Appunti di viaggio – Norvegia (Voglio scivolare giù e atterrare davanti al solstizio estivo)

Ieri siamo rimasti nella Tomba per l’intera giornata. Solo che le sepolture le immagino sempre piuttosto gelide. E il sesso con il diluvio fuori casa. Come nei migliori stereotipi cinematografici. Quelli in cui tutto finisce sempre bene. Invece qui nulla finirà per il meglio. Prepariamo adii nemmeno troppo futuri perché facciano male. Li rendiamo affilati. Perché feriscano in sufficiente profondità da dare un senso ai trascorsi. Da legittimarne la necessità.
Comunque ieri c’era un bel sole fuori. Non che l’abbia visto. Ma la finestra era aperta e lo sentivo sulla schiena. Mentre i vicini sentivano me. Per altri versi. Mi percepivo ustionata. Cazzate. E’ che non sono pronta per l’estate. Non adesso. Urge vena drammatica. Ma l’unica cosa a cui riuscivo concretamente a pensare era il gelato. Credo lo desiderassi. Anche se tra desideri e ricordi non sono riuscita a focalizzare. Comunque sarebbe stato uno di quelli enormi. Servito in un piatto grande quanto un fonte battesimale. E alto come l’Everest. Formato reggimento. E non ne sarebbe rimasto nulla.
Una volta il Latitante mi ha portata a Modena. Una volta è riduttivo. Ma la città non è male. Non so. Ha un che di marittimo. Anche quando d’inverno fa un freddo cane. Sarà che è piatta. Almeno credo. E per me l’assenza di salite e montagne significa sempre mare. Ed anziani in bicicletta. Anche se di mare non ce n’è.
Comunque quella volta era Luglio. O Agosto. Mi portò a mangiare questo enorme gelato. Erano all’incirca le otto PM (che suona molto inglese). La gente faceva l’aperitivo. Credo che anche lui fosse incline a qualcosa del genere. Ma lo sabotai. Con un colpo di ciglia. Adoro i dolci. Ammortizzano l’acido che ho nel sangue. Anche se l’effetto è solo transitorio. Mentre i chili restano.
Ricordo che non mi ero asciugata i capelli quella sera. Li avevo legati. Il che evidenziava la mia testa da zucca. A volte penso di essere perfetta per un ruolo da protagonista nella festa di Halloween. O comunque si scriva. Dio benedica Cristoforo Colombo, o chi per lui, per avermi regalato la possibilità di avere una notte di gloria. Senza sovrapprezzi per l’importazione. E’ sempre positivo sapere che il destino ti ha dato una chance. Anche se credo che passerò. Non ho nervi a sufficienza.
Comunque sentivo un po’ freddo. Anzi molto. Ma non ho lasciato il cucchiaio finché il fondo del bicchiere non era splendente. Come dopo un passaggio in lavastoviglie con il miglior detersivo del settore. Il ricordo mi basta per vomitare.
E non sono poi così sicura di volere il gelato. Forse invidio di più una camminata in un qualsiasi centro cittadino. O i passanti che fuori dalla mia finestra si affrettano verso la fiera del formaggio. Che io odio. Non i passanti, il formaggio.
Mi rendo conto che si tratta di un verbo che uso spesso. Perché mi piace essere drammatica. Ma non credo di odiare realmente nulla. Tutt’ al più ci sarebbero quelle tre o quattro persone a cui spaccherei volentieri la faccia. Col sorriso sulle labbra comunque. Da amica. Per il loro bene. Ché un po’ di rispetto ed umiltà non ha mai fatto male a nessuno. E se tua madre non te l’ha insegnato, permettimi di averti tanto a cuore da volertelo insegnare io. Mi ringrazierai. Quando le fratture saranno guarite. Sempre ammesso che non mi lasci trascinare dall’entusiasmo e ti faccia fuori. Ma sappi che si tratterebbe di uno stato passionale. E perdonami.
Comunque credo di aver voglia di camminare. Adesso. Anche se i miei femori non la pensano come me. Sono le otto di sera. Di nuovo. Cambio le lenzuola con la velocità di una novantenne artritica. Ho una certa età. Anche se non ho ancora un piede nella fossa. Ché poi magari sono già tutta là dentro. Ed è solo questione di minuti perché me ne renda conto.
Per stare sul punto, il sesso va bene. Ma il kamasutra no. Non tutto in una volta, per lo meno. Che poi mi chiedo sempre chi le abbia inventate tutte quelle posizioni. Degli acrobati del circo suppongo. Manca solo che si arrampichino sui lampadari e poi stanno al completo dell’orgasmo.
Il Latitante mi suggerisce di dimenticare il valore ginnico e di considerare il merito artistico della minuziosità con cui i disegni sono stati realizzati. Sarà… Ma le gambe che non reggono sono le mie. Adesso.
E gli rispondo che sarebbe meraviglioso se la terra fosse davvero sferica. Così potremmo lasciarci scivolare giù fino in Sudafrica senza pagare il biglietto aereo. E poi capovolgere il tutto e slittare di nuovo a casa. Inclinando ogni volta la sfera così che ogni viaggio si trasformi in una scivolata da parco acquatico. Veloce, piacevole, gratuita ed indolore.
Lui mi guarda. Non lo stupisce che la mia risposta non abbia nulla a che vedere con la sua affermazione. Si limita a dire che, presto o tardi, dovremmo fare un viaggio fino a Capo Nord. Ha in mente un percorso che, in macchina, prenderebbe una sessantina abbondate di ore. Per un totale di oltre 5.000 chilometri. Forse dovremmo prima andare sulla superstrada a battere. Dico. E’ pur sempre un’esperienza di vita, risponde. E comunque niente macchina, voglio scivolare giù e atterrare davanti al solstizio estivo. Il Latitante preferisce il crepuscolo della notte polare. Ci avrei giurato. Ci vado da sola, allora. Ti mando una cartolina. 

