Coming back-Coming out

Sono andata in India. Sono anche tornata. Ma a giudicare dall’abbandono del mio blog si direbbe che sia stata trattenuta al posto dei marò. Invece eccomi qui. Torno al blog con molta calma. Avrei voluto postare qualche foto. Vorrei farlo adesso. Ma ho grossi problemi a ricordare dove siano finite. Non sono il tipo che sta lì a sospirare sulle testimonianze visive dei bei momenti passati. E infatti le ho perse. All’inizio pensavo incorniciarne una. Ma non l’ho fatto. E’ che non trovavo la cornice giusta. O forse deve ancora essere inventata. Maledetta indecisione. Si fa viva solo sulle cose di nessuna importanza. Se si fosse trattato di qualcosa di significativo sarei partita in quarta e avrei sbattuto contro il primo muro disponibile. C’eravamo io e Kid_A sulla foto. Ça va sans dire. Mi pare fossimo davanti al Taj Mahal. Immagino non esista nulla di più trash. Tranne la foto in cui il turista si sollazza sul dorso di un povero elefante. Il quale farà tutta la vita a scarrozzare la gente su e giù dalla fortezza di Amber. Poveraccio. Comunque faccio coming out. Sono una turista trash anche io. Detentrice di entrambe le tipologie fotografiche. Solo che al Taj Mahal ci hanno fatto il book. E accidentalmente sono sfuggite quelle due o tre foto il cui avevo un’espressione papabile. E poi il Taj fa decisamente più scena. Non avevo calcolato il portale antistante. E quando l’ho varcato è stato surreale. Nulla mi sembrava vero. Come se sullo sfondo ci fosse un enorme pannello pubblicitario. E del Taj Mahal solo una grande fotografia estremamente ben realizzata. Invece era tutto vero. Solo che non ero ben sicura di cosa ci facessi lì ad Agra. E ho focalizzato sui miei dubbi invece che sulla meraviglia davanti ai miei occhi. Non che l’India mi sia dispiaciuta. Tutt’altro. Potrebbe essere un posto pieno di zen. Immagino lo sia per chi ha una certa ricettività per questo genere di cose. Il fatto è che non avevo mai immaginato di finire da quelle parti. E non ho pienamente realizzato la situazione. Mi è sembrato tutto molto normale. I macachi, il traffico, la gente che dorme per strada, il caos incontenibile, lo smog, il vuoto sterminato lontano dalle grandi città. Ho avuto la sensazione di essere lì da sempre e per sempre. Come se ci fossi nata e cresciuta e nulla potesse stupirmi davvero. Familiarità potrebbe essere la parola giusta. Potrebbe. Ma se non ne sono certa ora non lo sarò mai. Una sola cosa in realtà mi ha suscitato una certa meraviglia. Gli stivali, di cui ho ufficialmente e definitivamente accertato che non passano dal metal detector di nessun aeroporto al mondo, agli indiani piacciono. O forse no. Comunque li guardano come se fossero qualcosa di insolito. Piuttosto magro come bottino. Ma per lo meno posso dire di aver appreso qualcosa che non mi sarei minimamente immaginata. Anche Kid_A ha avuto le sue illuminazioni da questo viaggio. E’ rimasto colpito dal fatto che il sistema di sicurezza delle gioiellerie consista in India nel mettere un tizio armato di fucile a canne mozze davanti all’ingresso. Insomma siamo messi malissimo entrambi. E abbiamo deciso che, delle sette meraviglie del mondo, il Taj non si è aggiudicato il top della classifica. Abbiamo concordato di aver preferito Petra. Non che io, a differenza sua, avessi molto tra cui scegliere. Il fatto è che nel sito archeologico di Petra si macinano i chilometri, si entra a mattina e si esce di sera, senza nemmeno aver visto tutto. E trascinandosi sulle ginocchia per la stanchezza. E dev’essere proprio la fatica a dargli un certo valore aggiunto. Personalmente ricordo di esserci arrivata con degli abiti colorati e di aver concluso la giornata con addosso un color ocra uniforme, che interessava anche pelle e capelli. Ricordo che, dopo tanta strada, i miei sandali erano rotti, le spalle scottate e che una bella vescica decorava uno dei miei talloni. Insomma ero pronta per la rottamazione ma terribilmente soddisfatta. Come se avessi davvero vissuto quel posto e l’avessi reso anche un po’ mio. Sensazione che il Taj Mahal non mi ha minimamente dato. Sto divagando. Non sono in grado di descrivere una cosa decentemente e mi butto nelle comparazioni. La mia maestra delle elementari mi ucciderebbe. Dell’India sono certa di aver dato il più terribile resoconto di viaggio che si sia mai scritto. Non che volessi entrare nei dettagli, ma sono un pessimo slogan pubblicitario. Pur senza volerlo. Se mi prendesse il Ministero del Turismo finirei davvero al posto dei marò. Nel qual caso, conto su chi leggerà questo post perché mi mandi le sigarette… In mancanza di idee chiare, ho proposto a Kid di andare a Calcutta la prossima volta. Sento che potrei avere un’illuminazione. Anche se ho scelto una città a caso. Invece lui ha prenotato un weekend a Parigi. Gli sarei grata se avesse accantonato il suo progetto sulle sette meraviglie del mondo. Ma non ho il coraggio di fare domande. Non vorrei trovarmi a collo storto a contemplare il Cristo Redentore. Che poi magari ci si può anche salire sulla statua. Ma non lo so. E non ci tengo a farmi una cultura. Ma per quel che conosco di Kid_A non è da escludere che presto o tardi tornerò qui a scrivere del Brasile. Sarebbe meglio che non perdessi le foto e mi limitassi a postare quelle…

