The House is on Fire

Se l’Obitorio andasse a fuoco sarebbe un gran bel sollievo per la sottoscritta. Purché dentro ci lasciasse la pelle un bel po’ di gente. Diciamo tutti tranne me. Non lo penso veramente. In realtà salverei due o tre persone. Quelli senza lode né infamia. Come il Gatto e la Iena Riccia. Magari anche SuperKommandante, ma solo a giorni alterni. Sono del tutto consapevole di essere una persona tremendamente ostile. Sono in effetti la classica femmina astiosa ad eternum. Ma anche se avessi il dono di dimenticare o perdonare, oppure dimenticare dopo aver perdonato, o qualsiasi altra combinazione l’indulgenza preveda, avrei ben di che rinfrescarmi la memoria e sputtanarmi la clemenza ogni giorno che passo qui dentro.
Non che oggi sia successo alcunché di particolare. In effetti non mi ero messa a scrivere nell’intento di ribadire quanto sia idilliaco il rapporto tra me e le persone che mi circondano durante l’orario lavorativo. Per l’esattezza non avevo nessuna intenzione di scrivere. Sto leggendo troppe cose di troppa gente che scrive così bene da uccidere in me ogni desiderio di giocherellare con la tastiera. E mi sento depressa. Così ho iniziato a vagare in zone mentali ignote. Riesco a perdermi così bene da sola che qualsiasi droga, a contatto col mio mononeurone, alzerebbe bandiera bianca.
Alla fine sono “affuocata” sul pianeta fuoco, che ad un posto come l’Obitorio, tanto pieno di legno e di carta, si addice particolarmente. Soprattutto se si considera che non abbiamo un allarme antincendio, né alcun estintore. Ma non voglio passare per la solita detrattrice, perciò mi tocca menzionare di aver notato un piano di evacuazione appeso ad un muro lungo le scale.
Qui dentro coltiviamo una certa passione per l’arte. E tutte le pareti, ad eccezione di quelle del mio piano, sono tappezzate di quadri, posti ad una predeterminata distanza l’uno dall’altro. Dove manca l’arte non può venir meno la nozione di intervallo perfetto, per cui si supplisce con targhe, cartine e vecchi atti ingialliti in cui “Sua Maestà Vittorio Emanuele II per grazia di dio e volontà della nazione” decreta una serie di cose scritte troppo in minuscolo e troppo in corsivo per essere leggibili. E’ un macello decorativo sviluppato su geometrie ordinatissime, forse imposto da qualche misteriosa autorità suprema le cui volontà sono legittimamente inintelligibili a noi comuni mortali. E per altrettanto fumose ragioni il piano di evacuazione è stato ricompreso in questa infallibile equazione. Se scoppiasse un incendio nessuno saprebbe dove andare, ma questo, ai fini artistico-geometrici che reggono il nostro mondo, è del tutto irrilevante. Ed, in ogni caso, senza allarmi né estintori sarebbe comunque difficile immaginare di andare da qualsiasi parte in tempo utile.
Un paio di anni fa tuttavia qualche genio dell’amministrazione obitoristica ebbe un’importante illuminazione circa l’utilizzo delle moderne tecnologie. E non perse tempo nel tradurre i propri sogni in uno spreco di soldi, rubricabile alla voce “sorveglianza”. In altri termini, che l’Obitorio potesse andare a fuoco non era un problema, ma occorreva proteggere la fortezza nell’eventualità che qualche disperato si avventurasse nel voler rubare delle stampanti ad aghi o dei pc con sistema operativo Windows Flintstones. Perciò siamo stati muniti di videocamere, i cui meccanismi ultraterreni sono tuttora un mistero per tutti.
Non contenti, ci hanno persino dotati di allarme, il cui funzionamento pur altrettanto fumoso, genera in ogni inetto che si aggira qui dentro la stessa attrazione gravitazionale di un buco nero. Il risultato è che tutti sono convinti di doverlo usare. E, ancor peggio, di essere in grado di farlo. Io nutro forti dubbi in proposito, soprattutto perché, trattandosi di allarme “a zona”, ovvero inesistente su alcuni piani, richiede un controllo delle aree non allarmate prima dell’inserimento. In termini più pagani, basterebbe gridare “Oh c’è ancora qualcuno?” ed attendere l’eventuale risposta. Non sembra difficile. Peccato che lo sia. O che la gente se ne freghi allegramente degli altri.
Sul mio piano, quello dei figli di nessuno, siamo privi di sistemi antifurto. E, poiché siamo anche privi di quadri, mi sorge il dubbio che l’intento dell’allarme sia quello di salvare “l’ora dell’imbrattatele”. Salvo che lungo le nostre scale ci sia una galleria di Renoir, Monet e Manet dei quali non mi sono mai accorta.
Nel dubbio impressionista, a farne le spese sono i miei nervi. Particolarmente il sabato, giorno durante il quale la mia presenza in questo posto diviene così effimera che puntualmente, come metto piede sul piano sottostante le mie residenze lavorative, parte la sirena, graziosa cortesia dell’ennesimo imbecille che si è dimenticato di me. A questo punto sono costretta a disinnescare la bomba. Sempre che non abbiano cambiato il codice senza avvertirmi. E quindi mi attacco al primo apparecchio telefonico disponibile con il quale, per le due ore successive, avrò una rovente relazione intima, a base di chiamate a destra e a manca per comunicare al mondo intero le dinamiche dell’incidente. Il tutto con frasi di circostanza il cui il deficiente recidivo che mi ha intrappolata in questa hot line verrà definito come un povero ignaro senza colpa alcuna.
Ma l’ora della mia vendetta sembra essere arrivata. Di recente hanno avuto l’idea di collegare l’allarme direttamente ai cellulari di alcune menti eccelse che governano l’Obitorio, le quali, allo scoccare della sirena, vengono raggiunte dalla poco promettente chiamata con cui si segnala la presenza di intrusi nell’edificio. Il che non solo mi risparmia dal doverli chiamare, ma mi mette di fronte alla divertente scena dell’amministratore terrorizzato che arriva al portone così tremebondo da non essere nemmeno in grado di recuperare la chiave giusta.
Io naturalmente sto proprio dall’altra parte e quando, dieci minuti e molte madonne dopo, lui finalmente riesce a scardinare i massimi sistemi dell’ingresso la prima cosa che vede è Prig L’Intrusa, la quale finge che – accidenti – non si fosse proprio accorta che lui stesse lì, altrimenti si sarebbe ben guardata dall’apparire sulla scena in modo tanto improvviso. E mentre io metto in atto questo teatrino patetico, lui, che ha perso parecchi di vita, non solo non riesce ad odiarmi, ma pensa che io, la sua liberazione dall’atto d’eroismo, sia la visione più celestiale alla quale i suoi occhi avrebbero mai potuto aspirare.
E forse la volta successiva verrà a cercarmi prima di inserire l’allarme, se non altro perché si è reso conto di non avere la stoffa del salvatore del mondo.