Premonizioni

Ne ho abbastanza del soffitto impigliato tra le ciglia, tela bianca lentamente imbrattata di pensieri in strati corposi. Prima che la sovrapposizione dei colori degeneri in nero, mi alzo e inizio a vestirmi. Sento il tuo corpo che annaspa nel voltarsi verso di me, la sola idea che tu mi guardi mi fa venire il vomito. Ma le palpebre restano sigillate, cortesia di un striscia di luce che, filtrando dalla tapparella, ti colpisce il viso. Mi chiedi dove vado, rispondo che esco. Mentre lego i capelli il tuo respiro si riaddormenta e il mio esala sollievo.

Una volta ti faceva impazzire che me ne andassi in giro così, nel cuore del buio, senza cellulare, senza documenti, con pochi spiccioli in tasca. Ma l’assuefazione ha curato il sentimento. Siamo diventati due adulti ragionevolmente persi ciascuno nel proprio mondo, totalmente incapaci di condividere un pensiero che vada oltre le bollette da pagare e il rubinetto che perde.

Una notte mi venisti persino a cercare. Di me non hai mai capito nulla, ma c’è stata un’epoca in cui mi sottoponevi a ripetuti interrogatori e quando infine tacevi restavano vivi gli occhi a tradire una costellazione di punti di domanda. Ma gli interrogativi, cui per troppo tempo non riesci a trovare risposta, sono come fiori recisi: puoi cambiare l’acqua del loro vaso, ma ormai stanno marcendo.

E così è capitato a noi. Puzziamo di cadavere, ci stiamo decomponendo, abbiamo smesso di cercarci, di accusarci, di biasimarci e il mio bisogno di aria pulita è stato depennato dalle tue preoccupazioni. Mentre io cammino tu dormi e nel sonno passi in rivista i tuoi sogni preconfezionati, premasticati, predigeriti, riciclati in continuazione. Nell’obitorio di questa vita, ti consoli con l’esserti aggiudicato una discreta sutura. Senza di me magari si allenterà qualche punto, ma il tuo buon senso arginerà prontamente il danno, declassandolo ad inconveniente.

Spero che non ti incazzerai se parto un po’ più carica del solito. Ma stai tranquillo, ché non intendo rubare nulla. Avrei potuto avere tutto e gratuitamente e, forse anche per questo, ho perso ogni interesse.

Mi limito a riprendere il mio sangue che con il tuo si è mischiato come olio all’acqua. E il cuore, visto che, disgraziatamente, non ne posso far a meno. Tanto gonfio e pesante, dentro a questo petto esile, che temo il rumore che farò, nel trascinarlo giù dalle scale. Non vorrei svegliarti: quegli occhi che mi strabuzzano addosso non li posso più sopportare.

