Intervallo (Perchè andare avanti è sempre un pò come tornare indietro)

Non ho scritto nulla per una marea di tempo. Non saprei nemmeno quanto con esattezza. E non è che la cosa mi tormenti molto. Non avevo nulla da dire. Non ho niente da scrivere nemmeno adesso. Ma ho deciso che mi sarei affidata alla sorte. E ti pare che non mi giocasse un tiro mancino… Ho stabilito che avrei scritto se fossi riuscita ad accedere al sito. Poiché sono negata per le passwords e gli usernames avevo la certezza matematica che la fortuna avrebbe girato dalla mia parte. Invece boom: dentro al primo tentativo. Avrei dovuto saperlo che la matematica è un’opinione e che il fato ti volta sempre le spalle. A prescindere. Che tu voglia vincere alla lotteria di Capodanno o perdere mezz’etto di peso dopo tre settimane di dieta ferrea il fallimento è assicurato. Tuttavia non sono pessimista. Io credo ancora che la ruota prima o poi girerà dalla mia parte. Altrimenti ben lungi da me sarebbe l’idea di provare a loggarmi su WordPress. Il che fa molto Cantami o diva del pelide Achille l’ira funesta… So anche un paio di versi in più. E riuscire ad arrivare fino alla prima virgola mi fa sentire molto figa. Come se nella vita servisse a qualcosa. So anche l’inno nazionale. La prima strofa, giusto per ridimensionare la cosa. Me l’ha insegnato Kid_A, che adora lo sport e ha fatto il servizio militare. Non so se c’entrino più le medaglie d’oro che sporadicamente qualche connazionale vince o le giovanili vicende pseudo belliche, ma ha deciso che dovevo essere educata all’amor patrio. E ha funzionato. Più o meno. Non amo questo paese, ma la memoria a breve termine ha recepito ogni parola nel giusto ordine. Un po’ come quelle dell’Iliade… Dalle dieci cose che ho fatto durante la mia assenza posso depennare questa. Il fatto che ne manchino nove non mi consola molto. Affidarmi al mondo degli elenchi mi ha sempre fatto tristezza. O forse provo una banale forma di invidia segreta per quelli che li sanno fare. La lista dei buoni propositi: di fine estate, di inizio anno, del post compleanno. E’ eccezionale trovare un tot di cose che da tutta la vita ti riproponi di fare e che per tutta la vita ti riproporrai di fare senza mai raggiungere l’obiettivo. Ma anche la lista della spesa. La mia è un “non pervenuto”, nel senso che io non pervengo a farla. Oppure lei non perviene con me al supermercato. Quindi aboliamo il concetto di elenco, limitandoci a navigare a vista su qualcosa che ancora più essere oscuro alle migliaia di lettori del mio blog. Nonché indispensabile alla prosecuzione delle loro vite. Ad esempio: ho lasciato l’Obitorio e sono finita all’Oratorio. Il che non significa che mi sia convertita al cristianesimo. O che abbia cambiato lavoro. Piuttosto abbiamo inaugurato la stagione (e sarà davvero poco più di una stagione) del lavoro itinerante. Siamo in regime di asilo politico last-minute. E come tutti i last minute ha i suoi vantaggi: non paghiamo l’affitto. Ma gli ospiti sono come il pesce. Puzzano. Se non dopo tre giorni, nell’arco di tre mesi cominceranno a considerarci estremamente maleodoranti. E saremo di nuovo sulla strada. Tuttavia non riesco a considerare il mio status di profuga come un problema. Essere finita nel buco-del-culo del mondo mi fa sentire come se fossi dentro all’Intervallo della RAI. Con quei paesetti sconosciuti. Imboscati in provincie dalle sigle indecifrabili. E il campanile, il ponte, le fronde degli alberi a fare da contorno. Tutti così uguali. Tutti così meravigliosamente osceni… Ma mi sta bene. Ho sviluppato un certo gusto per l’orrido. Ho imparato a prendere le cose come vengono… Ah sì, ecco un’altra cosa che mi è capitata. Sto attraversando il mio periodo zen. Molto zen. Per arrivare oltre i confini della civiltà ci metto il doppio del tempo. La mia percentuale di perdita dell’unico autobus che passa nell’arco di due ore è incrementata del 50%. Devo litigare coi nanosecondi per completare il mio orario settimanale. Divido l’ufficio con tre persone per cui non c’è verso di avere sessanta secondi consecutivi di silenzio. Ma mi sento estremamente easy. Non che