Tutto l’amore che abbiamo sprecato

Si dice che tutti gli ex abbiano un perché. PsychoIena ne è convinta. E se lo sostiene lei, che ci ha messo due anni di terapia per farsi una ragione della fine del suo ultimo amore, credo di dover essere d’accordo. D’ufficio. Tanto più che arrivo nel bel mezzo del discorso e non sono troppo sicura di essere invitata ad esprimere la mia opinione in merito.
Eppure sono lacerata dai dubbi. Soprattutto dopo aver accidentalmente incontrato lo Spaventapasseri. Il mio primo amore. Anzi no: il secondo. Il suo predecessore era un vicino di casa di cui mi innamorai ai tempi dell’asilo. Ci portava sua madre. Fu una specie di backseat love. Un vero spreco di potenzialità, se i protagonisti sono due innocenti quattrenni. Che poi io e l’innocenza non siamo mai state migliori amiche. E neppure io e la memoria. Infatti della vicenda non ricordo nulla. Per cui tendo a non attribuirle alcun primato.
Quindi ho deciso di conferire la palma di primo “fidanzatino” allo Spaventapasseri. Che conquistai abbastanza tardi e con tutta l’insistenza che avevo in corpo. Non credo di averlo preso per sfinimento. Ma sono certa di aver sfinito me stessa, bruciando con lui tutto il mio potenziale di corteggiamento, ragione per cui sto vivendo il resto della mia vita affettiva all’insegna di “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va al mare”. O qualcosa si simile. Ammesso che un proclama del genere possa nascondere un qualche residuo sentimentale.
La mia relazione con lo Spaventapasseri fu decisamente diminutiva, per cui definirlo “fidanzatino” mi pare assolutamente perfetto. Forse ci metto troppo della persona che sono diventata e troppo poco di quella che ero allora e non realizzo che certe cose, come il rispetto e la comprensione, a diciotto anni sarebbero state surreali. Eppure non riesco a non vedere le circostanze di quell’”amore” come qualcosa di malsano e grottesco. Così come mi sembra improponibile l’essergli stata alle costole per talmente tanto tempo da farlo diventare un automatismo, una forma alternativa di respirazione. Che con il tempo dev’essersi trasformata in apnea. E alla fine raggiungere il traguardo fu come arrivare in cima ad una montagna in condizioni di stanchezza tali da non essere in grado di apprezzare il paesaggio visibile dalla vetta. Emotivamente non credo che la sua capitolazione abbia fatto una grande differenza. Fu un po’ come averla vinta su una questione di principio. Un punto a favore della mia testardaggine. Nient’altro.
Lo Spaventapasseri lo conoscevo da tutta la vita. Elementari, medie, superiori, oratorio, catechismo. E per tutto questo tempo, che totalizza una dozzina d’anni di frequentazione piuttosto intensiva, io ero innamorata di lui e lui della mia migliore amica. La quale ovviamente non se lo calcolava. Ma fu abbastanza calcolatrice da patrocinare la nostra unione, nella speranza che lui la dimenticasse.
Non funzionò. A me non importava nulla. Stavo con qualcuno. Credo avessi diciotto anni e all’epoca era un must essere accompagnata da cavalier servente. Era la chiave per ottenere lo status di persona abbastanza adulta e capace da potersi relazionare all’altro sesso. E, ancor di più, era ciò che mi dava il diritto di appartenenza al gruppo dei miei coetanei, per i quali se non stavi con qualcuno non eri nessuno. Mi viene da ridere. L’ultima cosa che desidero oggi è il consenso altrui. E’ come se tutto nella mia vita si fosse capovolto. Lentamente, ma in modo irreversibile.
Mi ritrovo a pensare che ci siano state due me. Una prima e una dopo. Ma non riesco a trovare la linea di confine tra la ragazzina che aveva bisogno di sentirsi coperta e lo faceva stando con un coetaneo che, in fin dei conti, aveva smesso di essere interessante nel minuto stesso in cui si era reso disponibile, e la donna (o presunta tale) che considera il rapporto con gli uomini qualcosa che assomiglia molto all’esplorazione della giungla. Interessante, ricco di possibili pericoli e magari impreziosito da qualche piacevole sorpresa. Ma nulla più di un viaggio attraverso un mondo che non le appartiene e che, solo se si rivelasse interessante a sufficienza, potrebbe pensare di fare suo. Ma soltanto per un po’. Finché noia, incomprensione o indifferenza non ci separino. Con buona pace di tutti. A porta aperta e cani legati.
All’epoca dello Spaventapasseri ricordo che la conclusione del nostro rapporto fu piuttosto fumosa. In qualche modo arrivammo ad elaborare che, per ineffabili ragioni di vita o di morte, era meglio interrompere la relazione. Ho una reminescenza vaga di tortuose e ripetute conversazioni sui massimi sistemi. Qualcosa di così drammatico da far passare per dilettanti persino i migliori attori delle peggiori telenovelas sudamericane. Con tanto di sfoderamento di coltelli e scene di pianto.
E quando, alcuni giorni fa, l’ho rivisto, mi veniva appunto da piangere. L’oggetto del mio remoto amore è diventato un uomo secco e spettrale, non sembra essere incline all’eloquio e gli ultimi residui tricologici stanno emigrando dal suo cranio a tempi di record. Mi è sembrato qualcosa a metà strada tra l’oracolo di Delfi e un profugo di Odessa. L’aver canalizzato così tanta energia verso di lui, mi suscita seri dubbi sulla mia capacità di intendere e di volere. E direi di poterci legittimamente versare un paio di lacrime. Entrambe per me.
E può essere che questa storia vada a finire così. Che sono uscita di testa, che lo ero già prima di diventare maggiorenne e che probabilmente ci sono nata. Per cui posso ritenermi libera dal dover trovare un perché allo Spaventapasseri. O forse siamo sempre svincolati dall’obbligo di far convergere l’istinto e la logica. Però non sappiamo resistere alla tentazione di arrampicarci sulla superficie scivolosa e mutevole della quadratura del cerchio…