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13 risposte a "The House is on Fire"

  1. …”Sto leggendo troppe cose di troppa gente che scrive così bene da uccidere in me ogni desiderio di giocherellare con la tastiera”…

    eccedi in modestia, ad avercene di blogger capaci di scrivere come te.

    perdonami ma i sistemi di sicurezza tipo centrale della NASA piazzati in un obitorio mi fanno sorridere, probabilmente servono, è che forse ho un concetto antico di obitorio, luogo che induce a tenersi alla larga.

    TADS

    1. Ti assicuro che quello che sto leggendo eccede di gran lunga le mie capacità. Mi piacerebbe recensire, ma non vorrei scadere nelle solite banalità. Insomma devo trovare l’ispirazione.
      L’Obitorio è in effetti un luogo da cui tenersi alla larga. Dubito fortemente che qualcuno possa mai desiderare di rubare alcunchè qui dentro. Se non altro per il semplice fatto che non c’è nulla di ricettabile.
      I sistema NASA potrebbero anche essere utili a creare un’illusione di necessaria sicurezza correttamente perseguita, se la gente sapesse come usarli correttamente. Ma non impareranno mai.
      Grazie della lettura 🙂

    1. Meglio di no. Finirei col diventare una patetica zitella acida e misantropa. Non che non lo sia. Ma preferirei risparmiare al mondo (e a me stessa) questa prevedibilissima enciclopedia sulle relazioni umane.
      Grazie per aver letto 🙂

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