“Geografie fuori luogo”

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Confesso di aver letto questo libro perché conoscevo il blog dell’autore. Il che potrebbe far presupporre che il mio giudizio debba essere necessariamente positivo perché mai faremmo sapere a qualcuno in cui il web ci ha fatto imbattere che la sua opera non ci è piaciuta.
In realtà ho il brutto vizio di non essere quel tipo di persona, quella del do ut des che cerca stelline ad illuminare il cielo dei suoi likes. Perciò ho provato a distanziarmi il più possibile da quell’interesse aprioristico, per quanto lo stesso fosse generato dalla scrittura a me già nota e non dalla persona. Ho voluto prender l’atteggiamento della maestrina pronta a sottolineare con la penna rossa ogni prolissità ed errore sintattico, come del resto faccio con ogni libro che mi capita tra le mani.
Ebbene, la detrattrice che è in me stavolta è rimasta piuttosto delusa. Certo la struttura “a traccia” non riesce a farmi sentire coinvolta pienamente per sua stessa natura. Mi porta a farmi svariate domande sui personaggi e le loro vicende, interrogativi a cui un numero delimitato di righe non può rispondere. Eppure in questo diario di viaggio scavare nei dettagli è forviante. Si rischia di mancare del tutto l’obiettivo dell’autore, che, a partire dal titolo, mi pare essere più uno scavare dentro sé stessi attraverso il viaggio che non il rendicontarne i dettagli con religiosa precisione.
E questo entrarsi dentro riesce a penetrare con facilità nella parte sensibile del lettore. Non si esce dalla lettura con delle opinioni ma piuttosto con delle sensazioni. Di soffocamento, smarrimento e tristezza, il più delle volte. Per una collettività che va un po’ a rotoli, senza un senso e una direzione precisa. Per tutte quelle storie che si incontrano, si scontrano, si penetrano, per poi tornare su strade diverse ed inequivocabilmente divise. A tutte le latitudini.
Non mancano comunque passaggi malinconici, in cui la realtà si fonde con il sogno. Né situazioni narrate con un pizzico di cinismo che fanno sorridere dell’ansia di omologazione alla massa di cui purtroppo soffre la nostra società. O del disperato bisogno di detenere lo status di “viaggiatore”, ma senza le irrinunciabili comodità, con le quali il viaggio si svuota di gran parte del suo senso.
Il libro è una bella descrizione del desiderio e del percorso di conoscenza del sé attraverso la partecipazione alle svariate realtà di fronte alle quali il mondo ci pone. Del sapersi lasciar scorrere attraverso il mondo, con i suoi popoli e le sue tradizioni. Con i paesaggi che cambiano e le attitudini che si ritrovano un po’ ovunque. L’autore ci riesce e con un tocco di ironia ed uno di amarezza è in grado di spogliarsi di tutte quelle maschere e quegli stereotipi in cui ci sentiamo costretti a vivere. E ci mostra il mondo attraverso occhi un po’ più puliti, che ne colgono la verità in tutta la sua crudezza ma anche in tutta la sua poesia.