Parto come ero arrivata, a bordo di quel diretto con destinazione Libertà, quel carrozzone malridotto che, con suo tortuoso percorso di scambi e di curve, finisce sempre col deragliare nei pressi della Instabilità o coll’imboccare il binario tronco della Solitudine. O entrambe le cose al contempo…

E’ vero che devo fare il biglietto, ma non è il caso che mi affretti. Ci sono due soli treni che passano ad ogni ora e su cui c’è sempre posto. Questo, il cui biglietto è salatissimo, ma tanto ben rateizzato che lo sconti a vita, e un altro, gratuito, di cui vorresti che nessuno ti avesse mai parlato.

La differenza è che certi viaggi puoi almeno tentare di non farli, puoi issarti sul cavallo a dondolo e andare su e giù all’infinito, pensando che quelle ascese e discese ti facciano attraversare il mondo. Mi ritornano in mente le tante cose che, come questa, hai provato ad insegnarmi, scontrandoti col muro del mio dissenso silenzioso.

E poi ci sono altri viaggi che vengono a reclamarti, biglietto obliterato alla mano e nessun saluto che possa essere contraccambiato. Perciò cavalca, bel fantino dormiente, spera di tagliare il traguardo il più tardi possibile e dimentica che la tua finta inconsapevolezza non scalfisce l’inevitabile.

Mentre tu sogni la tua piccola vita, sicura e felice, all’interno delle sue mura solide, col ponte levatoio alzato e le sentinelle pronte a sparare, mi allontano da te tra l’eco dei tacchi consumati, il binario deserto e la testa finalmente adagiata a sbattere ritmicamente contro il finestrino.

Guardo fuori. Attraverso lo stendardo della famigliare oscurità, che del paesaggio mi nega i particolari, fiuto edifici, strade e sterrati. Sento la schiuma di questo immenso mare che fugge veloce e sincera in direzione opposta alla mia. Nessuna promessa, nessuna cazzata, nessuna marea a portare indietro le onde. E l’occhio guarda avanti, asciugando i pochissimi rimpianti nella fluidità con cui l’immaginaria scena penetra le ossa e inconsistente scivola alle spalle.

Di questo cammino senza direzione geografica, svuotato del passato e attraversato incorporeo da un presente di ombre, mi godo l’oscillazione ritmica e l’aroma che contorcendosi sale dall’ultima sigaretta prima che l’enfisema mi stringa i polmoni.

Avevamo smesso di fumare, dicevi che farlo insieme ci avrebbe motivato a vicenda. Usavi parole come “noi due” e “insieme” e io ho iniziato a sparire all’improvviso, a latitare per giorni, a tornare ubriaca da te che mi riprendevi indietro, perché tu cane e io coperta: di me non avevi bisogno ma ero entrata a far parte delle tue abitudini.

E sola nella notte tornavo a giocare tra le mani di uomini che non conoscevano il mio nome, a cui non interessavano il come ed il perché. Avevano una vita e non era la mia. Viaggiavamo dispersi gli uni dentro gli altri e in quel deserto tornavano a bere le mie radici, assetate da troppa terra. Correvamo furiosi verso un capolinea da pochi minuti e una frettolosa dimenticanza del colore dei sedili. Stavo così bene in quell’oblio, con la solitudine che mi accarezzava i capelli mentre succhiavo pelle sconosciuta e insapore.

Non credere che non abbia mai avuto sensi di colpa, ma l’ondivaga eppure costante avversione per il tuo percorso guidato mitigava la coscienza. In fondo di che rimordersi quando quello che chiamavi nostro era tuo? E tua ero anche io, accattivata da una fede incrollabile nel trinomio “mutuo per casa – matrimonio – figli”, cardine che mi ha resa giostra, infilata su un perno che attorciglia lo stomaco fino a farsi vomitare.

Non saprei esattamente come spiegarti che ciascuno di noi ha una matrice. Potrei dirti che io sono cielo e tu sei terra, ma il cielo e la terra sono inchiodati alla croce del fare l’amore sulla linea dell’orizzonte. Forse farei meglio a paragonarmi alla scimmietta addestrata di un circo itinerante. Dopo essermi esibita per te, lasciando che fossi tu il coreografo del mio numero, ho deciso di partire verso la prossima città.

