mai nessuno in quei libri, perché mio padre si rifiuta di leggere qualsiasi cosa in cui le persone muoiono. Se leggendo un volume di quattrocento pagine, a pagina 395 il nonno bicentenario muore, lui pianta tutto a poche righe dalla fine perché “La vita è già abbastanza brutta di suo”.

Nonna Papera invece è già tanto che a leggere abbia imparato. Ricordo che in prima elementare mia madre la obbligava a cimentarsi con dei libricini di dieci pagine l’uno con una frase per facciata e lei era uno strazio infinito. Però è rimasta illuminata da quel famosissimo romanzo di Kundera, anzi dev’essere stata la folgorazione sulla Via di Damasco, perché l’ha letto tre volte di seguito, mentre io di quell’entità indigesta non sono mai riuscita ad arrivare oltre pagina tre.

Alla fine, accertato che non posso entrare in libreria senza distruggere le piramidi, che ho perso la tessera della biblioteca, che non conosco nessuno che possa prestarmi il famigerato romanzo di Fabio Volo, credo che darò una seconda possibilità alla nostra love story mediante acquisto on line.
Avrei qualcosa da scrivere anche sulle seconde possibilità, ma è meglio se chiudo qui perché il povero Volo ha ben poco a che vederci, come con tutto il resto di questo post…

Frag 0: attraverso tutto questo ho strappato qualche morso di vita


Sto per impazzire. Almeno credo. C’è così tanto fango. Ci siamo dentro. Le ruote si sono inabissate. Prevedibile che andasse a finire così presto o tardi. Non è certo la prima volta che sfidiamo percorsi poco raccomandabili. A V., ad esempio, ma il suolo era asciutto. Adesso sembra che piova da una vita invece. Nonostante i presagi la mia psiche non è pronta. Scendo. Devo fingere di essere calma, razionale. Di essere quella che ha sempre la soluzione per tutto. Anche alla fine del mondo. E questa adesso è la mia fine del mondo. Il fango mi blocca i piedi. Mi risucchia come le sabbie mobili. Mi zavorra a cinque centimetri nel sottosuolo. Non riesco a camminare. Mi sento terribilmente pesante. Una volta indossavo degli stivaletti scuri e dei jeans blu. Adesso vedo solo quel color terra bruciata. Liquido. E’ tutto liquido. Sembra di annegare. Ho freddo. Non voglio mettere la giacca, la sporcherei. Proviamo a smuovere le ruote, ma non c’è verso. Resto sola. Mi metto in macchina e mi levo gli stivali. Non necessariamente in quest’ordine. Cerco di arginare i danni, ma non riesco nemmeno a pulirmi le mani in modo accettabile. Fumo una sigaretta, due, cinque. Ho sempre più freddo. Una telefonata. Le notizie non sono incoraggianti. Mi sento sporca. Vorrei spogliarmi. Sembra che questa strada attraversi un vigneto. Le piante sono state potate e sembrano così misere. Provo a mettere in moto. Per azionare il riscaldamento. Il motore non dà segni di vita. Ma potrei sbagliarmi. Penso che forse dovrei girare la chiave di più. Ma preferisco rinunciare. Prendo appunti. E fumo. Questo è il classico giorno in cui le sigarette finirò col contarle a pacchetti. Lo sento. Abbiamo visto un gruppo di case a qualche chilometro da qui. Credo che questo mi dia un vago senso di fiducia. Guardo mille volte nel retrovisore. Alla fine mi sembra di vedere qualcosa. Un puntino bordeaux, un’auto, un fuoristrada probabilmente. Mi volto. Si ferma. Sto mordendo l’appoggiatesta e mormoro “Per favore non andatevene via, non lasciatemi qui”. Vorrei gridare. Forse dovrei, ma continuo con questa litania a mezza voce. Vedo due uomini. Camminano nella mia direzione. Si avvicinano lentamente, arrancando nel fango. Uno è il Latitante. Cammina come una papera. Mi strappa un mezzo sorriso. L’altro è un ragazzo a cui non saprei dare un’età. Sotto i trenta direi. Pallido. Lineamenti appena accennati. Un residente del posto. E penso che sia tutto finito. Però penso male. In qualche modo tirano la macchina fuori dal pantano. Il modo è trascinandola con un trattore. Attaccano la fune al paraurti. Mi sento una perfetta cretina, anche se alla guida non c’ero io. Penso che il paraurti cederà. Invece resiste però la macchina non parte. C’è un certo discutere su quale possa essere il problema. Partono le telefonate ai meccanici di zona. Domenica. Sembra ci sia poco da fare. Riesco a cambiarmi le scarpe e scendo. Lascio al Latitante le pubbliche relazioni. Capissi anche la lingua sarei comunque negata. Continuo a fumare. E’ come se le mie dita e la sigaretta costituissero un corpo unico. Mi si dice di entrare in casa per scaldarmi un po’. Sono così sporca e a pezzi che mi manca il coraggio, ma entro lo stesso. C’è un grande camino e fa un caldo esagerato. Sul divano una bambina dorme avvolta in una coperta fucsia. Respira forte. Il ragazzo ci invita a mangiare. Mi guarda e mi dice “Mangia che torni in Italia domani”. Non capisco, ma vado a senso. Intercetto le parole “Italia” e “domani” e il verbo “mangiare”. Il resto credo di poterlo dedurre. Non vedo nesso logico tra le due cose, ma suppongo debba essere un’affermazione rassicurante. Immagino che, nel mio attuale stato di stravolgimento totale, debba apparire preoccupata. Magari sarebbe semplicemente logico esserlo. Eppure ho la mente sgombra, leggera. O forse è troppo piena. Ma di altro. La mia partenza è così lontana… Stanno succedendo tante cose, tutte insieme. Il mio metabolismo mentale non è abbastanza allenato per poter elaborare i significati di questa giornata. Riesco a focalizzare solo sui dettagli. I piedi nudi del ragazzo che calpestano il pavimento gelido diventando bianchissimi. Il caldo della legna che arde che mi risale lungo la schiena come la carezza del più devoto degli amanti. Queste piccolezze mi fanno bene, mi fanno respirare di nuovo. Anche se so di essere di troppo in questo quadretto famigliare in cui ho fatto irruzione per puro caso. Eppure mi hanno accolta. Non come l’ospite d’onore, ma come una sorella che torna casa stanca e di fronte alla quale si mette un piatto di minestra. Senza nulla chiedere. E in questo breve viaggio in cui credevamo di sapere dove saremmo andati sembra essere stato il dove a scegliere noi. Bloccandoci qui, nel fango, con la macchina che non vuole partire. E il dove mi stupisce con queste persone che ci hanno aiutato ed accolto tra loro come se ci conoscessero da sempre. E io per loro non so se avrei mai fatto nulla del genere. Ma so che loro l’hanno fatto per me e hanno regalato un assaggio di Natale anche ad una che il sapore del Natale l’aveva dimenticato ormai da tempo.
Grazie