Il Problema è la parte rubata alla Soluzione

Ho scoperto che la gente mi odia. Cioè non è l’illuminazione dell’ultima ora. Lo sapevo già. Ma, coi tempi che corrono, se hai un lavoro a tempo indeterminato, devi guardarti bene dal dirlo in giro.
Negli anni felici della quasi-crisi passavo banalmente per la raccomandata di turno. E non faceva una grinza. Nonostante fossi figlia di padre metalmeccanico e madre insegnante delle elementari, qualche losca tresca faceva sì che fuori dalla porta avessi una fila di gente che si accapigliava per aggiudicarsi l’onore di potermi collocare agli alti vertici di qualche imperitura multinazionale. Il tutto secondo il noto teorema della santissima trinità, per cui ogni cosa che non può essere razionalmente spiegata si regge su basi misteriosamente dogmatiche. Contro le quali sarebbe blasfemo appellarsi. Ed il fatto che fossi finita nei bassi fondi dell’Obitorio denotava esclusivamente la mia mancanza di ambizioni. Come dire: col culo al caldo, ma senza lo stress delle responsabilità.
Al giorno d’oggi, con la crisi che gira, dalle teorie sulle raccomandazioni, già di per sé non particolarmente piacevoli, oltre che mal motivate, siamo passati agli insulti. Il che non presuppone particolari premesse argomentative.
Non voglio dire che domani mi bruceranno casa. Mi piacerebbe banalmente affermare, almeno qui dove mi è consentito di parlare della mia condizione lavorativa, che svolgere una professione a tempo indeterminato e attualmente abbastanza sicura non è un delitto e non comporta necessariamente avere un santo in qualche paradiso fiscale.
All’Obitorio io ci sono arrivata facendo un passo avanti e tre indietro. Perché nella vita avrei desiderato fare ben altro. E perché mi sono ritrovata nel mezzo di tomi da seicento pagine l’uno, che trattavano di argomenti che non mi sarebbero serviti a nulla, se non a superare un concorso. Uno di quelli in cui vai lì e ti fanno una serie di domande di cui nemmeno i commissari conoscono le risposte. Ma se le sono scritte su qualche bigliettino. Come si faceva alle superiori durante i compiti in classe.
Non è stata esattamente una gita al mare. Sono passata dal “non ammessa all’orale” al “bocciata all’orale” al ”fondo-graduatoria” al “metà-graduatoria” al “prima classificata”. Quest’ultima circostanza dev’essersi verificata una sola volta nella storia, risultando comunque totalmente inutile. Il travaglio durò un penoso paio d’anni in cui i miei genitori non fecero altro che rinfacciarmi la mia posizione di mantenuta parassitaria che stava pericolosamente minando al sistema di virtuosa produttività famigliare.
Una decina di tentavi dopo iniziai a pescare dal mucchio dei fallimenti una serie di tentavi meno disgraziati, ovvero assunzioni a tempo determinato per sostituzione di assenze per motivi personali o scampoli di maternità. A casa ero stata sollevata dal livello di paria a quello di essere umano “in prova”. Vantavo più CUD di quanti se ne potessero contare sulle dita delle mani. E se decidevo di comprare lo shampoo più costoso di cui il supermercato disponeva non venivo considerata l’artefice unica della crisi economica mondiale.
Finché un giorno non ricevetti “la chiamata”. Fu un po’ come essere chiamati da dio a servire la sua causa. Solo che dio era calvo e secco. E non si sarebbe rivelato poi così onnipotente. Ma una cosa a distanza di anni mi è chiara: ossia che si trattava di un ergastolo circense. E sempre così sarà.
L’inizio fu molto freestyle. L’Obitorio era cosa fresca d’istituzione. Non esistevano riferimenti esatti su cosa dovessimo fare e su come dovessimo farlo. In compenso c’era parecchio da sistemare. Mi illudevo che con il tempo le cose sarebbero migliorate. Che avremmo raggiunto un punto di equilibrio e di stabilità in cui il nostro cammino sarebbe divenuto univoco.
Invece, a distanza di dodici anni, siamo ancora qui. A reggerci malfermi su norme ed interpretazioni normative che cambiano da una settimana con l’altra.
E non è propriamente divertente vedere come il primo autorevole pirla che pubblica un articolo su qualche rivista di settore circa l’interpretazione di questo o quell’altro argomento può stravolgerti la giornata, buttando all’aria una settimana di lavoro improvvisamente divenuto sacrilego. Ti ritrovi da capo a compilare decine di tabelle inutili da trasmettere entro il giorno successivo a qualche misteriosa autorità con poteri sanzionatori, la quale lascerà tranquillamente trascorrere un anno prima di prendere anche solo in remota considerazione il frutto del tuo sbattimento.
Faccio fatica a stare zitta di fronte agli insulti di cui è vittima la categoria lavorativa a cui appartengo, ma, se provo a considerare la mia professione con l’occhio di chi non la svolge, vedo il nulla assoluto, per cui non mi stupisce di essere considerata una nullafacente a carico del popolo italiano.
Eppure una settimana all’Obitorio io la farei fare a chiunque. Così, solo perché la gente possa vedere che nel nostro paese vige un sistema che non ci aiuta ad aiutare, imponendoci di perdere il nostro tempo a rendicontare, relazionare e rendere trasparente un nulla che, nemmeno elevandolo al cubo, potrebbe diventare qualcosa più di zero.
Non sono particolarmente interessata a giustificare o a giustificarmi. Non ritengo di averne bisogno. Però mi piacerebbe che le persone che quotidianamente mi considerano, al meglio, una privilegiata, avessero la possibilità di vedere che io e quelli come me non vorremmo essere parte del problema, ma piuttosto della soluzione.
Se solo ci concedessero di operare in modo minimamente costruttivo…