sia qualcosa che ho fatto, ma non guasta. Come non è guastato tornare in Sudafrica una seconda volta. Però sta diventando un problema. Kid_A ha prenotato di nuovo per il prossimo Dicembre. O peggio: è nella sua fase di turista-fai-da-te. Da oltre un anno ha messo al bando le agenzie di viaggi. Da allora io sono la sua agente turistica. Ovunque si vada mi favorisce la sua carta di credito e lascia a me tutta la parte organizzativa. Lo scenario è inquietante. E lo sarebbe ancor di più se diventassimo come quelli che timbrano il cartellino delle vacanze estive a Milano Marittima. Stesso albergo, stesso bagno, stesso ombrellone… Per scongiurare almeno in parte il pericolo ho convinto il mio amato che non potevamo perderci la Provincia del Capo Settentrionale. Il che ci farà fare solo 3.500 km di spostamenti. Per vedere leoni da una parte e leoni dall’altra. Non so se sia una buona idea. Occhio e croce direi di no. Posso solo pregare che il Kgalagadi sia bello quanto il Kruger. Oppure che l’aereo cada all’andata. Avendo prenotato un volo della Egypt Airlines mi sento più incline a puntare sulla seconda. Anche se non ho poi tutta questa gran voglia di morire…

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La Datazione dei Fossili

Una decina di giorni fa si è consumato il mio primo anniversario di fidanzamento con Kid_A. Che brutta parola “consumare”. Mi fa pensare a una gomma. O a qualsiasi cosa sia rovinato e non più utilizzabile. Non nei limiti della decenza, per lo meno. Ma anche i rapporti si logorano. O si logoreranno. Tanto vale mettersi nell’ottica. In ogni caso, la verità è che io e Kid non abbiamo mai nemmeno remotamente pensato di ufficializzare il nostro rapporto. Alla nostra età siamo molto oltre l’ansia di voler aggiornare il nostro status su facebook. Che comunque non abbiamo. Ma lui aveva adocchiato un costosissimo ristorante di crostacei e gli serviva una buona ragione per andarci. Così una sera è rientrato trionfalmente dal lavoro annunciandomi che, sebbene in ritardo, era il momento di festeggiare. Avrei volentieri intavolato una disquisizione sull’insopportabile gusto dolciastro del granchio della Kamchatka. O sul fatto che certi luoghi, oltre ad essere di dubbia ubicazione geografica, abbiano anche nomi di cui non conosco né l’ortografia né la pronuncia. Ma abbiamo finito con l’inabissarci nei meandri storici della datazione del nostro rapporto. Sarebbe stato più facile piazzare un fossile nell’anno X del Paleolitico Superiore. Dopo dieci minuti di elucubrazioni sul nulla, mi sono resa conto che urgeva una soluzione. Qualsiasi cosa purché non fossimo costretti a passare tutta la serata sull’argomento. L’accordo si è trovato sull’undici Settembre. E si è trovato velocemente. Segno che nemmeno a lui, in fin dei conti, importava granché. Quel giorno stavamo in aeroporto. Il Ben Gurion. E già qui la questione parte comprensibilmente male. Stavamo sbrigando la classiche procedure di imbarco. Quelle che in Europa richiedono un’ora e in Israele tre. Prima di allora credo di aver sempre pensato che, bene o male, a casa mi ci avrebbero fatta tornare di diritto. In uno dei miei rientri da Londra, ad esempio, nessuno storse troppo il naso sul fatto che la mia carta d’identità fosse scaduta e che il passaporto fosse in fase di eterno rilascio presso gli uffici consolari. Ma a Tel Aviv ho capito che nulla è scontato . Perché ci sono paesi nel mondo dove ti lasciano entrare sulla fiducia, ma, al momento di rispedirti da dove sei venuto, ogni dubbio su tuoi eventuali intenti criminali deve essere dissipato. Tornando al punto, mentre attendevamo di avere i famigerati codici a barre, iniziò a girare voce che le coppie dovessero passare insieme i controlli. Non che la cosa mi riguardasse. Ma una vecchia ficcanaso che viaggiava con noi ebbe la brillante idea di rivolgersi al personale denunciando me e Kid_A come coppia renitente. Il suo inglese era piuttosto strampalato. Ma il concetto venne comunque colto al volo. All’epoca noi due ci conoscevamo sì e no da una settimana. Ci stavamo calcolando da un paio di giorni. E sebbene, in fatto di matematica