Ho pensato al titolo: giuro che ci ho pensato tanto, ma non riesco a farmi venire in mente nulla che sia vagamente decente

Ho sempre avuto qualche difficoltà con la ricorrenza dei morti. Il problema ovviamente non sono i diretti interessati. Con loro ho capito nel tempo di avere al massimo due possibilità. Se mi va bene mi becco il tour da agenzia di viaggi scadente, in cui si visitano quelle cinque lapidi classiche e conosciute. Se va male, il che di solito capita quando la Mater ha qualche slancio di compassione pazzesco, mi devo sorbire il pellegrinaggio all-inclusive, in cui scopro sempre di essere imparentata con mezzo cimitero. Il tutto per vie totalmente oscure che transitano attraverso una serie di soggetti dei quali non è ben chiaro se siano al di là o al di qua dell’Acheronte e di cui comunque non ho nessuna cognizione o memoria. Anche se la Mater sarà fermamente convinta del contrario e mi beccherò qualche rimprovero per la scarsa cura che dedico alla mie radici.
In ogni caso il problema, quello vero, sono i vivi, che per le festività mortuarie, affollano i cimiteri, normalmente deserti, nemmeno fossero il Ministry of Sound il Venerdì sera. Sì perché i vivi sentono un disperato bisogno di interloquire quando si ritrovano nei cimiteri. E io mi ritrovo puntualmente travolta dalle classiche domande. Se sono sposata, se ho figli, dove lavoro, dove vivo. Come se per il mondo cambiasse qualcosa. Come se per loro facesse qualche differenza. Come se avessero capito che io sono io e non mia sorella o mia cugina. Vogliono tutti parlare, anche se non hanno nulla da dirmi. Come se le parole fossero un antidoto alla morte che si respira nell’aria. E sono assolutamente micidiali nel trovare argomenti di conversazione che spaziano dalle new entries nell’Aldilà, che io, da copione, fingerò ovviamente di aver conosciuto, alle condizioni di salute di mia zia. Che in realtà è una prozia della mater. E io non la vedo da dieci anni. E non sapevo si fosse rotta una gamba. Non sapevo nemmeno che fosse ancora in quel dei vivi. E mi ritrovo a pensare che, in fin dei conti, a novant’anni, avere una gamba rotta e l’altra nella tomba dev’essere il meglio che ti possa capitare. Ma non è bello da dirsi. Perciò reggo il gioco e mi invento qualcosa di appropriato. Sennò mi tocca tornare dall’inizio. A spiegare di chi sono figlia. E tutte le connessioni che ne conseguono. Alla fine è una penosa questione di defunti di breve e lungo corso, malattie terminali e legàmi di parentela. Che mi fanno uscire dall’ennesimo cimitero con serie crisi d’identità e con una gran voglia di fiondarmi nel primo Pronto Soccorso disponibile per un check up completo. Perché c’è chi sta tre metri sotto terra ed era molto più giovane di me. E adesso ha una tomba lucida, un sorriso smagliante nella foto e un’infiorata pazzesca. Nulla che desideri per me stessa, non per i prossimi quarant’anni almeno. Poi, considerato che la pensione non la vedrò mai, potrei pure pensarci. Ma adesso no.
E così quest’anno ho deciso di bigiare il grand tour cimiteriale. E sono uscita con Kid_A. Era il due, mi pare. E abbiamo parlato dei santi e dei morti, il che mi ha fatto realizzare di aver sempre confuso tra loro le due festività. Ho simulato depressione acuta e lui, per risollevarmi, si è offerto di raccontarmi qualcosa che faceva nell’anno in cui io sono nata. I primi baci, le prime canne, cose del genere, che dovrebbero farmi sentire giovane e quindi felice. Avrebbe fatto di meglio per rallegrare “il mio spirito” -dice lui- ma su percorrenze veloci sarebbe meglio evitare. Così gli ho detto di aver fatto sesso anche in autostrada e che magari in futuro avrei concesso quella pratica anche a lui, a patto che acconsentisse ad una gita immediata al centro commerciale aeroportuale. Quello dove puoi anche non fare acquisti, facendo finta di voler risparmiare soldi per mettere le mani su un biglietto aereo di sola andata per Marrakesh. Anche se a me questa autosuggestione riesce penosamente male. Ma ci sono altre cose che fanno miracoli. Come la folla. Pazzesca. Il che mi fa pensare che, con tutta la gente che fa scricchiolare la ghiaia in questi giorni, dobbiamo essere diventati ubiqui o più numerosi delle cavallette della piaga d’Egitto. E che comunque dovremmo sostituire la ghiaia con il marmo canadese. Che fa schifo lo stesso ma non fa rumore e non dà quella sensazione di scivolamento tra le fiamme degli Inferi.
