Riflessioni Notturne: libri, sangue e Valium

Avevo intenzione di dormire, ma mi ritrovo senza sonno a fissare il soffitto. Il che è poco interessante visto che, essendo stato ridipinto da poco, non ci sono aloni o macchie. E stasera non circolano nemmeno insetti stagionali. Quelli geneticamente modificati. Tipo zanzare con le zampe lunghe tre centimetri. Che ti fanno venir voglia di riporti rispettosamente in un cassetto. Per lasciar loro il pieno possesso del tuo appartamento. Secondo una qualche legge della natura, che prevede che tu, data la tua evidente inferiorità fisica, ti faccia da parte.
Mi sento nervosa. Il fatto che non possa chiudere occhio è abbastanza estenuante per una come me che abitualmente riesce ad addormentarsi ancor prima di aver toccato il materasso. Cerco un diversivo che mi faccia calare la palpebra rapidamente. Che mi eviti le penose sensazioni di attesa. Sono una persona “tutto e subito” (o magari anche niente, basta che sia subito). Mi servirebbe il valium.
Invece afferro un romanzo che da mesi prende polvere sul comodino. Se ci fosse più luce sono certa che vedrei il rettangolo pulito lasciato dallo spostamento. Come se quel libro reclamasse i sui tot centimetri quadri d’appartenenza. Appena inizio a far scorrere gli occhi mi rendo conto di aver dimenticato quanto sentimentale delirante e tedioso fosse. Lo ricordavo terribile, ma non a tal punto. Certe letture sono come certi ex. Beneficiano dell’oblio. Li rivedi dopo anni e pensi che siano persino peggio di come li hai lasciati. Invece hai solo rimosso.
Per tornare al punto, di questo romanzo acclamatissimo lessi un centinaio di pagine su un volo per Tel Aviv. La cosa divertente è che l’autore è un israeliano. Insomma: una pallosissima lettura a tema. Che non mi valse nemmeno il visto honoris causa. E che abbandonai alla prima occasione possibile, ossia all’atterraggio. Adesso, dopo aver letto quindici volte la stessa riga, mi rendo conto che, essendomi persa la chance del volo di rientro, nel remoto caso in cui sentissi il bisogno di terminare questa patetica lettura, mi servirebbe uno spostamento analogo.
E io odio gli aerei. Non che abbia paura di volare. In teoria ci si potrebbe benissimo schiantare contro una pertinenza aeroportuale. Senza la necessità che il velivolo si scolli da terra nemmeno di un millimetro. E la morte sarebbe comunque assicurata. Quello che mi manda nel panico è l’idea di non poter fumare. Anche se l’astinenza viene ripagata dalla stupenda sensazione della prima sigaretta a destinazione. E’ come se i polmoni avessero una ricettività particolare al fumo.
Lo so, non sono politically correct. Ma non ho mai inteso esserlo.
Certo, al momento di partire potrei fermarmi sull’ingresso dell’aeroporto saldamente determinata a fumare mezzo pacchetto in cinque minuti, ma sarebbe inutile. Non soddisferebbe la ricerca del vizioso piacere. Inoltre, in considerazione della mia innata tendenza a perdere tutto il perdibile, nonché l’imperdibile, so che gli adii troppo protratti sono pericolosi. Meglio che porti immediatamente il culo in zona imbarco. Onde evitare le scene di quando, da giovine squattrinata che volava Milano-Londra con scalo Bruxelles, mi ritrovavo puntualmente risucchiata da qualche buco nero che si materializzava nell’aeroporto belga condannandomi al volo successivo. Maledetta povertà. E adesso sono ancora povera. E anche quanto a velocità non sono molto migliorata.
Così ho elaborato la mia tattica. Diciamo che arrivo all’aeroporto, qualunque esso sia, spengo l’ultima sigaretta e mi precipito al gate. Quest’ultimo sarà mediamente raggiungibile in un limitato periodo di tempo e si materializzerà in un prefabbricato stile capannone. Una specie di Lazzaretto-area da cui, di nascosto dagli occhi dei passeggeri di classe, espatriano i barboni del very low cost. Di cui faccio orgogliosamente parte. L’unico problema, a parte il dubbio di dover pedalare per tenere accesi i motori del velivolo, è che nel capannone d’attesa avrò la costante sensazione di essere ad un millimetro dall’aperto, di poter buttar giù a spallate la prima parete e ritrovarmi fuori. A fumare.
Invece devo stare lì buona a “pregustare” ciò che mi aspetta. Ossia un numero variabile di ore, oscillanti tra il tanto e il troppo, in cui mi contenderò tre metri cubi di spazio con due individui sconosciuti, tra i quali sarò crocefissa come Gesù in mezzo ai Ladroni.
A questo punto se sapessi fare il puntocroce potrei dilettarmi a produrre un centrotavola da regalare alla mater per Natale. Non che a lei simili regali piacciano. Ma io ne conseguirei un risparmio sui balzelli festivi. Invece, poiché io e gli aghi non ci siamo mai presi troppo in simpatia, sono costretta a ripiegare sulle parole crociate. Ma anche qui il fatto di non riuscire ad infilare correttamente nemmeno un vocabolo da quattro lettere genera in me una perdita di pazienza stellare. Nonché un’incertezza di fondo sul fatto di essere italiana madrelingua.
Così, prima che la rabbia mi porti ad ammazzare i Ladroni o prima che inizi a chiedermi se per caso non sono un’aliena in esilio dal pianeta Alpha-Alpha, apro un libro. Con la stessa sensazione di aver intrapreso una libera scelta di chi si trovi con un fucile alla tempia. La lettura in questione sarà stata pescata ad occhi chiusi (chissà che prima o poi non inizi a portarmi bene) da un recesso casalingo due minuti prima di uscire. Sarà orribile. E, al mio prossimo volo, sarà il libro che ora tento invano di leggere. In sola considerazione del fatto che sarà più a portata di mano di qualsiasi contendente.
E forse allora riuscirò persino a terminarlo. Il che è piuttosto inquietante, visto che mancano ancora duecentocinquanta pagine. Le quali richiederebbero un volo di una certa consistenza. In effetti mi sorgono seri dubbi sulla possibilità di vedere la parola “fine” scorrere davanti ai miei occhi. L’unica cosa che vedo scorrere è il sangue dei malcapitati che avranno la sfortuna di sedersi affianco a me.

Annunci

5 risposte a "Riflessioni Notturne: libri, sangue e Valium"

  1. chi ha una -carriera- da scavare, in scrittura, è perfettamente in grado di tenerti attaccato a qualsiasi cosa butti giù, promemoria del salumiere compreso.
    io che -non fumo quasi più-, non ho più inibizioni, vivrei molto volentieri in aeroporto 🙂

    1. Ultimamente ho una certa voglia di scrivere, ma mi rendo conto di arrivare a mala pena al livello della lista della spesa. Però alla fine penso che ciò che conta sia lasciare una traccia di me per me e per quelle poche persone come te che sono abbastanza pazienti da arrivare alla fine dei miei post.
      Anche io se non fumassi vivrei volentieri in un aeroporto. Tutta quella gente che va e viene mi darebbe costantemente la bella sensazione di essere anche io in viaggio.

      1. sai cosa? le smoking-room sono il posto giusto per farti smettere, da Francoforte a Bangkok, si salva misteriosamente quella di Fiumicino, ampia e ben areata. comunque si “cresce” proprio scrivendo del nulla quotidiano, si abitua l’occhio a produrre e si allena l’anima all’equilibrismo che ci vuole 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...