Eppure stanotte in questo vagone deserto, il cuore tumefatto ma insolitamente leggero divora la ruggine dell’esitazione e si prodiga nel ricomporre i frammenti dell’anima che ho provato a svenderti. Mi allontanano sempre più dall’arte teatrale del compromesso, mentre la sirena grida, tentandomi nella direzione più naturale eppure così dolorosa.

D mio sorriso gentile e stanco, di cui non hai mai colto la prigionia, solo ora schiudo le labbra per sputarti addosso il veleno straniero di un luogo privo di geografia, di spazio e di tempo, dove ogni cosa muta e l’unico riferimento è l’assenza di legami.

Da lì provengo, mio malgrado intatta ad ogni tentativo di auto-manomissione. Da quella patria senza terra di chi non è nato spettatore, ma antagonista e, della vita puttana mai sazio, pagherà doppiamente il prezzo di ogni suo gesto. Di chi luccica agli occhi altrui per la sua saggezza delle sue mani ruvide e superficialmente viene invidiato per il vento che gli agita le vene. Di chi è tutto e non parte e nella totalità è condannato al cammino solitario.

E, poiché questo è il mio sangue, ogni notte sola accetterò di morire e deserto sarà il mio risveglio. Avanzerò sfiorata da dita, mai abbastanza rapide da afferrarmi, mai abbastanza coraggiose da intrecciare le mie ed affiancarmi nel passo. Nell’essenza la scelta, nella scelta il destino, nel destino ogni ritorno diventa un addio.

Perciò perdonami se ti lascio mentre sognando consumi i tuoi giorni di seconda mano. Queste mie parole mute non saranno tormenta a sradicare il tuo sordo arbusto. E stai tranquillo ché questa rescissione netta, eppure priva di sangue, lascerà tutto così intatto da farti dubitare che io sia mai passata di qui.

Domani il tavolo sarà al suo posto con tutte le sedie rigorosamente allineate e le lancette continueranno a muoversi in senso orario, lo zucchero ad essere dolce e la tua vita ad essere insipida. Domani seguirai la tabella di marcia e così il giorno dopo e quello dopo ancora.

Mentre mi rimuoverai come macchia incorporea, raschiando ripuliti gli anfratti più remoti del cervello, arrancherò ostinata sulla strada che ricongiunge essenza ed esistenza, un occhio impaziente e l’altro incastrato tra l’orizzonte e la lacrima.

E se ti aspetti che, giunta a casa, ti scriva almeno una cartolina, non realizzi che la mia meta è il viaggio e non la destinazione.