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Il Sabato del Villaggio

Mi capita sott’occhio la costa di questo volume. Non so come. E’ mattina presto. Mi sono arrampicata a prendere qualcosa su una mensola. Prego che il mio peso sia compatibile con la robustezza della struttura. Se non dovesse essere così avrò una nuova avventura da appuntarmi. Sempre che gli eventi seguano la mia ottimistica visione odierna. Diversamente la questione smetterà di essere di mia competenza. Ma passerò alla storia di Inculopoli per le modalità della mia morte. Sarebbe piuttosto ironico. Come me. Mi si addice. E strapperebbe qualche sorriso in un momento solitamente triste. Il che sarebbe solo un bene. Non è mai successo che le lacrime abbiamo evitato ai morti le fauci della terra. In ogni caso, questo libro sta lì. Insieme agli altri. Non ricordo di possederlo. Se me ne ricordassi sarei erroneamente certa di averlo buttato via. Insieme a migliaia di altri. Raramente la lettura riesce a soddisfarmi pienamente. Temo di avere aspettative troppo alte. Questo mi capita con tutto. Ma settorializzando questi i racconti erano davvero scadenti. Però continui. Tutti caratterizzati dallo stesso piattume. Nemmeno uno che fosse vagamente interessante. Che facesse rimpiangere un po’ l’incapacità dell’autore di mantenere alto lo standard per tutto il libro. E patetici. Un bel siparietto di luoghi comuni di cui non mi è rimasto impresso nulla. Se non immagini sparse e di nessun interesse. E comunque devo aver lasciato perdere prima della fine. Per eccesso di noia. Mi rivedo a leggere sul terrazzo. Una domenica d’inizio Agosto. Gran caldo. Quello che qui dura giusto un paio di settimane. E poi si fa rimpiangere per mesi. Finché non lo dimentichi. Non sei più così certo che fosse vero. Forse era un sogno. O un ricollocamento cerebrale di una vacanza in qualche località in cui l’estate è degna del suo nome. Forse hai semplicemente buttato via la prenotazione. E i ricordi. Ma il caldo è qualcosa di fisico. Non si ricorda. Si fa ricordare. Ti entra dentro. Furtivamente. Succede lo stesso con le persone. Quelle che ti scaldano, che ti illuminano. Magari il tempo ti fa dimenticare i loro volti ed il colore dei loro occhi. Ma quel tepore resta. Se va bene. Altrimenti si tramuta il gelo. Come una lama. Fa a pezzi tutto quanto. Poi il dolore si esaurisce. Ti svegli una mattina e trovi tutto racchiuso in un vasetto colmo di liquidi anestetizzanti. E ti sembra la storia di qualcun altro. Dei pezzi di vita passata che ti sono stati erroneamente attribuiti. Perché non li senti tuoi. Dev’essere andata così tra i miei vicini. Ricordo che stavo sul terrazzo. E provavo a leggere. Quel libro. E loro, nel giardino di fronte, si insultavano all’ultimo sangue. Una maratona di turpiloquio. Con interessanti uscite fantasiose. Rispolveri di linguaggio desueto. Dichiarazioni infarcite di parole come “meschino” e “misero”. A sostegno di volgarità che, se ripetute troppo frequentemente, perdono il loro effetto scenico. Non c’era risparmio di colpi bassi e bassissimi, tutti rigorosamente sotto la cintura. E io mi sentivo di troppo. Per non aver pagato il biglietto dello spettacolo della mediocrità altrui. Che è un po’ quella di tutti, anche la mia. Ma raramente viene inscenata per il cittadino non contribuente agli eventi che l’hanno generata. Troppo generosi, i miei vicini. Mi scontavano le complicazioni dell’origliare sulla loro infelicità. Del fare supposizioni, dell’usare i recessi più maligni dell’intuito femminile. Mi servivano sul piatto d’argento uno tsunami generato da una briciola caduta sul divano appena pulito. Con un finale di un certo spessore. Certo, la tragedia greca in cui ci scappa il morto sarebbe stata molto più pertinente. Ma l’espulsione immediata di lui dall’immobile su cui lei proclamava la titolarità assoluta mi è sembrata comunque piuttosto dignitosa. Sicuramente molto più significativa delle mie letture di quel giorno. Cos’è un libro mediocre in confronto ad una vita mediocre? Un pallido riflesso, una prevedibile e noiosa ripetizione. Di quelle per alunni svogliati che sfidano le leggi dell’osmosi, non imparando nulla nemmeno dalla reiterazione all’infinito. Come quando si facevano gli esami a Settembre. Quelli seri. Che ti costringevano chiuso in casa per tutta l’estate. A far finta di impegnarti, invidiando i furbi che almeno un po’ avevano studiato. E a sentirti misero come Leopardi, imprigionato nella sua enorme biblioteca nella contemplazione in penombra del sabato del villaggio. Senza potervi mai prendere parte. Che poi, alla fine, l’anno scolastico te lo facevano superare. Con un calcio in culo e un sacco di storie sul fatto che avresti dovuto inchinarti innanzi alla magnanimità dei tuoi insegnati. I quali erano così generosi da staccarti, oltre alla promozione, un abbonamento triennale per l’appuntamento ai primi di Settembre. Senza possibilità di scampo e ben sapendo che in ogni caso non avresti mai imparato nulla. Fino alla fine. E poi succede che finisce davvero. E pensi di essere felice. Davvero. Ma è solo vomito. Ti sei tolto quell’oppressione dallo stomaco. Ma in qualche modo i tuoi vecchi insegnanti non si sono dimenticati di te. Nemmeno il preside. E quando, dopo un paio d’anni torni a prendere il diploma, che avevi lasciato lì a marcire, capita che proprio lui ti punti nel mezzo dell’atrio deserto, invitandoti ad iscriverti ai corsi di recupero. Adesso si chiamano così. E non se li calcola nessuno. Così al sabato del villaggio possono partecipare anche i liceali renitenti allo studio.

