Perchè dovrei accontentarmi di una misera madeleine se posso avere l’intera pasticceria?

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Caro Karl Ove,
Avrei voluto essere più formale nello scriverti, ma, in quel caso, avrei dovuto mettere anche il tuo cognome. E la A con il cerchietto sopra non riuscivo a trovarla, nemmeno nella mappa caratteri. Lo so, dev’essere colpa della mia proverbiale pigrizia. Fatto sta che ho deciso di impostare questa mia farneticazione in modo molto informale. Per cui, anche se tu sei un tipo abbastanza misantropo e menefreghista, come del resto lo sono io, fingeremo di essere vecchi amici. Anzi fingerai che io sia la sorella minore rompicoglioni. Quella a cui, presto o tardi, ti tocca dare ascolto, se non altro perché ti prende per sfinimento.
Ho meditato molto sull’opportunità di scriverti. Avrei voluto che l’incipit fosse originale quanto quello del primo volume del tuo opus magnum, ma, come vedi, era destino che si cadesse nelle solite banali puntualizzazioni.
Voglio stare nel tuo stile perciò parto dalle digressioni. Io della Norvegia non so nulla, a parte che si pesca il salmone e che ci sono i Fiordi. Questo credo di averlo imparato alle elementari e credo di aver anche imparato che si estrae il petrolio, ma non ne sono troppo sicura, perché agli esami di quinta ho tradito il tuo paese con l’Olanda, ma non fu una grande idea, visto che mi rifilarono tutto il Benelux. Comunque una volta, ai tempi felici di Bimbo_L mi ero fissata col fatto che avremmo dovuto fare una crociera proprio in quel dei Fiordi. Non che ci tenessi, ma lui era uno tutto Mediterraneo ed isole greche e mi piaceva minacciarlo con l’idea di una vacanza al freddo e al gelo come il bambin Gesù. A un certo punto era diventato il mio ritornello preferito e un giorno, straziato dalla mia insistenza, Bimbo_L si presentò da me con un mazzo di fiori “Ecco, ti ho portato un mazzo di Fiordi: adesso prometti di smetterla di triturarmi i coglioni”. Non promisi nulla ovviamente, ma, dopo un po’ mi stancai e passai ad altro. Non ricordo a cosa però.
Insomma, nell’intento di rimpolpare la mia cultura sulle terre nordiche, senza cadere in un thrillerone da mille miliardi di copie vendute nella galassia, mi sono messa a leggere il tuo libro, il primo episodio, intendo. E l’inizio, tutta quella riflessione sui morti, mi è piaciuta davvero. Peccato che durasse solo dieci pagine, contro le restanti 480 di delirio assoluto. Non che la tua scrittura sia vaneggiante. Le allucinazioni sono state mie nel leggere dettagliatissimi episodi della tua vita per la durata di centinaia di facciate l’uno. Chiudevo il libro e, invece che vedere innanzi a me i paramenti della festa patronale, c’eri tu. E va bene che sia tutti figli di dio, ma fino ad un certo punto.
Tornando all’argomento centrale (sempre ammesso che io ne abbia uno), resta comunque vero che prima di scriverti ci ho pensato parecchio. Esattamente come quella volta a quindici anni in cui decisi di scrivere un biglietto ad un compagno di classe per chiedergli se si volesse mettere con me. E, nel mezzo di troppi ripensamenti, arrivai fuori termine, visto che lui si era gli accoppiato con un’amica pochi giorni prima e mi rispose picche. O meglio, non mi rispose affatto.