Annunci

15 risposte a "Il Problema è la parte rubata alla Soluzione"

  1. Mi ci ritrovo in pieno in quello che scrivi, anche io vorrei poter essere d’aiuto per chi si rivolge a noi, ma risulta impossibile, dopo 13 nel mio di obitorio inizio a pensare che sia quasi impossibile, è come se volendo risolvere un problema diventassi di colpo parte del problema, e la mia frase preferita rivolta a chi non ha mail lavorato nella PA è anche la mia : ti ci farei stare una settiman, basterebbe una settimana…
    Ti volevo ribloggare per inserire questo bellissimo post tra i miei di “vita di PI”, ma non ci sono riuscita, però ritenterò !! 😀

    1. Mi fa piacere essere in compagnia. Vedo che i “colleghi” per lo meno mi capiscono e mi sento un pò meno sola nel fumoso mondo della PA.
      Leggo sempre il tuo blog e devo dire che anche io spesso mi ritrovo molto nelle vicende di cui racconti tu.
      Grazie della lettura 🙂

  2. Bah! Statisticamente la gente usa la bocca per farci passare l’aria. L’appiglio a quanto pare e’ il tuo contratto, perche’ hai un contratto. Se avessi avuto altro, al posto di un contratto che con ogni probabilità ti regala solo un po’ di serenità, si sarebbero attaccati a quello. Lascia correre. Tu parli di qualcosa di piu’ profondo credo … esser visti per cio’ che si e’. Quello e’ un po’ piu’ difficile, anche se dovrebbe essere la cosa piu’ naturale del mondo. Ciao

    1. Io lascio correre. Ne ho scritto perchè mi sentivo di farlo. E non so se possa trasparire rancore ma non era questa l’impressione che intendevo dare.
      Credo in effetti che non mi dispiacerebbe affatto essere giudicata per chi sono e non per le categorie nelle quali posso essere fatta ricadere.
      Ma sembra che nei nostri giorni sia obbligatorio avere un’opinione su tutto. Insomma fa figo. Ed andare per categorie e per (pre)giudizi preconfezionati è molto più semplice e sbrigativo.
      Che tristezza però…
      Grazie per essere passata

      1. oh di nulla, è che a volte (spesso) certe domande me le pongo anch’io, dopo aver rendicontato e compilato tabelle per tizio e sempronio…a volte mi sembra che la soluzione più semplice e costruttiva non venga mai presa in considerazione e che tutto il lavoro che hai svolto con metodo sia solo fine a se stesso…

        1. A me dispiace che quello che faccio sia fine sè stesso. Al di là dei giudizi altrui mi sentirei molto più motivata se potessi fare qualcosa che contribuisse in qualche modo, anche remoto, ad aiutare i cittadini di questo paese. Ma pare non sia destino. E ormai mi ci sto rassegnando…

      1. Ho colto il tuo desiderio e Il fatto di percepire anche le emozioni rende le tue parole molto più d’impatto di quanti provano ad esprimere concetti senza crederci! ecco, si vede che credi in quello che scrivi, che ti fidi di chi leggerà le tue parole. 🙂 a presto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...