No way out

E’ bella questa pioggia. Lenta e regolare come una litania. Un sottofondo che si lascia sentire ma non disturba. Le gocce scivolano suicide lungo i vetri. Cadono giù come grosse lacrime. Senza gloria. Dolori che si perdono, che si dimenticano. Prive di clamore particolare, quasi mute. Scorrono con calma, inesorabilmente dirette verso il fondo, su cui si adagiano, su cui si fondo tra di loro e con un tutto a cui sembrano naturalmente appartenere. Mentre l’occhio le segue distratto.
In questa stagione la pioggia trasforma il bianco in colore. Cromatismi scuri ma brillanti che abbattono il senso di omologazione e ridonano un’identità propria a tutto ciò che colpiscono. O sfiorano.
Invidio l’acqua, il modo in cui scorre, in cui passa e sembra tornare, senza mai essere la stessa, senza accettare punti fermi, se non in via transitoria. Ingannevole. Invidio il suo adagiarsi nelle forme, riempirle aderendovi perfettamente per poi abbandonarle senza mai esserne realmente prigioniera, senza portarne in eredità la contaminazione degli angoli e degli spigoli. Invidio il suo essere tanto ribelle al nostro corpo, alla pelle, alle dita, attraverso le quali scivola senza sforzo, con la grazia della continuità di un movimento inarrestabile.
L’acqua non è figlia di nessuno. Non del cielo che la scuote da sé facendola piangere sulle nostre teste. Non del cemento che la lascia evaporare. Né della terra, semmai schiava del suo potere vitale.
E’ un po’ come quelle lettere che girano a vuoto tra i servizi postali di mezzo mondo per poi tornare al mittente con una croce sull’inesistenza dell’indirizzo a cui sono destinate. Quei fogli che si strappano o che si gettano sul fondo di un cassetto. Che perdono senso o che ne assumono uno autonomo. Quello di capovolgersi tra definizioni che, prive di direzione umana, ballano e si allontanano, che si spezzano e ricostruiscono, assumendo significati sempre nuovi e diversi.
La pioggia ha lo stesso potenziale delle parole. Una goccia in sé non è nulla, ma molte gocce insieme dissetano la terra, fanno rinascere la vita. O la mettono in pericolo, insinuandosi là dove il suolo è friabile, rompendo argini, seminando devastazione. Nella sua meravigliosa esiguità, l’acqua eccede le nostre opzioni di controllo, non è riconducibile ad alcuna equazione matematica, né lo è il suo comportamento. E’ libera, non ci è dato di violentarla attraverso le nostre umane strumentalizzazioni.
Vorrei avere tempo per restare qui a guardarne lo scorrere leggero ed imperterrito. Proprio adesso che le evoluzioni della vita mi chiamano insistentemente altrove. In un mondo molto più materiale, frenetico. Un contesto che per molto tempo si è allungato sopra di me come un’ombra, sparendo nella notte, riaffacciandosi al mattino. Molto aereo, ipotetico, lontano. Fino all’ultimo. Fin quando non mi svegliano di primo mattino per annunciarmi che tutto è cambiato. Il punto di svolta, protrattosi a lungo, mi guarda con aria di sfida.
Non so come sarà, né se durerà, né quanto. Ma so che ci sono istanti in cui la vita si snoda per sempre, in cui si intraprende una direzione, lasciandosi alle spalle ogni altra possibilità. E io sono oltre. Ho passato il meraviglioso crocevia in cui tutto è possibile. E ho scelto un cammino su ogni altro. In tempi remoti, priva di prospettive di immediatezza. Ma ho deciso. Senza sapere a cosa andassi incontro, com’è giusto che sia. E con enormi aspettative. Ho coinvolto altre persone. E ora che i meccanismi iniziano a girare non c’è più modo di tornare indietro. Il tempo sta tutto alle spalle, ha soffocato certezze ed entusiasmi. E coltivato dubbi e precarietà oggettiva e soggettiva.
Ma indietro non si torna. Si chiama coerenza. Non è obbligatoria. Ma non posso fuggire di fronte a ogni forma di responsabilità. L’ho sempre fatto, rende liberi. Soli, ma è un effetto collaterale in me soggetto ad un buon livello di metabolizzazione. Ci si sente instabili, precari, ma certi di possedere sé stessi fino all’ultimo atomo. Di poter scomporre e ricostruire ogni cosa a proprio piacimento. E la sicurezza dell’incerto diventa un principio di stabilità. Sembra strana la relatività di ogni concetto, di ogni percezione. Ma è incredibilmente logica e perfetta.
Eppure ho scelto di fidarmi di qualcuno. Al di fuori di me. E questo concretamente mi sconvolge. Mi sento rivoltata a testa in giù. Stanchissima. Forse anche spaventata, pur non avendo questa specifica percezione. Piena di dubbi, di una precarietà non mia, amara, ripetuta, pugnalatrice di entusiasmi ormai morti da tempo.
Ho passato il weekend con il Latitante. Non sono mai stata troppo bene. Fisicamente. Il mio spazio si è riempito di oggetti confusi, disordinati. Estranei, forse inutili. Stonati. Soprattutto di vecchi scatti a lungo sepolti. Dai sorrisi così remoti da essere divenuti ormai falsi. Beffardi. Dagli occhi entropici nelle promesse e nella vita. Mi sento sbattuta in prima pagina. Con una storia che è tutta mia ma che non sento tale. Senza pietà per i dettagli più crudi, senza spazio per gli umani cedimenti.
Non so se posso farcela, ma so che devo. Ogni briciola di passato è accusatrice. Lascia scoperti i nervi. Ma devo continuare, devo provarci almeno. Ci sono strade senza svolte per poter tornare indietro, senza aree di sosta, senza paesaggi piacevoli intorno con cui potersi distrarre. Senza entusiasmo per la destinazione. Ammesso che ve ne sia una.
Questa è una di quelle strade.