Lo straordinario potere madeleinizzante della vetrina della Pensione Marinella

Questa mattina, nel venire all’Obitorio, mi sembrava di avere qualcosa fuori posto. Non so, ho avuto l’impressione che la gente mi guardasse come se mi fosse sbucato il terzo occhio. Nonostante non mi sentissi questa gran chiaroveggenza. Ho deciso lo stesso di darmi una rapida controllata in una vetrina.
Ora, sul breve tragitto che separa la mia destinazione dalla fermata dell’autobus ci sono svariati negozi. Il che significa una quindicina. E il paese finisce qui. O comunque poco dopo. E, in dieci anni di vanità, so esattamente quali sono le vetrine che hanno una buona resa come specchio e quali no.
All’andata la migliore è l’ingresso dell’albergo zero stelle, l’unico di Obitoriopoli, per cui temo che non si possa arricciare gran che il naso. L’unico problema è che il Mercoledì è chiuso, perciò, nel malaugurato caso, mi toccherebbe ripiegare sull’ottico, ma con tutti quegli occhiali di grido il riflesso viene un po’ frammentato. Al ritorno va meglio la banca sull’altro lato della strada. Le vetrate sono coperte di carta bianca. Non è il massimo, ma si coglie abbastanza bene il quadro generale e c’è un’ottima luce.
Ordunque (bella questa parola, peccato che sotto ci sia una biscetta rossa…) stamattina mentre mi specchiavo ho avuto una reminescenza proustiana, un po’ come il mio amico Karl Ove nel suo libro, ma non credo che ci metterò cinquecento pagine per deliziare le mie memorie e gli eventuali lettori.
Partendo dall’antefatto, nell’ultimo periodo in cui ho vissuto con i miei, ero diventata totalmente insofferente rispetto alla loro presenza. Nel rincasare dal lavoro mi sentivo come se andassi al patibolo. Imbrigliata dalle loro regole assurde, al punto che il mio limite di sopportazione nei confronti delle loro stesse facce si era declassato a livelli d’inesistenza. Un po’ come il rating di qualsiasi cosa sia italiano di questi tempi…
Comunque: dovevo fare qualcosa. Una persona normale si sarebbe iscritta ad una palestra. O ad un corso di ceramica finto-Ming, di teatro delle ombre, di danza polinesiana. O di aramaico antico. Insomma avrebbe fatto qualcosa di utile per la società. Ma non io. E credo che questo sia piuttosto normale, conoscendomi.
In realtà non feci nulla di strano. In attesa di inserirmi a pieno titolo in qualche losca tresca, possibilmente remunerata, iniziai a vagare per le vie di Mikropoli. Detta così fa molto “Giustiziera del tardo pomeriggio”, ma, considerato che la città ha giusto quelle quattro strade, la vicenda era poco gloriosa , meno che divertente o strabordante di fantasia. In inverno faceva un freddo boia, in estate un caldo becco e nei residui delle mezze stagioni mi sentivo particolarmente incline agli acquisti assurdi. Questi resero ben presto i cassetti della mia camera una specie di Sagra dell’Inutilità, in cui non mancava nulla di ciò di cui non avrei mai avuto bisogno. E che non avrei mai usato nemmeno per sfizio. E soprattutto il mio portafogli si svuotava a velocità supersoniche. Cosa che comunque continua a persistere ancor oggi, nonostante le mie strategie siano cambiate.
