Il senso antiorario del Lunedì mattina (e di tutte le altre mattine)

Sei e venti. Apro gli occhi. Senza che la sveglia abbia suonato. Il che sarebbe carino se fosse Venerdì. Ma oggi… Lasciamo perdere. Anzi no. Ci sono un sacco di modi per suicidarsi. E, di tutti i momenti del giorno, questo è il migliore. Nel più dei casi non è nemmeno necessario uscire da proprio appartamento. Per morire. Passo in rassegna le possibilità metodologiche. Ma non trovo nulla di originale. Se devo chiuder qui i conti con la vita, vorrei almeno passare alla storia. Sono troppo vecchia per morire giovane. Posso solo crepare col botto. Diversamente aspetterò che la peste mi colga. Intanto mi infilo nel cesso. La gente normale si riferisce al bagno di casa propria utilizzando per l’appunto questa parola. Io no. Sono obiettiva. Il mio è un cesso. Niente fiocchetti. Emana quel profumino che mi ricorda tanto gli orinatoi della Waterloo. Ma potrebbe essere una qualsiasi stazione di una qualsiasi città sulla terra. Magari anche su Saturno. Ma non dispongo di informazioni esatte in merito. Nella puzza c’è un che di confortante comunque. E’ una sorta di fil rouge. Ti fa sentire a casa ovunque tu vada. Salvo raffreddore, ovviamente. Ma è comunque una sicurezza ad impatto. Meglio avere le cinture allacciate. Ovvero, essere a stomaco vuoto. O avere lo scatto felino per aprire la finestra a tempo di record. A quest’ora mi avvalgo della prima opzione. Visti i risultati, potrei anche smettere di pulire. Non farebbe nessuna differenza. Oppure potrei scrivere una letterina a Mastro Lindo perché renda il mio cesso pulito come i bagni delle pubblicità. Quelli che sono tanto scintillanti da avere il glitter sui bordi dei sanitari. Magari, a luce spenta, sono persino fluorescenti. Dovrei indagare. Forse sarebbe meglio svelare prima l’arcano di questo tanfo. E poi passare ai massimi sistemi del marketing. Dev’esserci un feto di koala morto da qualche parte. Cerco sotto al mobiletto, dietro alla lavatrice e vicino alla tazza. Nulla. Forse è un grosso ragno peloso. Ma il giro oculare in cerca di ragnatele ai bordi del soffitto non mi soddisfa. Ripiego sul lavaggio denti. Il dentifricio è una delle poche cose che sono in grado di trovare a quest’ora. Dipende dall’intercontinentale ubicazione del tubetto. In qualsiasi casa ti trovi, lui sta sempre lì. Nel vasetto, bicchiere o portaspazzolini al lato del lavandino. Non che vada a casa della gente a scroccarlo. Ma è come l’occhio del ciclone. Il resto gli gira intorno, disponendosi nei modi più improbabili. Ma lui rimane lì, imperterrito. Non sopporto la gente che non si lava i denti. Quelli che il dentifricio lo tengono a scopo decorativo. E vagano per il mondo con la cavità orale piena di resti organici putrescenti. Forse se scegliessi i miei rapporti personali sulla base del numero di carie, otturazioni, denti sradicati, ponti e altre amenità dentistiche avrei più successo. Non mi ritroverei a passare le mie giornate accanto a secchielli dell’umido con sembianze umane. Forse è a causa della scarsa igiene orale altrui che le mie relazioni non sono mai durate più di qualche mese. Nessuna. Nemmeno le amicizie. C’è sempre un calo di tensione dopo il primo periodo. E poi un aumento di pressione. Come se l’altro mi schiacciasse con il valore ponderale delle sue paranoie e delle sue psicosi. A proposito di queste ultime, il Latitante fa irruzione. Non mi scoccerebbe che non rispettasse la privacy del bagno se mi concedesse altre forme di individualismo. Ma non c’è verso. Ha visto l’uria della casa. Da sveglio, s’intende. Arriverà il giorno che verrà Gesù Cristo a portargli il caffè a letto. Comodo comodo. E’ questione di tempo. Vinco la mancanza di interesse. E chiedo dettagli. Anche se la parola uria, che scambio prima per “urna” e poi per “nuria”, non mi dice nulla. Anche se è Lunedì mattina. Anche se il mio corpo va in senso orario e i miei desideri in senso antiorario. Secondo il principio Greenwich dovrebbero scontrarsi la qualche parte. Di certo non nel fuso orario di mezzo. La voglia di tornare a letto viaggia smisuratamente più veloce delle contingenze che mi richiamano alla mondanità lavorativa. Non afferro molto delle vicende notturne del Latitante. Ma l’entità incriminata avrebbe un viso e delle unghie. Me la immagino donna. Secondo il consumato concetto maschile per cui le femmine sono sempre più bastarde, cattive e vendicative. Infatti la signora in questione ce l’ha con lui. Mi lavo il viso. E mi chiedo se esista una persona al mondo, che, nella di lui opinione, non abbia qualcosa da ridire al suo riguardo. La risposta la so. E’ una delle poche domande a cui so rispondere. E’ come il dentifricio e la puzza di ragno morto. Una certezza. Il che non è male per un Lunedì mattina. Qualcosa, oltre alla morte, nella cui sicurezza mi posso consolare. Qualcosa che mi riporterà a casa anche stasera. Come ogni sera. Sempre che la neve decida di non prendere troppo sul serio la sua missione di rompermi le scatole fino ad Aprile inoltrato. Pensavo fosse primavera. Ma può essere che, nella notte, il mio letto sia scivolato a latitudini imprecisate. Ed indefinitamente invernali. O forse è il tempo a riavvolgersi. Come i nastri delle musicassette. Che tanto alla fine s’incastravano negli ingranaggi. E andavano in un loop sfrigolante. Per qualche secondo. Poi c’era da ingegnarsi a riparare il danno. Il che, nel mio caso, finiva sempre con uno strappo netto. La musica richiede un sacco di pazienza. La vita pure. La mia è finita. Per sempre.

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