Vestiti: Usciamo

Sono proprietaria di un cellulare. Questo non dovrebbe rappresentare una novità nel 2014. Ma, essendo la sottoscritta parecchio misantropa, asociale ed egocentrica non era poi così scontato che ne avessi uno. Si tratta di un Samsung di cui mi sono innamorata all’istante. Cortesia della consistente percentuale di sconto che ne accompagnava la vendita. Ma nonostante il mio amore le cose non hanno funzionato. Lui si rifiutava di suonare. Persino a Natale ed il giorno del mio compleanno. Insomma, non mi parlava. E così, dopo lunga ed articolata riflessione, ho deciso che avremmo vissuto da separati in casa. Perciò gli ho concesso l’autorizzazione ad albergare ovunque nel mondo tranne là dove mi trovo io. Non mi pare che sia rimasto molto traumatizzato. Ma a volte tenta riconquistarmi. In altri termini si mette a suonare. E lo fa senza risparmio di batteria. Ieri sera è successo qualcosa di simile. Me ne sono resa conto solamente dieci minuti e venti chiamate perse dopo. Che poi io dico: se chiami qualcuno e quello non ti risponde non è più logico aspettare mezz’ora e poi ritentare? Per me sì, ma per il resto dell’umanità parrebbe un abominio. E quando scopro che il “resto dell’umanità “ in questione è la genitrix maxima mi rendo conto che non solo il mio buon senso sta per essere ribalzato tra i canguri australiani, ma che dovrò anche beccarmi il cazziatone. Sospiro. E la chiamo.

“Mater…”
“Prig sarà mezz’ora che ti chiamo”
“Non ti è venuto in mente che magari non sentissi il cellulare?”
“Se non lo tieni con te non ha senso che tu ne abbia uno”
“E’ che l’avevo seminato. Meditavo anche di innaffiarlo. E se fosse cresciuta la pianta avrei potuto dedicarmi allo spaccio di pregiati frutti di ultima generazione”
“Che vai dicendo?”
“Che è bello sentirti. A cosa devo l’onore?”
“Devi far visita a tuo padre”
“Ma non sta morendo esatto?”
“Ha il menisco”
“Anche tu ce l’hai. E pure più di uno per ginocchio. Almeno credo”
“Sì ma il suo ha una lesione”
“E io non sono un chirurgo”
“Ma sei sua figlia. E urge il tuo supporto morale”
“Sta piangendo?”
“No, ma tua sorella è già stata qui. E si è fermata per un’ora”
“Non potremmo considerare che lei abbia fatto anche la mia parte”
“Ti aspettiamo entro mezz’ora”

Sospiro e attacco. Adesso sarei innanzitutto io ad avere bisogno di sostegno morale. In carenza di alternative mi rivolgo a Kid_A.

“Kid…”
“Zitta un attimo che forse segnano”.

Da buon maschio alfa, Kid è impegnato a guardare una partita di qualche misterioso campionato interregionale polacco. O magari ungherese. Sì opto per quest’ultima perché le vocali scarseggiano e le Y abbondano e questo ha un sapore ungherese. Tipo il gulasch. Qualcosa di indigesto, in altri termini. La mia ancora di salvezza è in piedi posizionata a circa mezzo metro dal teleschermo. Il che mi fa intendere che sia piuttosto concentrato e scarsamente disposto ad abbandonare il terreno di gioco per darmi ascolto. Sto per rinunciare ma poi ci rifletto. In fin dei conti si tratta di due squadre semisconosciute che lottano per salvarsi dall’oblio dei propri concittadini e dalle uova marce all’uscita dallo stadio. Se faccio un passo indietro adesso per la finale dei Mondiale dovrò emigrare al Polo Sud. E il freddo non è mai stato di mio gradimento. Perciò insisto.

“Houston abbiamo un problemino”
“Appunto, parlane con Houston”
“Ci dev’essere un interferenza perché non mi rispondo. Quindi mi resti solo tu”
“Perché non chiedi a tua sorella?”
“Chi? Nonna Papera? Ma se non ci parliamo dalla fine della Prima Guerra Mondiale. No. E’ fuori uso”
“E’ rotta?”
“No, in effetti no. Ma mio padre sì. La mater dice che ha una lesione del menisco. Non è grave”
“E lo dici a me? Non sono un chirurgo”
“Io nemmeno, ma la genitrix esige che andiamo da loro per tirargli su il morale”
“Scommettiamo che se la chiamo scopro che io con tutto questo non ho nulla a che vedere?”
“Ma anche no. Comunque mi devi aiutare”
“Eh non bellezza. Tu ha il legame di sangue”
“E tu hai il supporto morale. Insieme formiamo una squadra”
“Da dove ti verrebbe tutta questa convinzione riguardo alla mie capacità empatiche? Ah sì dal fatto che, pur di non andarci da sola, cerchi il primo vetro unto e tenti la scalata”
“No davvero. Io mi trascino tra il divano e il letto alternando cervicalgia a ipotensione e tu mi assisti sempre”
“Appunto. Non credi che faccia già la mia parte? Ti ho presa per buona e poi ho scoperto che l’unica cosa per cui eri buona era la rottamazione”
“Invece me lo devi”
“Perché?”
“Ti ricordi a Natale? Non sapevo cosa regalare ai miei e tu mi hai convinto a comprare una Dreambox”
“Se non la usano ce la riprendiamo noi”
“Non è questo il punto”
“E quindi?”
“Mi hai fregata. Con la genitrix reduce da doppio intervento all’alluce valgo e mio padre in procinto di finire sotto i ferri per il menisco, avresti dovuto suggerirmi un carnet di interventi di chirurgia ortopedica come regalo natalizio”
“…”
“Perciò vèstiti: usciamo”

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2 risposte a "Vestiti: Usciamo"

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