Questa ovviamente è una bugia, ma tu farai finta di crederci, così come io ho finto di credere che tu ti ricordassi che abito indossava tua nonna, allorché ti venne a trovare il giorno di Natale del 1982. O il viso della sconosciuta che ti sedeva affianco sul volo per Bergen. Quest’ultima soprattutto mi suona piuttosto improbabile, visto che io, avendo preso l’aereo per l’ultima volta un paio di mesi fa, ricordo a mala pena dove fossi diretta, figuriamoci se potrei ricordarmi se il passeggero fastidiosamente ingombrante il sedile accanto al mio fosse uomo o donna.
In ogni caso, questa mia lettera è stato un parto lungo e doloroso, così come lo è stato leggere il primo volume della tua autobiografia. Eppure mi sono impegnata. Mi sono anche messa col testo rivolto verso lo specchio per vedere se, rivoltata al contrario, la storia svelasse qualche incredibile significato che mi stava sfuggendo. E invece no. Il tuo libro non si leggeva. Né diritto, né rovescio. E basta.
Confesso di aver anche pensato di barare, di leggere solo la quarta copertina, nella speranza di trovarci il riassunto. Come si faceva alle superiori con “La coscienza di Zeno”. Invece nulla. In compenso scopro che quello che tengo tra le mani è il primo dei quattro volumi della tua autobiografia che finora hai scritto. O che sono stati pubblicati. E, poiché la Norvegia ti adora, sei fermamente convinto di voler andare oltre. In totale si parlerebbe addirittura di sei libri.
Ora, caro Karl Ove, mi hai fregato una volta e non intendo darti una possibilità di riscatto, meno che mai intendo dartene cinque. Tuttavia, a prescindere da quanto una possa avere tendenze autolesioniste più o meno radicate, mi viene da farti una domanda. Visto che non parli la mia lingua e che non mi risponderesti nemmeno in caso contrario, se non a parolacce, la domanda la rivolgo a me stessa. Mi chiedo: come può uno essere così megalomane da raccontare la storia della propria esistenza in finora modici quattro tomi da cinquecento pagine l’uno?
Cioè, caro Karl Ove, non sei né Jimi Hendrix, né il Gatto Silvestro, né Pippo Baudo, per cui da dove ti proviene tutta questa certezza che noi, poveri lettori in balia del nulla, saremmo disposti a distruggerci gli occhi sulla tua enciclopedia di avventure di uomo assolutamente normale? Non hai pattinato sugli anelli di Saturno, né sei riuscito ad arrivare in cima alla Montagna del Sapone senza scivolare nemmeno una volta. E soprattutto la recherche l’ha già scritta Proust, quindi, anche se tu fossi sull’orlo della genialità, saresti comunque ”a un passo da…”, destinato ad essere il secondo in classifica. E a me, al posto tuo, girebbero le ovaie peggio che se arrivassi ultima.
Del resto è un po’ come se io scrivessi un libro riciclando la Divina Commedia e tutti mi acclamassero come il Dante dei nostri giorni. Ti sembra realistico? Però l’incipit l’avrei comunque pensato: “Nel mezzo dell’andare al mare/mi si ruppe il navigator satellitare/che la dritta via era smarrita/e mi trovai a vagare sul Raccordo Anulare/senza saper dove svoltare”. Lo so che le rime sono un po’ ballerine, ma che dici? Ti piace? Mi dai il numero del tuo editore? Visto che ha pubblicato te, sono certa che apprezzerebbe…
