Ti cedo il mio posto dentro alle viscere della terra madre

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“Ci vediamo a Syntagma”. Avrebbe dovuto essere una domanda. Ma non sono in vena di risposte. Questo viaggio necessita di una certa dose di pragmatismo. E io ho fatto bene i compiti a casa. Con due vestiti buttati in valigia a caso, che probabilmente si riveleranno inadeguati, mi sono imbarcata nella successione classica di mezzi di trasporto pubblico che lasciano escluse pochissime opzioni. E sono arrivata fin qui. Da sola. E in questa modalità intendo proseguire almeno finché mi sarà possibile. Sull’autobus mi sento terribilmente stanca. Provo a focalizzare sui miei numerosissimi compagni di fine viaggio. Ma sembrano tutti fin troppo prevedibili per destare in me alcuna curiosità. Cado in un sonno di pietra e mi risveglio sbattendo violentemente la testa contro il finestrino. Non so quanto tempo sia passato. Ma siamo stati inghiottiti dalla fauci della vecchia e sonnecchiante Atene che resta immobile a guardare dall’alto dei suoi colli l’invasione umana che le si estende in grembo lievitando come un tumore inarrestabile. Sembra un’anziana malata questa città. Una di quelle di cui tutti bisbigliano l’imminente decesso. E che misteriosamente sopravvive da anni senza tuttavia mostrare alcun segno di guarigione. A fatica l’autobus procede in un traffico disseminato di clacson inutilmente starnazzanti e quelle che immagino essere forbite imprecazioni. Il nervosismo è tangibile. Ventiquattr’ore su ventiquattro. Non nacquero filosofi questi Greci? Non dovrebbero essere capaci di lasciarsi fluire serenamente dentro all’onda caotica della natura umana? Non ne fanno loro stessi parte? Non la nutrono, in fin dei conti?
Arrivo a destinazione, proprio mentre i miei pensieri si abbandonano spontaneamente alla deriva. Tutto per un istante sembra avere un senso. Come se ogni tassello avesse spontaneamente trovato il suo posto. E’ un attimo prima che ti veda. Prima che il momento perfetto si infranga. Il traffico imperante mi grazia dalle effusioni di rito. Mi butto in macchina sfoggiando velleità da trapezista. Non mi sono nemmeno appoggiata sul sedile e mi stai già inondando con una serie di frasi che il cui verbo è rigorosamente declinato alla prima persona singolare. Tu, l’altruista. Sorrido. Magari penserai che la distensione delle mie labbra sia sintomo di un qualche entusiasmo nel vederti. Più probabilmente sei troppo concentrato per notarmi. Di sicuro non intercetterai i miei pensieri. E’ da tempo che hai perso quest’abilità. Ma farebbe comunque parte dell’inevitabile degenerazione dei rapporti umani. Qualcosa a cui ci si rassegna troppo presto.
Mi proponi di partire immediatamente. Per Vytina. Scelta egoistica, dalla destinazione alle modalità. Ma dico ok. Non è quello che faccio sempre? Ah no, forse un paio di volte mi sono lasciata sfuggire delle opinioni personali. E’ stata una carneficina. E adesso sono troppo stanca per lottare. E non ho mai amato le cause perse.
Con la città alle spalle il traffico inizia a scorrere veloce. Annuisco ad ogni tua frase. E guardo il deserto di desolazione nel quale ci stiamo addentrando. Tutto è cenere, nero e marrone. E’ una specie di “Angelus” ingrigito in cui nemmeno i contadini hanno avuto la forza di restare. Ti calza a pennello. Quando un qualsiasi villaggio appare nelle vicinanze della strada sembra un errore di un disegno divino che avrebbe voluto questa terra totalmente spopolata. Una piccola discromia nel tuo quadro perfetto di desolazione e morte. Sarà forse per riconfermare i tuoi intenti che opti per una fermata a Kapsas. Una discesa nelle gelide viscere della terra arcadica. Eppure qualcosa non va. Le pareti delle grotte sono disseminate di forme che fanno pensare a giraffe, elefanti, uomini inginocchiati, teste, mani. Come se tutta la vita di questa regione si fosse arresa ad abitarle dentro invece che sopra. E’ inquietante, ma c’è un bel tepore quaggiù e i miei conti per un istante sembrerebbero tornare. I tuoi no, c’è troppa luce, troppa fantasia, troppa speranza. E ripartiamo in fretta.
Vytina ci accoglie non molti chilometri dopo. E mi sento di nuovo a casa tua. Il villaggio appare deserto. Tutta la popolazione confinata nel sonno da una qualche misteriosa malattia. Decidiamo di camminare un po’. E le nostre peregrinazioni senza méta confermano la mia sensazione. Lungo le strade la vita si è data alla macchia. Certo fa freddo, ma che n’è stato delle osterie in cui i vecchietti si accapigliavano per una partita a carte? Resta solo la desolazione delle terre orfane di circhi, la percezione pungente di un passato slancio vitale scomparso chissà dove. Mi sento l’inconsapevole protagonista di un film di Angelopoulos, un viaggio a Citera spopolato dei suoi attori.
Beviamo qualcosa in un bar che sembra essere stato dimenticato dalla diserzione. La cameriera non sembra meno stupita di vedere noi di quanto lo sia io nel constatare la sua presenza. E’ il primo essere umano che riesco a vedere da quando siamo arrivati. E’ giovane e carina. E mi fa pena che sia intrappolata in questo luogo al di fuori di ogni ragionevole disegno geografico. Non cambierei opinione nemmeno se mi giurasse su ciò che ha di più caro di essere qui volontariamente. Perché questa è terra di confino, ampiamente oltre i limiti della scelta.
All’imbrunire decidi che è giunto il momento di recarci all’albergo che hai efficientemente prenotato. Sollevando me dall’obbligo di farlo. Come non manchi di sottolineare. Si tratta di una struttura leggermente discosta rispetto al villaggio. Quando ci arriviamo c’è ancora luce a sufficienza per fare un rapido giro solitario dell’area. Si gela ma sento di riuscire a respirare. Come se l’ibrido che si estende di fronte ai miei occhi mi facesse sentire un po’ meno straniera. O forse solo un po’ meno sola. Il resort in cui pernotteremo ha strutture abitative che mi ricordano il Medio Atlante. Le aspirazioni sembrano essere caraibiche, ma le volumetrie perverse di montagne e strapiombi uccidono ogni ambizione. Qualcuno in questo fondovalle deve aver tentato di domare l’inospitalità della natura. La sconfitta è evidente, ma la lotta encomiabile. Nella mia mancanza di audacia, nella mia aspirazione verso di essa, mi sento in qualche modo capita da chi progettò questa insolita urbanizzazione.
La nostra camera è un mini appartamento in un edificio autonomo. Il letto è infilato tra due muri che non consento il passaggio di lato. Sembra un loculo. Ma è morbido e caldo. E non potrei desiderare di meglio. Mi aspetterei che tu mi seguissi tra le coltri per sbrigare le formalità del caso. Invece sei attratto dal camino nella zona salotto. Ci giochi per un periodo di tempo indefinito. Poi la fiamma incerta cede ai tuoi infantili desideri e si ravviva quel tanto che ti basta per sentire di aver vinto.
Nel dormiveglia sento il tuo corpo vicino al mio. Mi stai accarezzando un braccio e mi vengono i brividi. E’ incredibile come il desiderio ed la repulsione possano incrinare la pelle esattamente nello stesso modo. Provo a spegnere il cervello. Ma la mia fica ti respinge. Dev’esserci un pezzo del mio cuore che mi sta odiando profondamente. Spengo anche quello e ti apro la mia carne, una ferita aperta che ha smesso di sanguinare da tempo. Fanne quello che vuoi per tutto il tempo che vuoi. Con la mente sono fuori dalla mia materia. E ti guardo espletare su di me il primitivo rito di riproduzione abortiva. Poi ti volto le spalle e volo via. Non saprei dove, ma molto dentro me e troppo lontano da te perché tu possa trovare il modo di raggiungermi. Sul tuo punto di esplosione, fingo l’orgasmo. E’ così sospetto essere sincroni. Ma quella tra i corpi è una divergenza finale. E a nessuno dei due va di indagare sul dove sia finita la realtà ed iniziata la finzione. Avremmo anni di vita da raccontarci. Storie di cui a nessuno importa nulla, se siamo arrivati fin qui. E finalmente posso abbandonarmi al sonno, che mi raggiunge pesante e privo di sogni.
Vorrei essere svegliata dal sole che s’insinua attraverso le tende, dalle voci della città, dall’aroma del caffè. Invece ti trovo a scuotermi. Sembrerebbe si avvicini l’ora di partire verso la nostra prossima destinazione. Mi faccio una doccia bollente. Guardo la schiuma che scivola giù dallo scarico. Sei lì dentro. In tutti quei microscopici segni della tua presenza biologica dentro e sopra la mia pelle che si arrendono al potere rigeneratore dell’acqua. Stai scivolando nelle viscere della terra madre dove hanno capitolato i popoli dell’Arcadia, dove la memoria del loro cuore pulsante genera una luce che i tuoi occhi non possono sopportare. E io sono quassù. Non abbasso lo sguardo per cercarti. Voglio tornare ad essere mia. Perciò spegni il fuoco e rendi le chiavi. Non preoccuparti di quell’effetto collaterale che porta il mio nome. Io sono già lontana.