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6 risposte a "Coming back-Coming out"

  1. Bentornata!! Ciò che contano sono le foto e le impressioni dell’anima, quelle reali sono una specie di contorno! A volte però, hanno anche valore di testimonianza. Molto suggestiva l’India..

    1. Grazie per essere passato: non immaginavo che qualcuno si ricordasse di me. L’India mi ha fatto bene all’anima ma in un modo del tutto diverso da quanto mi sarei aspettata e non trovo le parole giuste per scriverne. Sicuramente è un luogo molto particolare e ricco d’ispirazione. Magari non proprio per tutti, ma, con un pò di spirito d’adattamento è un’esperienza davvero interessante.

  2. la scrittura è la playground elettiva dell’Iperbole per cui non ce la meniamo.
    io ho sempre sostenuto che tu sia un “genio”.
    perchè ti fai beffe di tutto, a cominciare da te, non puoi mai meravigliosamente fonderti in nulla, il che asseconda terribilmente l’opposto, la miniera di zucchero che è in te.
    tu sei l’India, è solo questo che dovevi riportare e l’hai fatto pienamente.
    sei quella cosa familiare e distante come lo sono stato e lo sono ancora io tra quelli che cagano in strada e i falli di Shiva e le bicchierate di chay bollente sotto un video che stermina tutti a colpi di danze e acuti Bollywoodiani..
    ed è altrettanto sincronico e speculare che non ci si possa scambiare troppe impressioni perchè il tempo non esiste, e io sto partendo per il Nicaragua.
    nel frattempo è uscito il mio libretto, si chiama Geografie Fuori Luogo, e amerei che lo leggessi, ma so bene che dietro le fisime non c’è da stare troppo.
    http://aereoplanini.wordpress.com/2014/04/07/geografie-fuori-luogo/

    1. Miniera di zucchero: che espressione carina… La mia si è esaurita da un bel pò. Ho imparato dalla vita a non prendere nulla troppo sul serio, me stessa in primis. Magari non è quello che avrei voluto, ma ci vivo molto meglio: senza aspettative particolari, vedendo cosa il tempo mi riserva e cercando di trovarci sempre qualcosa di buono.
      L’India a me ha trasmesso. Anche se non so esattamente cosa. E ingenuamente vorrei poter trasmettere a mia volta a chi legge, ma so di non essere in grado di farlo. Un pò mi dispiace e un pò è frustrante che le parole possano dire tutto ma non possano mai toccare fino in fondo.
      Buon viaggio. Nel frattempo ti leggerò.
      Grazie di essere passato

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