Mentre ti scende l’attacco di invidia per la mia genialità letteraria, pensa a questo: esistono anche altri lavori e, in fondo, nel primo volume ci delizi con un sacco di dettagli circa la tua adolescenza, dimostrando che in gioventù hai coltivato parecchi sogni e svolto diverse professioni. Perciò, perché non torni a fare il batterista spaccatimpani davanti al centro commerciale della tua città? O ad accatastare i listelli del parquet nella ditta in cima alla collina? O ad intervistare poeti sconosciuti al mondo e a te per primo?
Visto che storci il naso, torniamo a noi. Vogliamo parlare della notte di Capodanno? Ti garantisco che anche io sono stata sedicenne. Certo, non è stato proprio l’altro ieri, ma, esattamente come te, venni autorizzata a passare la serata con gli amici. A dire il vero non ricordo nulla, non so nemmeno se sia mai accaduto. Ma, in caso affermativo, non mi sembrerebbe nulla di più di quello che capita a tutti gli adolescenti. Quindi non vedo perché sprecare quaranta pagine per tediare il lettore con gli accadimenti di quella sera dalle ore sei alle ore dieci. Anche perché io ci ho perso il nervi nel tentativo di non barare, leggendo una pagina sì e tre no. E ancora ero ben lungi dallo scoccare delle mezzanotte.
La cosa migliore è che, proseguendo, scopro che tutte queste elucubrazioni, spalmate su modiche 350 pagine, non erano che un misero preambolo alla morte di tuo padre e della sua triste fine. Alla faccia della prolissità…
E non sai quanto sia stata felice di scoprire che voi i morti li seppellite dopo una settimana dal decesso, giustificandosi così ulteriori digressioni, quale quella sul rapporto con tuo fratello, da cui si evince che, oltre a non aver nulla da dire, manchi anche di personalità o ti vergogni di farla uscire. E no, Karl Ove, questa non è cosa buona e giusta, non a venticinque anni, per lo meno.
Leggerti è stato come stare in coda sulla Tangenziale bloccata da un incidente. Che ti verrebbe voglia di avere il Kalashnikov nel bagagliaio per tirarlo fuori e metterti a sparare a caso sugli altri automobilisti. Lo so che c’era un film in cui un tizio lo faceva e non ricordo come andasse a finire. Ma, nel mio caso, voglio sperare che mandino un elicottero a prelevarmi e mi portino dalla Neuro_Polizei. Intanto sarei fuori dall’immobilismo esistenziale. Del traffico. E del tuo libro. Sempre che gli psichiatri non ritengano utile farmelo rileggere per tracciare l’esegesi del mio processo degenerativo.
Come diceva tua nonna Livet er en kamp (o qualcosa di simile) e leggerti me lo ha ricordato. Non si sfugge mai, nemmeno quando si penserebbe di dedicarsi a qualcosa di piacevole. Ah, a sproposito: esistono ottimi corsi per correggere i difetti di pronuncia, da cui la tua famiglia sembra essere stata falcidiata. E anche titoli migliori di Min Kamp, ché quello già l’aveva usato Hitler e, sai com’è, si dice che fosse un tipo particolarmente geloso…
Mi congedo così, senza baci né abbracci, ché altrimenti ci resti secco, sempre che questo non sia successo in itinere, il che non sarebbe una gran perdita per il mondo della letteratura.

