Imperfetto

In giardino c’è un albero. Nel giardino dell’Obitorio intendo. Oddio che ne sarebbero a decine di alberi. Ma io ho puntato un acero rosso. O presunto tale, visto così mi dicono. E non avrebbero motivo di mentire. Però forse avrebbero motivo voler nascondere la loro ignoranza in fatto di botanica. La botanica non la si studia nemmeno a scuola. Ma gira gente strana, gente che crede sia cool sapere tutto di tutto. Mentre a me sembra patetico anche solo provarci… In ogni caso oggi l’acero sembra più brillante del solito. Ha quel colore fosforescente di cui il mio cellulare non riuscirà mai a riprodurre degnamente l’idea. Ma io lo devo fotografare. Anche sono una pessima fotografa. Specializzata nello scegliere la peggiore angolazione e luce, nonché il peggio di ogni altra possibile ed impossibile variabile fotografica. Devo averlo già scritto altrove. Quello che invece non credo di aver mai scritto è che, su piccolezze del genere, sono molto impulsiva. Perciò la foto deve essere qui ed adesso. E quando un fotografo col cavalletto mi frega la precedenza piantandosi nella mia traiettoria in atteggiamento contemplativo mi girano altamente le scatole. Potrebbe non esserci tutta questa fretta. Domani sarò ancora qui purtroppo e l’albero pure. Certo potrebbe scoppiare l’inverno nottetempo o potrei avere un incidente mortale tornando a casa. E in nessuno dei due casi sarebbe una tragedia. Non ai fini della foto per lo meno. Penso spesso alla morte ultimamente. Dev’essere l’autunno. O il decadentismo di quegli weekend di sesso per cui sono decisamente troppo vecchia. E il mio tempo personale sembra riavvolgersi ciclicamente sulle narcisistiche altrui ambizioni da kamasutra, che mi fanno morire un pezzo alla volta ad ogni orgasmo. Ed è surreale che tutto il resto scorra linearmente, anche la morte, tutte le morti, tranne la mia. Ma c’è un vantaggio nell’essere in grado di ricordarsi con perfetta lucidità la maggior parte degli anni ottanta. C’è una certa sicurezza di sé. E tutto il menefreghismo che ne consegue. E mi godo l’autoconferito diritto di non dover per forza dimostrare che riesco ancora a stare in piedi. Di poter dire di no, di non sentirmi sotto esame. Incrocio le gambe tremanti sollevandole sul muro. E tutto sembra oscillante. E caldo. E sbiadito. Come un paese esotico che non visiterò mai. Come una preghiera in una lingua ignota. E potrebbe essere “perfetto”. Se avessi vent’anni sarebbe la prima parola che mi attraverserebbe il cervello. Perfetto. Come un vaso di delicatissimo cristallo che non vedo l’ora di scaraventare a terra. Perché è proprio l’imperfezione a rendermi viva. Il lottare per cambiare, per fare meglio, per essere migliori. Cadendo mille volte, rialzandomi mille e una. Non sarei nessuno se non fossi imperfetta. Se non vivessi in un mondo imperfetto. Con ogni possibile errore dietro ad un angolo ed ogni possibile soluzione dietro a quello successivo. Ed è mio il diritto di scegliere, l’incertezza di sbagliare, il desiderio di riparare, di risalire o di lasciarmi scivolare giù fino a toccare il fondo. La possibilità di decidere dove voglio trascinare le ossa. Se davanti ad una traiettoria presidiata da un astante di troppo o sulle lenzuola umide di un letto sporco. In ogni caso sarà imperfetto, in ogni caso sentirò qualcosa muoversi dentro la mia anima.

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2 risposte a "Imperfetto"

  1. questo post mi è piaciuto molto, soprattutto il tuo cambio di rotta a metà strada, pensieri ad alta voce disordinatamente ordinati, come il banco di lavoro di un creativo

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