avessimo già approfondito, dover rispondere a domande sulla nostra relazione mi risultò indigesto. Nell’arco di mezz’ora mi trovai a spiegare a quattro diverse persone che non eravamo sposati, né fidanzati, non vivevamo nello stesso appartamento e non avevamo intrapreso quel viaggio insieme. Nel frattempo avrei avuto anche io un paio di quesiti da porre. Il primo rientra nella categoria dei grandi interrogativi esistenziali. Quelli destinati in ogni caso a rimanere privi di risposta. Ovvero perché la gente sia geneticamente incapace di farsi gli affari propri. Il secondo era un po’ più terreno. Mi chiedevo chi dei due fosse stato individuato come terrorista. Avendo il passaporto immacolato mi sentivo abbastanza tranquilla. Credevo ingenuamente che i miei trascorsi siriani potessero considerarsi dimenticati. Per cui ho minimizzato sulla mia relazione con Kid, sperando di passarla liscia. Ma con un bel cinque a fine codice sono stata smontata e rimontata. Con tanto di addetti che si scusavano ogni trenta secondi per i disagi che mi stavano arrecando. Roba da sfoderare un fucile a ripetizione e dar loro un buon motivo di nutrire tanti sospetti sul mio conto. Nel mezzo di tutto questo mi sono trovata divisa da Kid. Dev’essere che il severo dio dell’Antico Testamento disapprovava la nostra liaison. E non saprei come dargli torto. Così mentre lui passava il metal detector con due bottiglie di vino nel bagaglio a mano, io ero impegnata in patetici teatrini con addetti aeroportuali vari, i quali, senza mai smettere di sorridere e di fare la faccina costernata, esaminavano le mie proprietà fino all’ultimo paio di mutande sporche. Credo di aver capito il senso dell’arrivare in aeroporto con largo anticipo sull’orario d’imbarco. O forse no. Visto che in seguito non ho mancato di incrementare la mia collezione di voli persi o presi per la coda. Con Kid_A ci siamo ritrovati per puro caso un’ora dopo. Di fronte ad una grande fontana. E ci siamo giurati amore eterno. Ovviamente non è vero. Lui si è limitato a dirmi “Sfigata, ma che giri hai fatto nella tua vita?”. Ma un po’ di sano romanticismo darebbe senso alla datazione del nostro rapporto. Perciò gli ho proposto di fingere che le cose fossero andate così e prenotare il ristorante per il giubileo dell’anno uno. Anche se i crostacei non mi entusiasmano affatto.

L’Armageddon

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Mi sento un attimo persa. Manco da due mesi. Comodi. E per scoprirlo con esattezza non sapevo nemmeno da che parte andare. Dieci minuti per aprire il mio ultimo post. Nel frattempo mi sono trovata a pensare che non conta quanto uno scrive ma come scrive. Ma ho tentato di allontanare l’idea. Altrimenti questo post inutile non sarebbe mai nato. Collateralmente mi sono anche ricordata che la tecnologia non è mai stata il mio forte. Nessuna tecnologia. Dev’essere per questo che l’utilizzo del microonde è per me tuttora un mistero. Nemmeno lo volevo. Ovviamente. Ma la mater ha ritenuto che fosse un oggetto indispensabile per la mia cucina. Che è piuttosto piccola ed inutilizzata per aver realmente bisogno di qualsivoglia accessorio. Alla fine sono riuscita a dargli un senso. L’ho riciclato come “parete d’incollo” per calamite. Forse avrei fatto meglio a buttarlo dalla finestra. Ma ho preferito canalizzare il mio spirito trash invece che correre il rischio di uccidere qualcuno. Il pezzo forte della collezione è un orrendo Ganesh rosa. Così in basso non sono mai più riuscita a scendere, nonostante profonda tutto il mio impegno nel tentativo di peggiorare. Secondo Kid_A non è che non degeneri: semplicemente rivolgo la mia attenzione altrove. A Praga ho acquistato una statuetta in legno raffigurante un klezmer. A Parigi una ballerina di vetro, la quale fortunatamente non è sopravvissuta al viaggio. A Jericho ho optato per un medaglione finto-antico grande quanto un piatto. Sono la gioia di tutti i bancarellari del mondo. Almeno loro mi amano. Ne sono certa. Perché quanto ad oggetti inutili e di cattivo gusto sono diventata una vera intenditrice. Nonché un’acquirente devota. Mi viene immediatamente