Parigi val bene una messa?

Questa mia ex vicina di casa aveva cambiato dimora, trasferendosi nella zona industriale del paese. Avevo sentito dire di lei che si era data alle filosofie orientali. E con un certo successo, dal momento che teneva persino corsi di meditazione. Incuriosita dalla circostanza, mi ero introdotta nel suo appartamento. Era molto piccolo, nell’aria pesava l’odore violento dell’incenso lasciato acceso perennemente, l’arredamento era kitsch e le luci soffuse ed in colori caldi. Ovunque mi voltassi notavo statuette di Buddha, Shiva ed altre divinità simili, rosari cinesi e strani altari votivi. Mi sentivo a disagio. Forse per la stranezza oppressiva dell’ambiente. O per l’essere entrata in casa di una sconosciuta senza un motivo valido. O senza un motivo affatto. Improvvisamente la sentivo rientrare in compagnia di alcuni corsisti meditatori. Invece di nascondermi o scappare da una finestra decidevo che si trattava di un sogno e uscivo dalla porta principale, sotto gli occhi di tutti i presenti, i quali non sembravano accorgersi della mia esistenza. Mi sono svegliata. E mi sono sentita splendidamente in forma. Nessun dolore. Nonostante mi fossi coricata su una panchina in ferro di una rumorosa e movimentata stazione. Fa parte dei vantaggi del viaggiare con qualcuno. Ti puoi addormentare ovunque con la certezza che l’altro terrà un occhio su di te e sui tuoi bagagli. Una volta credo che mi ponessi delle questioni di carattere igienico. Ma col tempo ha prevalso il mio naturale bisogno di riposare almeno otto ore ogni ventiquattro e ho imparato a dormire su tutte le panchine, pavimenti e sedili disponibili, utilizzando come “pensiero della buonanotte” l’idea che quanto prima mi sarei fatta una doccia. Kid_A dice che sono come un maschio, ovvero che i miei unici interessi nella vita sarebbero il sesso e il sonno. Da qualche parte me la dovevo segnare. Sono chicche che se non vengono appuntate rischiano di finire nel dimenticatoio. E non sia mai che questo accada. A mia discolpa posso dire di aver avuto ragioni estremante valide. Dopo quattro giorni consecutivi passati a camminare per almeno nove ore ogni giorno la stanchezza stava iniziando a farsi sentire. Tutto questo movimento avrebbe potuto essere un delizioso programma di fitness, se non che non mi pare di aver perso nemmeno un grammo. Quindi capitolerò sul dimagrimento, mantenendo comunque un certo livello di gratitudine verso me stessa per aver indossato un paio di scarpe rodate e comode. In culo alla moda che vorrebbe noi donne a spaccarci la caviglie su tacchi a stiletto e zeppe da cinque centimetri. Dalle mie passate peregrinazioni ho imparato solo questo: l’importanza di utilizzare abiti e calzature comode. Il che non è molto se si considera che non ho appreso altri elementi ben più fondamentali, tra cui come arrivare in aeroporto in orario utile a non perdere il volo. E a non perdere la vita prima di raggiungere l’aeroporto. Ma ci sono diverse prospettive da cui analizzare la questione puntualità. E quella che al momento sento essermi più rispondente è che, se si sopravvive all’inutile corsa in macchina, niente è così importante. Nemmeno il trovarsi ad acquistare un paio di biglietti che, per quanto costano, ci si potrebbe andare in Sudamerica. O il realizzare di essersi dimenticati le quattro o cinque cose a cui nemmeno il viaggiatore più minimalista potrebbe mai rinunciare. E non perché la permanenza in vita abboni tutto il resto, ma perché il viaggio lo si dovrebbe sempre vivere in modalità “off duty”. Per parecchio tempo sono stata una viaggiatrice solitaria. Il rovescio positivo della solitudine è l’autonomia totale. Quello negativo, nel mio caso, è la tendenza a non staccare mai, a stare sempre all’erta, l’abitudine consolidata ad uno stato latente di ansia che, pur rendendomi piuttosto precisa e organizzata, si trascina, come effetto collaterale, l’inclinazione a dare la caccia ad ipotetici contrattempi che potrebbero apparire all’orizzonte. Viaggiare con qualcuno, purché la compagnia sia quella giusta, mi porta ad abbassare la guardia, a godermi pienamente il panorama che ho di fronte, senza perdermi nella terra di mezzo tra l’avere con me tutto ciò che serve ed il macinare funeste ipotesi su quello che verrà. Credo di essere piuttosto affine a questo atteggiamento “carpe diem”. Passo tutta la vita a programmare ciò che farò tra dieci minuti, tra due ore, tra tre giorni. A capire come far collimare impegni inconciliabili a livello spazio-temporale. E quando stacco la spina suppongo di voler totalmente rescindere il cordone ombelicale con il mondo della pianificazione strategica “from dusk to dawn” e viceversa. Anche se mi comporta il perdere l’aereo, le valigie, il tramonto su Santorini o qualsiasi altra cosa il mondo giudichi imperdibile. In fin dei conti, nella vita c’è sempre un prezzo da pagare. A volte, per trovare qualcosa di vero in noi stessi dobbiamo perdere qualcosa che, pur importante, forse ha più a che vedere col mondo in cui viviamo che con ciò che abbiamo dentro. Con tutto questo volevo scrivere che sono stata a Parigi e che mi è piaciuta. Ma sono partita in modo del tutto incoerente. E mi sono persa nel nulla. O nelle illuminazioni che questo viaggio mi ha dato a prescindere dalla destinazione o dalle bellezze artistiche della città. O, più probabilmente, nella convinzione che sarei stata troppo prevedibile persino per me stessa.

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