Alle fine di un giorno inutile potrei persino riuscire a sorridere (Uccidere un Venerdì di neve)

FWoodman_flesh_and_film

Rientro a casa incazzata come una iena bengalese, perché nevica. La malefica bianca non sembra molto determinata a creare casini a breve termine, ma ci ha inchiodati sotto zero, con quel bel venticello invernale che taglia la faccia e blocca il respiro.
Passando davanti alle vetrine, mi guardo proprio solo di striscio perché ho il serio timore di vedere le mie guance filettate à la julienne. Sì perché una donna, in normali condizioni meteorologiche, approfitta di ogni vetro vagamente riflettente per controllare lo stato della propria messa in piega. Mentre gli uomini le vetrine le usano per parcheggiare.
Il che deve significare che della merce esposta non frega niente a nessuno. Con la dilagante povertà sembra tutto molto sensato. E’ un po’ come se ci fossimo involontariamente reinventati il senso di ciò che ci cade nell’occhio in base alla nostra personalissima condizione.
Ultimamente soffro di questa nuova tipologia di delirio. Per cui immagino di doverla generalizzare per convincere me stessa che non sono pazza. Non del tutto, per lo meno. Fatto sta che da quando bazzico per Mikropoli con maggiore frequenza fingo che le vetrine dei negozi non siano un accattivante invito all’acquisto, ma piuttosto delle istallazioni artistiche collocate, a maggior garanzia del loro successo, in un museo a cielo aperto. Dove tutto sembra molto normale, molto invitante e possibile, ma se ti azzardi a toccare scatta l’allarme. Ti prendono. Ti internano. E a quel punto prega di avere qualcuno che abbia voglia di passare a portarti le sigarette. Come si diceva ai vecchi tempi.
Questa idea oggi mi sembra particolarmente brillante. Dev’essere per via della febbre. In normali condizioni un simile delirio sarebbe troppa roba anche per me. Ma oggi sento di potermi concedere di tutto. Perché ho l’influenza. Una di quelle che aspira ad essere bronchite. E il ciclo. Che invece punta tutto sul dissanguamento. Quest’ultimo avrebbe potuto risparmiarmi. O anche solo mettersi in coda ed aspettare il suo turno. Ma siamo italiani. Quando mai s’è visto che rispettassimo le regole base della civile convivenza?
Mi sento triste, sola ed infreddolita. Davvero. Mi sfiora quella sensazione di non essere compresa che ha il gusto un po’ amaro dell’inevitabilità ma anche quello molto più dolce di tutto ciò che sappiamo essere decisamente infantile. E non ho nessuno con cui lamentarmi. Ma, in fin dei conti, la malinconia non è nulla di cui abbia senso aggravare gli altri. La ruota gira sempre per tutti. Anche per me. Sono stata peggio, sto meglio, starò bene. Il bicchiere sta diventando mezzo pieno. Anche se sono sgrammaticata e mi ringhiano i polmoni.
E decido di scrivere sul blog perché, per una volta, possa avere un senso un po’ diverso. O forse un senso e basta. Qualcosa di diverso dall’urgenza di scrivere. O dall’istinto che “Se me lo sto leggendo in testa, allora, quando sarà sbiadito dai neuroni, potrei volerlo leggere altrove”.
Mi viene in mente che questo spazio potrebbe avere anche servire a sfogarsi in silenzio, senza dar fastidio, senza sentirsi chiamare madonna del pianto. Immagino di averne fatto uso in questo modo almeno un’altra cinquantina di volte, ma in forma per nulla cosciente.
Tuttavia, poiché questa tristezza fa male a chi legge e fa peggio a me, ci aggiungerò mezz’etto di frustrazione un po’ superficiale per non essere ancora riuscita ad infettare Kollega A.. E questo nonostante tutti i microbi che mi sto religiosamente prodigando a spargere nei dieci metri cubi che condividiamo negli ultimi mesi.
Ma certi meccanismi si sono collaudati negli anni e l’abitudine è dura a morire. Ai tempi della Cornificans, un compagno dell’asilo di sua figlia si ammalava, sua figlia si ammalava, lei si ammalava e io mi ammalavo. E facevamo tutti un’allegra settimana in un sanatorio di Calcutta. Con ringraziamenti alla sottoscritta che, vivendo sola, era incapace di diffondere oltre il contagio. Per cui al sanatorio ce ne stavamo belli comodi. Senza dover subire i devastanti effetti del sovraffollamento della struttura.
Invece A. sembrerebbe appartenere ad una razza dotata di difese immunitarie particolarmente battagliere. Di quelle che scardinano il sistema classico delle malattie stagionali, preferendo evidentemente virus meno comuni come la febbre gialla, il tifo o la peste bubbonica.
E così mi ritrovo sola nel mio dolore febbricitante. Eppure mi rendo conto che il destino mi ha dato qualcosa su cui varrebbe la pena di buttare un sorriso. Ho realizzato che, nello scrivere della mia coabitazione lavorativa con A., ho usato la parola “condividere” che in effetti è la più sensata, ma che stranamente con lui sta avendo anche un po’ del suo significato più bello.
E adesso finalmente posso uccidere felice questo giorno inutile.