da pensare che forse sarebbe meglio che stessi a casa, prima di ridurre la mia vita ad una sagra del grottesco. Il che in effetti è quello che ho intenzione di fare. Visto che gli eccessi estivi hanno devastato le mie già esili finanze. E comunque l’estate sta finendo. Sarebbe il momento perfetto per chiudersi in casa e riaccendere il caminetto. Se ne avessi uno. E, in ogni caso, se il mio salotto ne fosse dotato non credo che l’avrei mai spento. Visto che di fatto la bella stagione deve ancora iniziare. Il che potrebbe essere perfetto se fossimo a Maggio. Ma, fatti due conti, direi che non è esattamente così. Contestualizzando sta per iniziare un autunno che mi priva ingiustamente del diritto di potermi lamentare per il calo delle temperature. Nonché della possibilità di annoverarlo tra i buoni motivi per starmene rintanata al calduccio. Sono nata sulla tangenziale delle perturbazioni. E ci sono cresciuta. Ma il meglio è che, a questo punto, ci morirò anche. Al freddo e al gelo come il bambin Gesù. Davvero divertente. Forse dovrei buttarmi a capofitto nel lavoro. Giusto per risollevarmi un po’ il morale. Ed occupare dignitosamente il tempo ed i pensieri. Ma di sicuro ci batterei la testa. Questo periodo è un deserto. Ma non uno di quei deserti sabbiosi e pieni di dune. Più che altro sembra un’aspra steppa dell’Asia Centrale. Riceviamo continue minacce di chiusura dell’Obitorio. Ormai ci chiamano per sapere quali sono le ultime novità in materia. O per spifferarcele, a seconda dei casi. Eravamo un circo e adesso stiamo diventando una soap opera. Una patetica telenovela sudamericana. Con colpi di scena così inverosimili da risultare indignitosi. Ovviamente alle voci di bancarotta se ne alternano altre per cui potremmo trovarci con dieci volte il lavoro che abbiamo ora. Vorrei poter scrivere che le idee sono poche ma confuse. In realtà sono molte ed esponenzialmente ancor più ingarbugliate. Ed i vertici obitoriali non aiutano. Il nostro attuale líder máximo è un uomo distrutto. In tutti i sensi. Ogni volta che lo vedo mi verrebbe da abbracciarlo. Così, per istinto di consolazione. Ha la faccia di uno a cui mancano dieci minuti a morire. In tre mesi non è ancora riuscito a tirar fuori il benché minimo spirito d’adattamento. Somatizza l’atmosfera “deliziosa” che si respira qua dentro. Ieri mi ha dato l’impressione che se gli avessi detto che aveva una stringa slacciata sarebbe scoppiato a piangere. Io la terapia psichiatrica di gruppo la sostengo da tempi non sospetti. Ma ultimamente temo che parecchi potrebbero finire col darmi ragione. Il che è grave. E nemmeno la nuova responsabile aiuta. Capo Palla si inventava ogni giorno un nuovo adempimento da portare a termine improrogabilmente entro le successive sei ore. Il più delle volte mi sembrava di essere in un videogame. Di quelli dove gli omini verdi ti sparano addosso e l’unico modo che hai di sopravvivere è annientarli a suon di atti amministrativi. Ma per lo meno avevo qualcosa da fare. Qualcosa di diverso dall’aspettare che i minuti si trasformino sul display del telefono. La Stordita (che lo sia è ormai accertato oltre ogni ragionevole dubbio) invece è donna molto timorata di dio. O meglio delle divinità multiple del nostro Olimpo obitoriale. E tutta questa reverenza aiuta solo a far sì che ogni atto dovuto diventi una questione di stato. E rimanga arenato per l’eternità. Perché secondo i suoi calcoli anche se devi comprare una penna è necessario ottenere l’autorizzazione dell’autorità suprema. Ovviamente si tratta di un entità policefala che risponderà contemporaneamente sì, no e forse. Congelando le vene alla Stordita, che non si sbloccherà nemmeno innanzi ad opere di proselitismo, stile Testimoni di Geova, con cui il malcapitato dipendente cercherà di spiegarle che no: non è possibile cavarsi il sangue e usarlo per scrivere. Anche se sarebbe indubbiamente molto in linea con tutte le elucubrazioni legislative sul contenimento della spesa. In fin dei conti è per questo che mi sono decisa a tornare a scrivere. Per ingannare l’attesa. Magari prima o poi arriva l’Armageddon. Speriamo che si sbrighi…