In ogni caso il mio shopping è stato più modesto di quello di una suora con voti di povertà a carico. Ma sono comunque riuscita a far girare l’economia italiana, costringendo Kid_A a comprarsi una giacca. Anche se lui sarebbe più il tipo che gira in canottiera tutto l’anno. Tecnicamente abominevole. Anche se io ce lo vedo proprio a fare il muratore o ad asfaltare le strade. Anche se gli asfaltatori la canotta se la tolgono quasi sempre e quello che lasciano in vista in media non è affatto male.
Comunque con Kid_A abbiamo raggiunto un compromesso in considerazione del fatto che esistono una miriade di siti Internet su cui è possibile rivendere merce più o meno inutilizzata. Con un ragionevole rientro economico del 50%. La gente di solito fa acquisti nel web, invece lui ha la passione della vendita. E io conosco i suoi punti deboli.
Il parto è stato travagliato e doloroso. Molto più di quanto pensassi. Molto più di quanto io, dall’alto della mia naturale indecisione femminile, potessi sopportare. Ne deduco che sono un’illusa: in anni di mercati, mercatini, centri commerciali e vie piene di negozi credevo di essermi fatta le ossa in materia di shopping, ma Kid_A mi ha sgretolato lo scheletro in cinque mosse, anche meno volendo. Abbiamo passato un numero indefinito di ore saltellando da un piano all’altro e rompendoci la testa in una marea di considerazioni sui rapporti prezzo-qualità-colore-materiale. E quando ho alzato bandiera bianca ha immediatamente detto “Sì lo voglio” di fronte a una giacca alla Top Gun che, appesa al suo fisico ossuto in taglia S, era davvero perfetta. Ma anche se avesse fatto schifo avrei fatto carte false pur di evitare l’ennesimo giro di giostra.
Uscendo ho fatto silente ammenda con le festività novembrine. Il prossimo anno prometto di accompagnare la mater in pellegrinaggio mortuario. Anche se dovessero sbucare nuovi defunti a cui rendere omaggio in cimiteri ai confini del mondo. Anche se dovessero apparire sulla scena nuovi e sconosciuti vivi a cui spiegare che non sono la figlia di tizio, non sono sposata, non sono madre. E non conosco la zia che si è rotta la gamba. Anzi, ad essere precisi, non è nemmeno mia zia…

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Imperfetto

In giardino c’è un albero. Nel giardino dell’Obitorio intendo. Oddio che ne sarebbero a decine di alberi. Ma io ho puntato un acero rosso. O presunto tale, visto così mi dicono. E non avrebbero motivo di mentire. Però forse avrebbero motivo voler nascondere la loro ignoranza in fatto di botanica. La botanica non la si studia nemmeno a scuola. Ma gira gente strana, gente che crede sia cool sapere tutto di tutto. Mentre a me sembra patetico anche solo provarci… In ogni caso oggi l’acero sembra più brillante del solito. Ha quel colore fosforescente di cui il mio cellulare non riuscirà mai a riprodurre degnamente l’idea. Ma io lo devo fotografare. Anche sono una pessima fotografa. Specializzata nello scegliere la peggiore angolazione e luce, nonché il peggio di ogni altra possibile ed impossibile variabile fotografica. Devo averlo già scritto altrove. Quello che invece non credo di aver mai scritto è che, su piccolezze del genere, sono molto impulsiva. Perciò la foto deve essere qui ed adesso. E quando un fotografo col cavalletto mi frega la precedenza piantandosi nella mia traiettoria in atteggiamento contemplativo mi girano altamente le scatole. Potrebbe non esserci tutta questa fretta. Domani sarò ancora qui purtroppo e l’albero pure. Certo potrebbe scoppiare