Annunci

Riflessioni Notturne: libri, sangue e Valium

Avevo intenzione di dormire, ma mi ritrovo senza sonno a fissare il soffitto. Il che è poco interessante visto che, essendo stato ridipinto da poco, non ci sono aloni o macchie. E stasera non circolano nemmeno insetti stagionali. Quelli geneticamente modificati. Tipo zanzare con le zampe lunghe tre centimetri. Che ti fanno venir voglia di riporti rispettosamente in un cassetto. Per lasciar loro il pieno possesso del tuo appartamento. Secondo una qualche legge della natura, che prevede che tu, data la tua evidente inferiorità fisica, ti faccia da parte.
Mi sento nervosa. Il fatto che non possa chiudere occhio è abbastanza estenuante per una come me che abitualmente riesce ad addormentarsi ancor prima di aver toccato il materasso. Cerco un diversivo che mi faccia calare la palpebra rapidamente. Che mi eviti le penose sensazioni di attesa. Sono una persona “tutto e subito” (o magari anche niente, basta che sia subito). Mi servirebbe il valium.
Invece afferro un romanzo che da mesi prende polvere sul comodino. Se ci fosse più luce sono certa che vedrei il rettangolo pulito lasciato dallo spostamento. Come se quel libro reclamasse i sui tot centimetri quadri d’appartenenza. Appena inizio a far scorrere gli occhi mi rendo conto di aver dimenticato quanto sentimentale delirante e tedioso fosse. Lo ricordavo terribile, ma non a tal punto. Certe letture sono come certi ex. Beneficiano dell’oblio. Li rivedi dopo anni e pensi che siano persino peggio di come li hai lasciati. Invece hai solo rimosso.
Per tornare al punto, di questo romanzo acclamatissimo lessi un centinaio di pagine su un volo per Tel Aviv. La cosa divertente è che l’autore è un israeliano. Insomma: una pallosissima lettura a tema. Che non mi valse nemmeno il visto honoris causa. E che abbandonai alla prima occasione possibile, ossia all’atterraggio. Adesso, dopo aver letto quindici volte la stessa riga, mi rendo conto che, essendomi persa la chance del volo di rientro, nel remoto caso in cui sentissi il bisogno di terminare questa patetica lettura, mi servirebbe uno spostamento analogo.
E io odio gli aerei. Non che abbia paura di volare. In teoria ci si potrebbe benissimo schiantare contro una pertinenza aeroportuale. Senza la necessità che il velivolo si scolli da terra nemmeno di un millimetro. E la morte sarebbe comunque assicurata. Quello che mi manda nel panico è l’idea di non poter fumare. Anche se l’astinenza viene ripagata dalla stupenda sensazione della prima sigaretta a destinazione. E’ come se i polmoni avessero una ricettività particolare al fumo.
Lo so, non sono politically correct. Ma non ho mai inteso esserlo.
