Punto Croce/Come Sfuggire al Bombardamento su Hiroshima

Fathom-Five

Sono ancora qui. All’Obitorio. In una giornata in cui non ho assolutamente nulla da fare. E’ dallo scorso Agosto che non mi capitava una simile condizione di calma. Ma allora c’era Kollega A.. Lui giocava con la Fattoria. Io a Mah Jong. Credo di esserne diventata la campionessa interplanetaria. Mentre lui era il contadino più ricco del west. Erano soddisfazioni. O almeno avrebbero potuto esserlo.
Con A. mi sono trovata alla grande. Negli ultimi millemila anni di lavoro credo sia stato il solo collega che mi ha permesso di essere me stessa fino al midollo. E mi è parso che di me qualcosa abbia persino apprezzato. Il che è piuttosto miracoloso. Durante la nostra “liaison” mi sono sentita come ai vecchi tempi di Tottenham C.R., quando tutti eravamo amici e lavorare poteva persino essere divertente.
E poi con A. eravamo telepatici. Con la cadenza esatta di ogni quindici minuti ci catapultavamo sulla loggia a fumare. In sincronia perfetta. Mi bastava pensare di voler accendere una sigaretta e lui mi chiedeva se mi andasse di farlo. O viceversa. A volte il senso di colpa ci mordeva la coda. Allora ci inventavamo qualche improrogabile adempimento. Tipo bagnare le piante, andare a comprare la carta igienica o pulire l’ufficio. Abbiamo persino provato una ventina di monitor catodici trovati nel ripostiglio per verificare quanti di questi fossero ancora effettivamente funzionanti.
Sono pienamente consapevole che nulla di tutto questo ha contribuito nemmeno in minima parte a salvare l’umanità. Ma ci siamo salvati noi. Dal pericolo di suicidarci per la noia.
Adesso purtroppo è rientrata la Cornificans. Si sa che al giorno d’oggi il rischio di mortalità per la partoriente è molto basso. Non che non ci abbia sperato comunque. Ma mi è andata male. E Sua Infedeltà Coniugale è tornata a deliziare le mie giornata con il suo atteggiamento da lavoratrice superimpegnata. In effetti lo è. A sparlare tout court su Skype con la Iena Madre.
E io mi ritrovo qui. A giocare con parole più o meno vuote. A scrivere del nulla per fingere altrettanto impegno e tenermi in pari con lei.
Non avere nulla da fare non è figo. Non solo per rispetto verso chi un lavoro non ce l’ha. Ma perché ormai il numero di cose cool si è drasticamente assottigliato. E il cazzeggio a vuoto non fa parte dei superstiti. Tutto ha perso di smalto, è diventato un déjà vu. E mi fa un po’ tenerezza e un po’ pena quella giovine ventenne ingenua a cui tutto mi sembrava così entusiasmante. Quella vergine della vita, convinta che tutto potesse essere educativo semplicemente perché nuovo. E che tutta una serie di inutili piccolezze le avrebbero insegnato del mondo, disegnando il mosaico della sua storia personale.
Cose come svitare la targa ad un’automobile e portarsela a casa. O fumare l’impossibile ed andare all’Imperial War nell’orario in cui si entrava gratuitamente a guardare filmati su come furono decifrati i messaggi in codice dei Nazisti. O mettersi in tiro per andare in un locale di tendenza, venirne buttati fuori dopo cinque minuti e finire a mangiare un kebab freddo sotto la pioggia battente alla fermata dell’autobus.
Più che un mosaico sembra un quadro di Pollock. Di quelli che guardi fingendo d’illuminarti d’immenso perché così dev’essere, mentre ciò che pensi realmente è che anche tuo figlio treenne avrebbe potuto fare di meglio.
E ora che sono una vecchia zitella acida, o meglio, che sono vecchia ed acida come una zitella senza speranze, non ho perso i miei istinti da postadolescente. Ma non mi danno più nulla. Eppure, nel mio classico stile contradditorio, covo ancora desideri inconsunti di andare in giro di notte a suonare i campanelli dei vicini, rubare segnali stradali o guidare a 120 all’ora dove c’è il limite di 60.
Quest’ultima di recente l’ho fatta. O meglio, ci ha pensato Kid_A a deliziarmi, dando all’esperienza qualche tocco personale. Come fare le rotonde al contrario. E superare in curva quattro tir in soluzione unica. Ma non ho sentito nulla che assomigliasse ad un guizzo di entusiasmo giovanile. Sto diventando vecchia. E ho paura di morire. Non è presuntuoso averne? Come se per l’umanità cambiasse qualcosa continuare il suo fluire con o senza la nostra presenza ad alimentare la massa. Ma in fondo siamo egocentrici per natura. I nostri mondi sono dittature che ciascuno fonda su sé stesso. Ed in cui la nostra esistenza in vita è il punto focale. E va bene così…
Ma anche supponendo che io non dessi alla mia individualità tutta questa rilevanza, sarei comunque una maniaca del controllo. Una che, avendo lasciato per strada quel senso ingenuo di invincibilità, si dedicherebbe ad un astratto calcolo probabilistico della vita e della sua perdita, cavillando su variabili di cui non saprebbe nulla e che non potrebbe pertanto gestire.
Tornando all’indicativo, la situazione è piuttosto triste. E parecchio contraddittoria. Come se vivessi in una comfort zone non poi così confortevole per la sua banalità, ma temessi di lasciarla per il timore di quell’imprevedibilità che una volta tanto mi entusiasmava.
Una soluzione ci sarebbe stata. Una non-soluzione, in realtà. Qualcosa come morire giovane. Nel pieno delle più grandi speranze ed ottimismi della mia vita. Volare via nell’istante stesso della scoperta della mia caducità. Scappare dall’uscita di sicurezza, senza elucubrazioni aggiunte.
Ma poiché destino non volle servirmi le carte migliori, mi tocca andare avanti, perdermi nel nulla, cercare di ritrovarmi nel poco, stringere i denti. Sono costretta al professionismo della vita. Alle partite di scacchi con gli imprevisti e le disillusioni. A prendere le sconfitte in modo sportivo. Ad autoconvincermi che alla prossima andrà meglio. A pensare ad un modo di pensare meno, finendo solo con il pensare il doppio.
E’ un vero peccato che le donne della mia famiglia non siano mai state delle buone massaie. Se mi avessero insegnato il punto croce, sarei qui a lavorarci sotto la scrivania e la mia massima preoccupazione sarebbe quella di completare qualche centrotavola, certamente più edificante dei miei ricami mentali.

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4 risposte a "Punto Croce/Come Sfuggire al Bombardamento su Hiroshima"

  1. Quando si è forzatamente nullafacenti in ufficio il regalo più grande che la vita lavorativa possa farci è un collega con cui si ha un minimo di feeling,!
    Il dispetto più grande è invece il collega superfintoimpegnqto…
    Io non avendo una l’oggetto e essendo imprigionata dai tornelli, sprezzante del pericolo fumo direttamente in stanza 😀

    1. Io purtroppo sono in fase “dispetto”. Aspetto ansiosa che la mia collega si decida a mettere al mondo in terzogenito, ma la vedo dura. Intanto, nei giorni di nullafacenza, sto qui e leggo un pò in giro ma a volte è davvero dura far passare tutte queste ore. Speriamo che almeno la situazione lavoro riesca a tenermi un pò impegnata nel futuro prossimo.
      Mi piace il fatto che tu sia sprezzante del pericolo. Io ho una loggia alle mie spalle per cui se fumo qui dentro mi ammazzano legittimamente 🙂

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