PS: In ogni caso prometto che, per lavare l’onta di questo post, su Anobii ti darò ben tre stelle, che, nel mio linguaggio personale, significa che, un pò a calci in culo, ma hai passato la revisione. Del resto l’importante è venirne fuori, non trovi?

La polvere delle cose inutilizzate (Questo post credo di averlo già scritto, ma credo altrettanto di doverlo riscrivere)

Sono venuta a cercarti questa notte. Ti ho cercato ripetutamente. Stavi in un flatshare e i tuoi coinquilini erano tutt’altro che simpatici. Un gruppetto multietnico, accomunato da una certa reticente ostilità. Nessuno mi diceva se c’eri, se saresti tornato o quando. E così venivo più volte a casa tua. Mi ci portava il Latitante, mi aspettava fuori. Del resto è sempre lui il fomentatore delle reunions. Quello che con il web ha recuperato una schiera incalcolabile di ex amanti, ex fidanzate, ex quasi-tutto-quasi-niente, ex amici, ex compagni di studio. Quello che ovunque andiamo ha sempre qualcuno a cui far visita. E io mi ritrovo sul divano di persone che non conosco, che non sanno che dire a lui, figuriamoci a me. Guardo gli orologi, se sono in posizione favorevole, aspettando che sia passato abbastanza tempo da rende opportuna la nostra dipartita. Lui vorrebbe che anche io facessi lo stesso, che recuperassi amici dal passato remoto, come ci si accaparra un vestito ai saldi di fine stagione. Che ti sembra splendido e poi scopri che è difettato. Ma vabbè: quello che conta è il senso di possesso, di avere qualcosa, qualcuno. Il Latitante non lo assecondo mai, non su questo, per lo meno. Forse mi sono chiesta come sarebbe farlo. E sono venuta a cercare te. Che alla fine ti trovavo per sbaglio. Stavi in una stanza al piano di sopra e scendevi più per caso che per aver sentito la mia voce. Eri ingrassato. Eri come quando ti ho conosciuto. Più serio però. Carino ma piuttosto freddo. Freddo lo sei sempre stato del resto. Non hai mai alzato le braccia quando ti abbracciavo. Non lo facevo spesso, non è da me e l’assenza di contraccambio del gesto si notava. Poi ho smesso… Andavamo da qualche parte. C’era una tua coinquilina, una che non avevo visto in precedenza. E da lì mi focalizzavo su lei e tu sparivi. Non è stato così in fondo? Era come ripetere quel circolo, come sintetizzarlo un po’. Togliere i fronzoli delle implicazioni psicologiche che mi ci sono volute ipotesi altrui perché potessi vedere. Ma che hanno senso, che fanno tornare i conti, con quella logica utilitaristica che a me a volte manca. Era semplice in fondo, come quelle equazioni che da solo non sapresti risolvere, ma se qualcuno ti aiuta in un passaggio, poi tutto torna. E torni tu. L’ultima volta che ti ho visto. Stavamo seduti, immobili, muti, il silenzio come un macigno, di quelli che vorresti gridare non per significare qualcosa ma perché tutto è troppo vuoto. Troppo rosa il cielo, troppo ferma l’acqua, troppo solida la roccia. Troppi minuti e respiri contati. Troppa voglia di essere sola. E la solitudine ha un senso, ma non al fianco di qualcuno. A nessuno piace perdere per l’ennesima volta. Con te ho giocato l’ultimo round. Ero stanca, ma pensavo che forse… E invece hai vinto tu. Eppure credevo fossimo nella stessa squadra. Ho pianto per te, ho riso con te, ho amato i tuoi pregi, ho massacrato i tuoi limiti. Ho abbassato la guardia e dev’essere quello che mi ha fregata, che mi ha resa cieca di fronte alla logiche evidenze. Un vero peccato. Per te intendo. Dove la troverai un’altra me? Forse nemmeno la vorresti, in fondo sono troppo. E non è un necessariamente un bene. Sono troppo per troppi. Vado a fondo, così a fondo che ti sei sentito come un topino nella trappola. Una trappola di parole che facevano eco a quello che sapevi già. Che già ti feriva, che avevi scelto di lasciare che ti ferisse. Ti si leggeva nel corpo e sui nervi. Credi che non facesse un po’ male anche a me? Mi hai mandato un sms in seguito. Stavo vicino al mare, c’era una statua di Alessandro Magno. Nulla di che ma di notte illuminata faceva il suo effetto. Scattavo foto. E leggendoti pensai che a te in fondo sarei stata bene così. Intrappolata in un istante, cristallizzata, innocua. Staticità che anela movimento, che si rassegna a non averlo, che finge di star bene vivendo così, a compromessi. Una signorina che beve il tè con il mignolo alzato. E realizzo quanto poco tu abbia voluto capire di me, quanto tu, per comodità, abbia sperato di sezionarmi in mille parti per poi prendere solo quelle che ti sarebbero piaciute e creare una pseudo-me, perfetta per una pizza in compagnia. Ma io non mi vendo, non mi svendo, non sono in saldo. Io mi regalo e se questo giocattolo è troppo impegnativo, sappi che è altrettanto ostico da frantumare o da tenere in stand by come l’argenteria che si rispolvera solo per il giorno di Natale.

Ero lo specchio del tuo dolore e invece che infrangermi e liberarti sei fuggito di fronte a te stesso

Dove vanno a finire gli amori finiti? E gli odi? E l’affetto, l’amicizia, il rancore? E tutto il resto di quelle cose che hanno suscitato in noi qualcosa a livello emotivo?

Ho acquistato un regalo di compleanno ieri e mi sei venuto in mente tu. Tu e quel ciondolo, quel cazzo di ciondolo del Cancro. Nemmeno io vado troppo d’accordo con le questioni zodiacali, sai. Ma almeno ho il buon gusto di documentarmi. Oppure di astenermi. Ti sei giocato me su quel ciondolo, la mia amicizia. Basta una goccia a far traboccare il vaso e quella è stata la tua.