Per arrivare al punto, si era in quel della tarda primavera, e quel giorno faceva piuttosto caldo perciò decisi di rifugiarmi in libreria.
Ho sempre amato le librerie, soprattutto quando c’è molta gente e si può restare lì per secoli, mimetizzati nella folla che entra ed esce. E poi la libreria è l’unico negozio in cui in teoria si può fruire dei beni in vendita anche senza fare acquisti. Se vi interessasse un libro e non aveste i soldi per comprarlo potreste andare in libreria e leggerne dieci pagine al giorno, fino a finirlo senza averci lasciato un centesimo. Lo so: esistono le biblioteche, esiste gente che i libri li scambia, ma sono istituzione troppo classiche per i miei gusti.
Comunque in libreria ho letto solo “Flat” che è un librino piccin piccino e poi ho smesso la pratica perché credo che i commessi si fossero accorti di me. O forse perché ero così paranoica da credere che mi avessero adocchiata.
In ogni caso, nel giorno incriminato stavo sfogliando un volume sull’Ermitage, così costoso che avrei fatto più in fretta a comprarmi il museo che il libro. Dovevo essere assorta e ci presi un certo gusto perché dall’arte classica passai al Bauhaus, attraverso l’Espressionismo e non so più che altro.
Dopo quelli che mi sembrarono cinque minuti, ma immagino dovessero essere un’eternità, decisi che era giunto il momento di abbandonare il comfort artistico dell’aria condizionata e gettarmi nella mischia delle famiglie felici che popolavano la strada di bambini variamente urlanti e madri variamente urlati il doppio dei figli. Secondo il ben rodato sistema educativo del “Che grida di più, la vacca è sua”.
Avevo anche una certa voglia di fumare e mi fermai di fronte alla vetrina di una profumeria per cercare di recuperare l’armamentario cancerogeno dal pozzo di San Patrizio che mi portavo sulla spalla. Non avendo molto successo con la ricerca, alzai la testa e non potei fare a meno di notare il significativo potere riflettente del vetro di fronte al quale sostavo. Così ne approfittai per darmi una controllata.
Da brava egocentrica, ero così concentrata sulla mia immagine da non notare che, di fianco a me, era riflessa un’altra figura. L’idillio individualista durò poco. Il soggetto al mio fianco attirò quasi subito la mia attenzione con qualcosa di poco originale tipo “Ehm scusa”. Poiché nel frattempo avevo recuperato le sigarette, immaginai che volesse l’accendino o che, ancor peggio, volesse scroccare, per cui il mio “Sì” uscì preventivamente piuttosto acido. Il che è raro per una parola tanto breve.
Ma il tizio era un impavido guerriero e, tutto d’un fiato, senza espressione né pause, mi disse che mi aveva notato nella libreria, che aveva visto che sfogliavo dei libri d’arte, che ero molto bella e che, se volevo, potevamo berci un caffè insieme. Rimasi a bocca aperta. Non perché fosse l’uomo dei miei sogni, non ne era nemmeno parente remoto. Né perché mi avesse detto che ero bella, cosa che non credo nessun altro abbia mai fatto nella storia né prima né dopo.
Quello che mi colpì fu la straordinaria velocità dell’eloquio. Una mitragliata. Sembrava un bambino che ripete una poesia a memoria, tutto di corsa, ché prima si fa, minori sono le possibilità di perdersi i pezzi per strada. O di perdersi e basta.
Insomma, in prima battuta, faticai a capire cosa volesse. Una volta rielaborato il tutto capii che da qualche parte c’era una domanda e la risposta fu prevedibilmente negativa. Poi mi venne così tanto da ridere che gli voltai le spalle e mi allontanai di fretta, ridendo da sola come una pazza, incurante di tutta quella gente stitica (tutti i mikropolesi lo sono) che mi guardava.
Quindi, per tirare i remi in barca, stamattina, mentre mi specchiavo nell’ingresso della rinomata Pensione Marinella, mi è venuta in mente quella scena. Alla fine non ho capito se avessi qualcosa fuori posto o meno. Mi è venuto da ridere e stop. E mi sono allontanata ridacchiando e finalmente con un po’ di buon umore nelle vene.