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6 risposte a "Tutto l’amore che abbiamo sprecato"

  1. Il tuo post è bellissimo !
    Rivela quello che siamo, cosa viviamo, e le nostre strane aspettative.
    Rivela che in definitiva, costruiamo la nostra Vita a somiglianza (senza saperlo) di noi stessi.
    Difficile credere di scegliere una strada diversa quando siamo convinti di arrivare alla nostra meta senza particolari difficoltà.

    Non so .. Nel tuo post mi ritrovo tantissimo.
    Ciao.
    Stefano.

    1. Mi fa piacere che tu abbia gradito il mio post.
      Ovviamente cerchiamo di costruire la vita a nostra somiglianza. Il problema è che ciò che riteniamo ci rispecchi oggi potrebbe non corrispondere a ciò in cui domani ci riconosceremo.
      Per cui anche percorrere la “nostra” strada fa sì che, guardandoci indietro, vedremo di esserci persi millemila volte.
      Fa parte di noi, sarebbe terribilmente noioso essere perfetti.
      Grazie della lettura 🙂

  2. evito di prodigarmi in complimenti tecnici, semplicemente perché consapevole di una realtà solida, chi possiede il dono della scrittura ne è perfettamente conscio 😉

    mi ha colpito il velo sofista che emerge da questo post, una ricerca interiore che prescinde dalle “comparse scenografia”, c’è sicuramente anche una spolverata di idealizzazione Proustiana ma questo credo sia la norma, soprattutto per una donna che tende ad elaborare la banalità maschile, forse è più una giustificazione postuma trasformata in qualche lacrima che non un rimpianto/rimorso/amarezza vero e proprio.

    TADS

    1. Se davvero pensassi di scrivere bene sfornerei subito un e-book e verrei sotto ogni vostro post a fare terrorismo psicologico per farvelo acquistare 😉

      Cerco di capire le mie azioni passate, se vogliamo di giustificarle, ma ogni volta che ci provo mi rendo conto che non è possibile: non sono più quella di allora, persino i miei ricordi sono contaminati. Perciò mi limito a buttar giù una serie di considerazioni che non vanno da nessuna parte.
      Gli uomini, tutti quelli che sono passati dalla mia vita, in qualsiasi veste, sono stati dei transiti. Magari ci ho tenuto, ma non li rimpiango. Il tempo invece sì, rimpiango tutto quello che ho sprecato inabissandomi in situazioni che non facevano per me.

  3. vedi che ho ragione, piano piano ci stai arrivando, al racconto, è una tendenza naturale. così come quella della coltivazione degli Spaventapasseri, o passere che si voglia, prima o poi la si fa seccare, son pochi davvero nella vita quelli che si salvano dal grottesco del tempo che passa. mi piace questo “corso”.

    1. Non credo che potrei mai scrivere un racconto. Non so allontanarmi da me stessa e dalla mia vita. Questo post più che un racconto sembra un tema da scuola elementare, di quelli in cui ti veniva commissionato di scrivere di qualcuno.
      Il fatto che pochi si salvino dal grottesco postumo non mi consola, ma credo che il problema sia mio, non loro. Insomma, se ci tenessero, li perdonerei, a patto che loro perdonasssero me.
      Grazie per la lettura 🙂

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