Damasco vista dall’Autobus il Mercoledì Mattina (O forse era al Tramonto…)

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Il Mercoledì da queste parti è tutto così morto che il nome Obitoriopoli diventa più calzante del solito. Si arriva a metà settimana e sembra che abbiano istituito il coprifuoco. Tutti i negozi restano chiusi. E persino le vecchiette all’uscita della messa mattutina scarseggiano. Il teorema dell’abbandono si estende anche ai mezzi pubblici. Gli autobus finiscono col rimbalzare da un capolinea all’altro senza uno scopo preciso. E attraversando questa landa di improvvisa desolazione, mi sento un errore del sistema. Accompagnata dall’autista nel mio essere nel posto sbagliato. Se fossi una persona vagamente socievole ci farei due chiacchere. Ma non lo sono. E comunque non avrei nulla da dichiarare. Mi stupiscono quelle persone tanto loquaci da intavolare conversazioni chilometriche con perfetti sconosciuti. Parole e parole spese a disquisire sul nulla con un interlocutore che, il più delle volte, si limita a rispondere a monosillabi. Non vedo il motivo di spendere tante energie a vuoto. Salvo che tali conversazioni facciano dimagrire. Ma non mi risulta sia così. Perciò mi siedo in fondo, lato est, al sole, che, in questi giorni, è troppo caldo al mattino e troppo assente durante il resto della giornata. Provo a leggere un libro. Che non riesco ad amare. E probabilmente nemmeno riuscirò a finire. Ci passo il viaggio, ma, considerata la brevità dei miei spostamenti, potrei finire col passarci la vita. Con quest’ingombro nella borsa. L’ho iniziato per via di un ricordo. Un’associazione di idee con un altra opera dello stesso autore che mi ha fatto tornare in mente una conversazione avuta con un ragazzo siriano. Dev’essere stato un milione di anni fa. Prima della guerra. Allora la Siria era così bella. Anche se “bello” è un aggettivo che non funziona mai. Non gira. Perché in fondo non dice nulla. Mi sono passate davanti agli occhi le nurie di Hama. E’ la prima cosa a cui penso quando mi dicono Siria. Sempre. Credo dipenda dal fatto che mi ricordano luoghi famigliari. Andiamo in giro per il mondo ma inconsciamente cerchiamo qualcosa che ci ricordi il posto da cui veniamo. Ed è stupefacente come ovunque si possano trovare scorci di paesaggi personali, brandelli di una vita vissuta altrove, gettati lontano e recuperati per piacevole casualità. Poi mi ricordo di un tramonto dall’alto di un ristorante che girava su sé stesso. Avrebbe potuto essere romantico. Come tutti i tramonti del mondo. Ma già allora la mia vena sentimentale si doveva essere esaurita. E Damasco si era tinta di rosa. Con qualche taxi giallo buttato lì a caso. Si rompeva il digiuno. Ed io ero vestita in modo inappropriato. Ma restavo lì a guardare intorno, pensando a quanto fosse incredibile la dolcezza che il sole morente era in grado di regalare alla città. Dolcezza fisica. Come se il cemento fosse diventato una glassa commestibile. Che non avrei mangiato per incompatibilità col mio stomaco. Ma che trasformava il paesaggio urbano in una miniatura, fieramente esposta nella vetrina principale di una qualche pasticceria di lusso. Mi sono resa conto di non voler ricordare altro. Non posso sapere quanto e cosa di tutto ciò che mi ha riempito gli occhi sia sopravvissuto. In Siria non tornerò. Non certo perché dopo averla visita gli Israeliani mi hanno trattenuta per una serie di improbabili domande. Ma perché mi si spezzerebbe il cuore. In fin dei conti sono una sentimentale. Anche quando si tratta di viaggi fatti un po’ a caso. E nel lasciare il paese nutro l’aspettativa che qualcuno ne avrà cura. La certezza di poter tornare di lì a trent’anni o di non tornarci mai, sapendo comunque intatto tutto ciò che ho visto ed amato. Questa volta non è stato così. Mi sento ingenuamente triste. E vorrei poter negare l’evidenza. Mi piacerebbe che mi svegliassero domani e mi dicessero che si è trattato di un terribile equivoco. Che la Siria è tutta lì e gode di ottima salute. A strapparmi dai miei pensieri funesti ed improbabili è il mio tragitto in autobus. Forse per affinità remota con l’idea di viaggio. Capisco di essermi dimenticata di chiamare la fermata. Andrà per la prossima. Suono e non sento nessun rumore ma vedo illuminarsi un’improbabile scritta in tedesco. Nulla a che vedere con la parola “Stop”. Ma il significato dovrà pur essere analogo. In effetti questo trabiccolo fa molto Berlino Est. Non che ci sia mai stata. Ma deve comunque trattarsi di uno degli ultimi veicoli in circolazione effettivamente fabbricato ad occidente della Polonia e a nord del Brasile. Mi sento onorata di avervi viaggiato sopra. Si dice che gli automezzi europei, quelli di una volta, fossero particolarmente affidabili. In realtà è più probabile che mi senta banalmente sollevata per avercela fatta ad arrivare a destinazione. A giudicare dal rumore emesso dal motore, la vita futura di questo mezzo non si prospetta poi così tanto lunga. Anzi non sembrerebbero esserci concrete prospettive di alcun genere. Del resto il Muro di Berlino non è caduto esattamente ieri. Intraprendo il tragitto che mi riporta in zona Obitorio e camminando il più velocemente possibile mi faccio due domande. Entrambe esistenziali ovviamente. Mi interrogo sulle possibilità di giungere a destinazione velocemente e senza lasciarci i polmoni e devo concludere subito che sono piuttosto scarse. E mi chiedo che fine abbia fatto la ragazza dai capelli rossi, ovvero colei di cui non mi interessa sapere nulla, ma su cui faccio affidamento per approdare ogni mattina in terre sicure. Mi sento un filino tradita. Anche perché mi rendo conto che la sua assenza mi ha fatto dimenticare sull’autobus il romanzo che stavo tentando di leggere invano. Poco male. Si vede che tra me e lui non era destino…

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2 risposte a "Damasco vista dall’Autobus il Mercoledì Mattina (O forse era al Tramonto…)"

  1. Oltre la foto stupenda, da tutto ciò che hai scritto traspaiono odori, colori, di città che sembrano così lontane. Il medio oriente mi ha da sempre affascinato

    1. Anche a me il Medio Oriente affascina. E per quello che ne ho visto, mi ha sempre dato un senso di famigliarità e di novità allo stesso tempo. Sembra così diverso dai luoghi in cui viviamo ma, se lo guardiamo attentamente. possiamo sempre trovare qualcosa che ci “riporta a casa”.
      Mi rendo conto che è un pensiero altamente opinabile, ma io lo percepisco così.
      Grazie della lettura, buona giornata 🙂

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