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12 risposte a "Ti cedo il mio posto dentro alle viscere della terra madre"

  1. L’ho letto due volte ma qualcosa non gira. Sono abituata a leggerti ironica e qui mi manca questa parte del tuo scrivere. E’ troppo pensato, elaborato? Sento una certa distanza nonostante ciò che scrivi sia molto intimo.
    Sempre con simpatia 🙂

    1. Non è elaborato e nemmeno pensato. E’ molto spontaneo in realtà, di quella spontaneità un pò cattiva che a volte sarebbe bene trattenere. Ma sono sempre io. Un altro lato di me. Che legittimamente potrebbe non piacere e uscire piuttosto pesante.
      Grazie per essere passata 🙂

        1. In realtà io penso davvero poco quando scrivo. Di solito le parole mi escono di getto. A volte sono più ironiche e altre lo sono meno. Non riuscirei mai a scrivere in modo calcolato. Diventerebbe solo un esercizio faticoso mentre per me scrivere è un “divertimento” 🙂

        1. Sarebbe bellissimo se ne fossi capace. Ma la verità è che quando uno scrive di sè stesso tutto sembra utile ed inutile allo stesso tempo. E finisce che metterci mano per farne qualcosa di meglio strutturato è impossibile 🙂

            1. Quando dico no, come quando dico sì, in realtà non dico nulla. Sono troppo mutevole per poter racchiudere le mie risposte in sole due lettere.
              Ma ho forti dubbi circa la possibilità di rielaborare questa volta.
              Però grazie del consiglio 🙂

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