Sarah ed Abramo vanno in vacanza

Non ho mai avuto una grande passione per gli animali. O forse sì, ma ero piccola e non capivo quanto impegno comportasse la gestione di un cane o di un gatto. Avrei voluto un felino, in effetti. Ad ogni compleanno supplicavo i miei genitori, ma la mater era irremovibile. Poi, con mia assoluta sorpresa, mi regalarono un cucciolo. Oddio, mi rendo conto che per una tartaruga non sia la migliore definizione. La prima cosa a cui mi viene da pensare ogni volta che ne vedo una è la vecchiaia. Le testuggini nascono vecchie e tali muoiono. Inoltre non hanno il minimo istinto di socializzazione. Avere una tartaruga non era ciò che sognavo ma provai a convincere me stessa che ero entusiasta di possederne una. Immagino che le avessi anche dato un nome. Uno di quelli banali, ma non ho il piacere di ricordarmelo. La nostra storia purtroppo ebbe vita breve. Quella stessa notte l’animale si ribaltò e, non riuscendo più a girarsi nella sua naturale posizione, morì. Mio padre fece la macabra scoperta, ma decise di nascondermi l’accaduto. La versione ufficiale prevedeva una testuggine fuggiasca che sarebbe tornata a breve alla casa-base. Il che ovviamente non accadde mai. E la questione cadde nel dimenticatoio fino al mio venticinquesimo compleanno, momento in cui la mia famiglia ritenne che fossi abbastanza adulta per conoscere la verità. Cioè: venti-cinque-anni. Nel frattempo avevo visto un’anatra, vinta a qualche sagra di paese, a cui avevano tirato il collo per Pasqua, un gatto travolto da un’automobile e un altro ucciso da una malattia polmonare. Ma sembrava che per la tartaruga non fossi ancora pronta. O meglio, la mater nutriva il timore che avrei fatto la pazza per avere una testuggine di rimpiazzo. Ero scandalizzata. Non c’era motivo sulla faccia della terra per cui avrei voluto mettermi al piede la palla di una vita che dipendesse da me. Non possedevo nemmeno una di quelle piante immortali, quei filodendri da appartamento che se non li annaffi non muoiono. La loro tattica è quella di accasciarsi al suolo, segnale a cui non serve certo il pollice verde per rispondere adeguatamente. E comunque all’epoca viaggiavo molto. Il che fa a pugni con la detenzione di animali domestici. Dall’uso personale si passa allo spaccio. Ovvero il cucciolo di turno finisce per essere rimpallato tra tutti i parenti disponibili, mentre il proprietario si gode il sole di qualche località tropicale. Ora di tutto questo discorso non mi importava granché, fino a quando, un paio di giorni fa, Kid_A non è tornato a casa con una gabbia nella quale ho intravisto un paio di pappagalli non meglio identificati. Prima che lo buttassi fuori dall’appartamento, con tanto di volatili al seguito, si è affrettato a precisare che la proprietaria era Suicide Blonde, la sua biondissima sorella, che, priva di tendenze suicide, ne induce a iosa in chi si soffermi sulla sua capigliatura. Suicide e consorte, dopo aver ereditato i pappagalli (cocorite per l’esattezza) da non-si-sa-ben-chi hanno deciso di prendersi una settimana di vacanza. Insomma i pennuti resteranno con noi solo per un limitato periodo di tempo. Il che mi aveva quasi convinto che avrei potuto essere abbastanza tollerante da sopportarne la presenza. Ma Kid ha deciso di infierire. En passant ha avuto la gentilezza di puntualizzare che, oltre ai due pappagalli visibili, c’erano anche tre cuccioli nascosti nel nido. E, non soddisfatto, si è affrettato a ricordarmi che Suicide e coniuge sono una di quelle coppie anziane e senza prole, che considerano gli animali domestici come se fossero dei figli. Sono sprofondata dalla scocciatura malcelata all’ansia galoppante. Un calcolo probabilistico approssimativo mi fa tuttora pensare che trattandosi di ben cinque esemplari, tra cui tre cuccioli, c’è una discreta possibilità che non tutti arrivino vivi alla data di rientro dei “genitori”. Ora nella mia ottica, se la prole si riducesse un po’ farei loro un favore, ma temo che questo modo di vedere le cose sia solo mio. E mi ritrovo a vivere nello stress. Sentirli cantare mi dà sui nervi, il fatto che puliscano il nido buttando i resti di non-si-sa-che rigorosamente fuori dalla gabbia mi dà sui nervi. Venire sradicata dalla vasca da bagno per vedere uno dei piccoli che si è affacciato mi dà sui nervi. Ci sarebbero ulteriori sei milioni di cose che mi danno sui nervi, ma intendo risparmiare digitazioni inutili e prevedibili. Vorrei trasferire il circo sul terrazzo, ma temo faccia troppo freddo. Inoltre mi piacerebbe che Kid_A smettesse di istigarli agli schiamazzi insopportabili che emettono, parlando loro tutto il tempo e fischiando per ottenere risposta. E, potendo esprimere un ultimo desiderio prima dell’”uccellicidio”, gradirei che evitasse di deliziarmi con elucubrazioni ornitologiche secondo le quali il pennuto maschio sarebbe geloso dei suoi tentativi di far cantare la femmina. Sento che sto diventando una squilibrata patetica che alterna l’ambizione stragista al controllo ossessivo-compulsivo dei volatili, onde accertarsi che siano ancora tutti in salute. E ho deciso che il prossimo animale che varcherà la soglia del mio appartamento, fosse anche solo come ospite per qualche ora, dovrà essere rigorosamente imbalsamato.

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3 risposte a "Sarah ed Abramo vanno in vacanza"

    1. Difficile che mi possa affezionare a dei pappagalli. Non danno nessuna soddisfazione, si fanno i fatti loro e pensano solo a mangiare, sporcare ed emettere schiamazzi fastidiosi. Sono finita consumatrice ma molto presto mi potrò finalmente disintossicare 🙂

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