Certo, al momento di partire potrei fermarmi sull’ingresso dell’aeroporto saldamente determinata a fumare mezzo pacchetto in cinque minuti, ma sarebbe inutile. Non soddisferebbe la ricerca del vizioso piacere. Inoltre, in considerazione della mia innata tendenza a perdere tutto il perdibile, nonché l’imperdibile, so che gli adii troppo protratti sono pericolosi. Meglio che porti immediatamente il culo in zona imbarco. Onde evitare le scene di quando, da giovine squattrinata che volava Milano-Londra con scalo Bruxelles, mi ritrovavo puntualmente risucchiata da qualche buco nero che si materializzava nell’aeroporto belga condannandomi al volo successivo. Maledetta povertà. E adesso sono ancora povera. E anche quanto a velocità non sono molto migliorata.
Così ho elaborato la mia tattica. Diciamo che arrivo all’aeroporto, qualunque esso sia, spengo l’ultima sigaretta e mi precipito al gate. Quest’ultimo sarà mediamente raggiungibile in un limitato periodo di tempo e si materializzerà in un prefabbricato stile capannone. Una specie di Lazzaretto-area da cui, di nascosto dagli occhi dei passeggeri di classe, espatriano i barboni del very low cost. Di cui faccio orgogliosamente parte. L’unico problema, a parte il dubbio di dover pedalare per tenere accesi i motori del velivolo, è che nel capannone d’attesa avrò la costante sensazione di essere ad un millimetro dall’aperto, di poter buttar giù a spallate la prima parete e ritrovarmi fuori. A fumare.
Invece devo stare lì buona a “pregustare” ciò che mi aspetta. Ossia un numero variabile di ore, oscillanti tra il tanto e il troppo, in cui mi contenderò tre metri cubi di spazio con due individui sconosciuti, tra i quali sarò crocefissa come Gesù in mezzo ai Ladroni.
A questo punto se sapessi fare il puntocroce potrei dilettarmi a produrre un centrotavola da regalare alla mater per Natale. Non che a lei simili regali piacciano. Ma io ne conseguirei un risparmio sui balzelli festivi. Invece, poiché io e gli aghi non ci siamo mai presi troppo in simpatia, sono costretta a ripiegare sulle parole crociate. Ma anche qui il fatto di non riuscire ad infilare correttamente nemmeno un vocabolo da quattro lettere genera in me una perdita di pazienza stellare. Nonché un’incertezza di fondo sul fatto di essere italiana madrelingua.
Così, prima che la rabbia mi porti ad ammazzare i Ladroni o prima che inizi a chiedermi se per caso non sono un’aliena in esilio dal pianeta Alpha-Alpha, apro un libro. Con la stessa sensazione di aver intrapreso una libera scelta di chi si trovi con un fucile alla tempia. La lettura in questione sarà stata pescata ad occhi chiusi (chissà che prima o poi non inizi a portarmi bene) da un recesso casalingo due minuti prima di uscire. Sarà orribile. E, al mio prossimo volo, sarà il libro che ora tento invano di leggere. In sola considerazione del fatto che sarà più a portata di mano di qualsiasi contendente.
E forse allora riuscirò persino a terminarlo. Il che è piuttosto inquietante, visto che mancano ancora duecentocinquanta pagine. Le quali richiederebbero un volo di una certa consistenza. In effetti mi sorgono seri dubbi sulla possibilità di vedere la parola “fine” scorrere davanti ai miei occhi. L’unica cosa che vedo scorrere è il sangue dei malcapitati che avranno la sfortuna di sedersi affianco a me.

Soon it will be cold enough to build fires again (cit.)