l’inverno nottetempo o potrei avere un incidente mortale tornando a casa. E in nessuno dei due casi sarebbe una tragedia. Non ai fini della foto per lo meno. Penso spesso alla morte ultimamente. Dev’essere l’autunno. O il decadentismo di quegli weekend di sesso per cui sono decisamente troppo vecchia. E il mio tempo personale sembra riavvolgersi ciclicamente sulle narcisistiche altrui ambizioni da kamasutra, che mi fanno morire un pezzo alla volta ad ogni orgasmo. Ed è surreale che tutto il resto scorra linearmente, anche la morte, tutte le morti, tranne la mia. Ma c’è un vantaggio nell’essere in grado di ricordarsi con perfetta lucidità la maggior parte degli anni ottanta. C’è una certa sicurezza di sé. E tutto il menefreghismo che ne consegue. E mi godo l’autoconferito diritto di non dover per forza dimostrare che riesco ancora a stare in piedi. Di poter dire di no, di non sentirmi sotto esame. Incrocio le gambe tremanti sollevandole sul muro. E tutto sembra oscillante. E caldo. E sbiadito. Come un paese esotico che non visiterò mai. Come una preghiera in una lingua ignota. E potrebbe essere “perfetto”. Se avessi vent’anni sarebbe la prima parola che mi attraverserebbe il cervello. Perfetto. Come un vaso di delicatissimo cristallo che non vedo l’ora di scaraventare a terra. Perché è proprio l’imperfezione a rendermi viva. Il lottare per cambiare, per fare meglio, per essere migliori. Cadendo mille volte, rialzandomi mille e una. Non sarei nessuno se non fossi imperfetta. Se non vivessi in un mondo imperfetto. Con ogni possibile errore dietro ad un angolo ed ogni possibile soluzione dietro a quello successivo. Ed è mio il diritto di scegliere, l’incertezza di sbagliare, il desiderio di riparare, di risalire o di lasciarmi scivolare giù fino a toccare il fondo. La possibilità di decidere dove voglio trascinare le ossa. Se davanti ad una traiettoria presidiata da un astante di troppo o sulle lenzuola umide di un letto sporco. In ogni caso sarà imperfetto, in ogni caso sentirò qualcosa muoversi dentro la mia anima.

Appunti di viaggio – Norvegia (Voglio scivolare giù e atterrare davanti al solstizio estivo)

Ieri siamo rimasti nella Tomba per l’intera giornata. Solo che le sepolture le immagino sempre piuttosto gelide. E il sesso con il diluvio fuori casa. Come nei migliori stereotipi cinematografici. Quelli in cui tutto finisce sempre bene. Invece qui nulla finirà per il meglio. Prepariamo adii nemmeno troppo futuri perché facciano male. Li rendiamo affilati. Perché feriscano in sufficiente profondità da dare un senso ai trascorsi. Da legittimarne la necessità.
Comunque ieri c’era un bel sole fuori. Non che l’abbia visto. Ma la finestra era aperta e lo sentivo sulla schiena. Mentre i vicini sentivano me. Per altri versi. Mi percepivo ustionata. Cazzate. E’ che non sono pronta per l’estate. Non adesso. Urge vena drammatica. Ma l’unica cosa a cui riuscivo concretamente a pensare era il gelato. Credo lo desiderassi. Anche se tra desideri e ricordi non sono riuscita a focalizzare. Comunque sarebbe stato uno di quelli enormi. Servito in un piatto grande quanto un fonte battesimale. E alto come l’Everest. Formato reggimento. E non ne sarebbe rimasto nulla.
Una volta il Latitante mi ha portata a Modena. Una volta è riduttivo. Ma la città non è male. Non so. Ha un che di marittimo. Anche quando d’inverno fa un freddo cane. Sarà che è piatta. Almeno credo. E per me l’assenza di salite e montagne significa sempre mare. Ed anziani in bicicletta. Anche se di mare non ce n’è.
