Il Sabato del Villaggio

Mi capita sott’occhio la costa di questo volume. Non so come. E’ mattina presto. Mi sono arrampicata a prendere qualcosa su una mensola. Prego che il mio peso sia compatibile con la robustezza della struttura. Se non dovesse essere così avrò una nuova avventura da appuntarmi. Sempre che gli eventi seguano la mia ottimistica visione odierna. Diversamente la questione smetterà di essere di mia competenza. Ma passerò alla storia di Inculopoli per le modalità della mia morte. Sarebbe piuttosto ironico. Come me. Mi si addice. E strapperebbe qualche sorriso in un momento solitamente triste. Il che sarebbe solo un bene. Non è mai successo che le lacrime abbiamo evitato ai morti le fauci della terra. In ogni caso, questo libro sta lì. Insieme agli altri. Non ricordo di possederlo. Se me ne ricordassi sarei erroneamente certa di averlo buttato via. Insieme a migliaia di altri. Raramente la lettura riesce a soddisfarmi pienamente. Temo di avere aspettative troppo alte. Questo mi capita con tutto. Ma settorializzando questi i racconti erano davvero scadenti. Però continui. Tutti caratterizzati dallo stesso piattume. Nemmeno uno che fosse vagamente interessante. Che facesse rimpiangere un po’ l’incapacità dell’autore di mantenere alto lo standard per tutto il libro. E patetici. Un bel siparietto di luoghi comuni di cui non mi è rimasto impresso nulla. Se non immagini sparse e di nessun interesse. E comunque devo aver lasciato perdere prima della fine. Per eccesso di noia. Mi rivedo a leggere sul terrazzo. Una domenica d’inizio Agosto. Gran caldo. Quello che qui dura giusto un paio di settimane. E poi si fa rimpiangere per mesi. Finché non lo dimentichi. Non sei più così certo che fosse vero. Forse era un sogno. O un ricollocamento cerebrale di una vacanza in qualche località in cui l’estate è degna del suo nome. Forse hai semplicemente buttato via la prenotazione. E i ricordi. Ma il caldo è qualcosa di fisico. Non si ricorda. Si fa ricordare. Ti entra dentro. Furtivamente. Succede lo stesso con le persone. Quelle che ti scaldano, che ti illuminano. Magari il tempo ti fa dimenticare i loro volti ed il colore dei loro occhi. Ma quel tepore resta. Se va bene. Altrimenti si tramuta il gelo. Come una lama. Fa a pezzi tutto quanto. Poi il dolore si esaurisce. Ti svegli una mattina e trovi tutto racchiuso in un vasetto colmo di liquidi anestetizzanti. E ti sembra la storia di qualcun altro. Dei pezzi di vita passata che ti sono stati erroneamente attribuiti. Perché non li senti tuoi. Dev’essere andata così tra i miei vicini. Ricordo che stavo sul terrazzo. E provavo a leggere. Quel libro. E loro, nel giardino di fronte, si insultavano all’ultimo sangue. Una maratona di turpiloquio. Con interessanti uscite fantasiose. Rispolveri di linguaggio desueto. Dichiarazioni infarcite di parole come “meschino” e “misero”. A sostegno di volgarità che, se ripetute troppo frequentemente, perdono il loro effetto scenico. Non c’era risparmio di colpi bassi e bassissimi, tutti rigorosamente sotto la cintura. E io mi sentivo di troppo. Per non aver pagato il biglietto dello spettacolo della mediocrità altrui. Che è un po’ quella di tutti, anche la mia. Ma raramente viene inscenata per il cittadino non contribuente agli eventi che l’hanno generata. Troppo generosi, i miei vicini. Mi scontavano le complicazioni dell’origliare sulla loro infelicità. Del fare supposizioni, dell’usare i recessi più maligni dell’intuito femminile. Mi servivano sul piatto d’argento uno tsunami generato da una briciola caduta sul divano appena pulito. Con un finale di un certo spessore. Certo, la tragedia greca in cui ci scappa il morto sarebbe stata molto più pertinente. Ma l’espulsione immediata di lui dall’immobile su cui lei proclamava la titolarità assoluta mi è sembrata comunque piuttosto dignitosa. Sicuramente molto più significativa delle mie letture di quel giorno. Cos’è un libro mediocre in confronto ad una vita mediocre? Un pallido riflesso, una prevedibile e noiosa ripetizione. Di quelle per alunni svogliati che sfidano le leggi dell’osmosi, non imparando nulla nemmeno dalla reiterazione all’infinito. Come quando si facevano gli esami a Settembre. Quelli seri. Che ti costringevano chiuso in casa per tutta l’estate. A far finta di impegnarti, invidiando i furbi che almeno un po’ avevano studiato. E a sentirti misero come Leopardi, imprigionato nella sua enorme biblioteca nella contemplazione in penombra del sabato del villaggio. Senza potervi mai prendere parte. Che poi, alla fine, l’anno scolastico te lo facevano superare. Con un calcio in culo e un sacco di storie sul fatto che avresti dovuto inchinarti innanzi alla magnanimità dei tuoi insegnati. I quali erano così generosi da staccarti, oltre alla promozione, un abbonamento triennale per l’appuntamento ai primi di Settembre. Senza possibilità di scampo e ben sapendo che in ogni caso non avresti mai imparato nulla. Fino alla fine. E poi succede che finisce davvero. E pensi di essere felice. Davvero. Ma è solo vomito. Ti sei tolto quell’oppressione dallo stomaco. Ma in qualche modo i tuoi vecchi insegnanti non si sono dimenticati di te. Nemmeno il preside. E quando, dopo un paio d’anni torni a prendere il diploma, che avevi lasciato lì a marcire, capita che proprio lui ti punti nel mezzo dell’atrio deserto, invitandoti ad iscriverti ai corsi di recupero. Adesso si chiamano così. E non se li calcola nessuno. Così al sabato del villaggio possono partecipare anche i liceali renitenti allo studio.

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6 risposte a "Il Sabato del Villaggio"

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