Non ti odio, non ti ho mai odiato. Avevo gradualmente abbassato le mie aspettative circa il rapporto con te, sono arrivata all’osso, ma non sono un cane e non intendo leccare le ossa per catturare atomi a caso e recuperare sostanza per tenere in vita un’amicizia. Non amo gli ologrammi, sono assetata di verità, anche se avvelena, anche se fa male. E adesso nella mia vita voglio persone come me, gente che, pur diverse in tutto da me, senta il bisogno di sincerità. Brutale, incontaminata, diretta.

Avevo forse un paio di persone su cui credevo che avrei potuto contare, non perché mi tirassero fuori di guai, a quello ci penso da sola. Pensavo che tu ci saresti stato per sempre, ne ero certa. Magari lontano, magari discontinuo. L’intermittenza è pur sempre luce, indecifrabile nei tempi, come il fascio di un faro che sbuca dalla nebbia, come le rifrazioni del sole sull’acqua increspata. Ma alla sospensione degli attimi bui si alterna il ritorno e la certezza della presenza.

Ma sbagliavo su di te, il segnale si è interrotto, l’amicizia con esso. Non riesco a volerti male, forse ti ho idealizzato, forse ho visto in te ciò che vorrei vedere in un amico e che tu palesemente non avevi. Deve essere anche in me una parte della responsabilità, ne sono certa, però sono rimasta a lungo con l’amaro in bocca, con quel senso di occasione sprecata, bruciata, per nulla.

O forse il potenziale c’era e sono stata io a rovinarlo. Troppa onestà a volte si paga, ma se, nella mia posizione, ti ho intimorito per il mio modo di essere diretta al limite della brutalità, le porte sono aperte e i cani legati.

Ci sono un sacco di limiti nella vita, troppe cose che vorremmo dire e non possiamo, troppi argomenti da prendere con le pinze, indossando maschere di finta comprensione, misurando parole, tagliando e cucendo frasi per paura che l’interlocutore possa travisare o mal interpretare.
Io sono in questo mondo, a volte in questa scatole di perbenismi e convenzioni mi sento la protagonista di un videogioco, sempre sulle spine, all’erta per vedere in tempo gli ostacoli ed evitarli. E i più insidiosi sono quelli verbali, il detto non-detto, le libere interpretazioni. Sii essenziale sempre, spiega al vomito, abbatti le ambiguità, trattieni i giudizi, dì alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. Ed arriverai al livello successivo.

Pensavo, tuttavia, che con te tutto questo fosse dispensabile, che mi conoscessi al punto che io, nel relazionarmi a te, non dovessi piegarmi alle regole del gioco. Ingenuamente credevo che tra noi ci fosse verità, ma tu mi hai sempre nascosto la tua e sei fuggito di fronte alla mia, trincerandoti dietro a discorsi sviati, telefonate non risposte. Non volevi la mia sincerità, come tutti volevi una facciata da me, sorridente e soprattutto accondiscendente, sempre pronta a dirti che tutto sarebbe andato bene.

E no: non andava tutto bene. E io sono diventata la Pizia della tua coscienza perciò meglio scappare, meglio farsi prendere dal panico, negando l’esistenza di concreti motivi a scatenarlo. Meglio ridere, fingere che vada tutto bene, che la vita sia splendida. Meglio seppellire, negare.

Mi domando cosa pensassi mentre il tuo cervello andava in tilt, se ci pensassi a me, al mio desiderio di aiutarti con una necessaria azione di forza. E mi rispondo di no. Ma va bene così. Avevamo strade diverse, divise, inconciliabili.

E adesso ci penso e non sento più nulla: non dolore, non delusione, non rabbia, non affetto. Ho attraversato tutto questo per te, mi hai emozionata. M mi sono svegliata un giorno e non c’era più nulla. Era il giorno del mio compleanno e non ero nata sotto il segno del Cancro.