Comunque quella volta era Luglio. O Agosto. Mi portò a mangiare questo enorme gelato. Erano all’incirca le otto PM (che suona molto inglese). La gente faceva l’aperitivo. Credo che anche lui fosse incline a qualcosa del genere. Ma lo sabotai. Con un colpo di ciglia. Adoro i dolci. Ammortizzano l’acido che ho nel sangue. Anche se l’effetto è solo transitorio. Mentre i chili restano.
Ricordo che non mi ero asciugata i capelli quella sera. Li avevo legati. Il che evidenziava la mia testa da zucca. A volte penso di essere perfetta per un ruolo da protagonista nella festa di Halloween. O comunque si scriva. Dio benedica Cristoforo Colombo, o chi per lui, per avermi regalato la possibilità di avere una notte di gloria. Senza sovrapprezzi per l’importazione. E’ sempre positivo sapere che il destino ti ha dato una chance. Anche se credo che passerò. Non ho nervi a sufficienza.
Comunque sentivo un po’ freddo. Anzi molto. Ma non ho lasciato il cucchiaio finché il fondo del bicchiere non era splendente. Come dopo un passaggio in lavastoviglie con il miglior detersivo del settore. Il ricordo mi basta per vomitare.
E non sono poi così sicura di volere il gelato. Forse invidio di più una camminata in un qualsiasi centro cittadino. O i passanti che fuori dalla mia finestra si affrettano verso la fiera del formaggio. Che io odio. Non i passanti, il formaggio.
Mi rendo conto che si tratta di un verbo che uso spesso. Perché mi piace essere drammatica. Ma non credo di odiare realmente nulla. Tutt’ al più ci sarebbero quelle tre o quattro persone a cui spaccherei volentieri la faccia. Col sorriso sulle labbra comunque. Da amica. Per il loro bene. Ché un po’ di rispetto ed umiltà non ha mai fatto male a nessuno. E se tua madre non te l’ha insegnato, permettimi di averti tanto a cuore da volertelo insegnare io. Mi ringrazierai. Quando le fratture saranno guarite. Sempre ammesso che non mi lasci trascinare dall’entusiasmo e ti faccia fuori. Ma sappi che si tratterebbe di uno stato passionale. E perdonami.
Comunque credo di aver voglia di camminare. Adesso. Anche se i miei femori non la pensano come me. Sono le otto di sera. Di nuovo. Cambio le lenzuola con la velocità di una novantenne artritica. Ho una certa età. Anche se non ho ancora un piede nella fossa. Ché poi magari sono già tutta là dentro. Ed è solo questione di minuti perché me ne renda conto.
Per stare sul punto, il sesso va bene. Ma il kamasutra no. Non tutto in una volta, per lo meno. Che poi mi chiedo sempre chi le abbia inventate tutte quelle posizioni. Degli acrobati del circo suppongo. Manca solo che si arrampichino sui lampadari e poi stanno al completo dell’orgasmo.
Il Latitante mi suggerisce di dimenticare il valore ginnico e di considerare il merito artistico della minuziosità con cui i disegni sono stati realizzati. Sarà… Ma le gambe che non reggono sono le mie. Adesso.
E gli rispondo che sarebbe meraviglioso se la terra fosse davvero sferica. Così potremmo lasciarci scivolare giù fino in Sudafrica senza pagare il biglietto aereo. E poi capovolgere il tutto e slittare di nuovo a casa. Inclinando ogni volta la sfera così che ogni viaggio si trasformi in una scivolata da parco acquatico. Veloce, piacevole, gratuita ed indolore.
Lui mi guarda. Non lo stupisce che la mia risposta non abbia nulla a che vedere con la sua affermazione. Si limita a dire che, presto o tardi, dovremmo fare un viaggio fino a Capo Nord. Ha in mente un percorso che, in macchina, prenderebbe una sessantina abbondate di ore. Per un totale di oltre 5.000 chilometri. Forse dovremmo prima andare sulla superstrada a battere. Dico. E’ pur sempre un’esperienza di vita, risponde. E comunque niente macchina, voglio scivolare giù e atterrare davanti al solstizio estivo. Il Latitante preferisce il crepuscolo della notte polare. Ci avrei giurato. Ci vado da sola, allora. Ti mando una cartolina.