Oggi è una giornata terribile. Di quelle da starsene a letto sotto il piumone. Con la copertina della nonna in aggiunta. E una tazza di tè bollente appoggiata sul comodino. E la televisione che ronza in sottofondo. E la testa sprofondata sotto le coperte. Con un piccolo squarcio opzionale tra le coltri per osservare quello che succede fuori dalla finestra. Fregandosene delle montagne ormai nere. Della nebbia. Dello spessore della pioggia. Degli zeri tondi che si alternano alle date. Ricordandomi che è solo metà Novembre. Se la meteorologia non è un’opinione (e in questo periodo dell’anno non lo è) nevicherà presto e a lungo. L’aria è così pungente e pulita in questi giorni. Dà una sensazione particolare, una specie di torpore alle dita e sulla pelle del viso. Quel senso di diminuzione della sensibilità percettiva che purtroppo non mente. E io voglio morire. Del resto siamo ne mese perfetto per questo genere di cose. Uno tra i più corti e i più bui. Invece tornerà Maggio. Mi viene da chiedermi se sarò ancora viva per allora. Sai mai quante cose potrebbero capitare in una manciata di mesi. Ma per allora, ovunque sarò o non sarò più, si archivierà l’inverno. Se vivessi sull’Everest tutto questo gelo che s’infila nel midollo avrebbe un senso. Magari sarebbe persino una sfida. Ma non qui. Non ora, né mai. Credo di aver già scritto questo post almeno altre dieci volte. Ma continuerò. Perché voglio ripetermi. In tutte le diverse lingue e modalità linguistiche ed espressive in cui è possibile maledire il freddo. Ci sarebbero una marea di angolature, di sfumature. Percorsi che potrebbero magari condurmi a conclusioni più felici di quelle a cui tipicamente giungo. Ma sono troppo testarda per accettare alternative. Sono la pallina che gira dentro ad flipper. Prima o poi cado. E cado sempre male. Anche se dovessi partire con le migliori intenzioni. Che comunque non ho. Che devo aver perso a dieci anni, quando andare con lo slittino sui prati innevati era figo. Solo che figo non lo potevo dire, altrimenti la mater mi avrebbe lavato la bocca con il sapone. E non è una gran esperienza. Intanto i prati sono spariti e fatico a ricordare il vuoto e il bianco della mia infanzia. Vedo solo cemento brulicante di facce sconosciute. E percepisco una me stessa cresciuta. Disconnessa da quella di allora. E lungo il cammino ho lasciato la capacità di arrivare anche solo ad un remoto punto di avvicinamento con gli assatanati della neve. I forzati della settimana bianca. Quelli che solo perché hanno un paio di sci sulle spalle si sentono in diritto di starsene lì in mezzo alla strada. Come le vacche a Calcutta. O nelle sperdute campagne indiane. Che sembrerebbe più realistico. E l’India aggiunge benzina sul fuoco. Solo che le fiamme non scaldano. E la scansione della mia foto per il visto è in bianco e nero. Il che mi fa presagire complicazioni all’orizzonte. Per andare in un posto che non ho esattamente scelto di vedere. Dev’essere lui ad aver scelto me. Che è la versione carina del “Dev’essere qualcun altro che ha scelto per me”. Per fare un viaggio che non ho i soldi per pagare. La prostituzione sarebbe un’opzione non poi così remota. Se non fosse per il freddo. Per il fumo dei camini che è così denso da sembrare viscoso mentre si fonde con la nebbia. E, anche al calduccio dell’Obitorio, ho questa paralizzante sensazione di freddo. Come se il mio corpo si stesse preparando ad affrontare l’esterno. Come se sapesse che non sarà mai abbastanza pronto. E fosse perdente in partenza. Immagino di avere ben più di qualche problema mentale. Questo si sapeva già. Ma credo di avere una sorta di barriera psicologica nei confronti dell’inverno. Forse se fossi meno mal disposta sentirei che davvero, stando qui in alto, l’incertezza della soletta pronta a sgretolarsi è compensata dalla risalita del calore dai piani sottostanti. PsychoIena dice che il pavimento della loggia si è rigonfiato per via del calore in ascesa. O forse del freddo. O perché lo stiamo lavando con eccessiva frequenza. Mettete la crocetta dove vi pare. Lei non è una che si offende. Se fossimo altrove penserei di non essere l’unica deragliata. Ma in questo posto tutto è così precario che potrei persino credere a mutazioni strutturali che si presentano con l’alternarsi delle stagioni. Per poi scomparire. E tornare. Ciclicamente. E sono pronta a scommettere che se la baracca cadesse ci notificherebbero immediatamente la decurtazione dello stipendio in proporzione ai giorni per i quali non ci sarebbe consentito di lavorare. Non so se preferisco essere ancora più povera di quanto sia ora, ma al calduccio sotto ad una montagna di coperte. O se voglio continuare la Campagna di Russia pur di riuscire, in un giorno molto futuro, a rendere a Kid_A la somma che gli devo per il viaggio in India. Ho anche perso il conto di quanto si tratti. Mi serve una terza opzione. La via di fuga perfetta: il letargo invernale. E del resto potremmo riparlare a fine Maggio…