Travaso/dati (Desideri che non avrei mai sospettato di avere)

Oggi sono stata in ospedale. Nulla di meglio per iniziare la giornata. E sono elettrica. Chi mi tocca si fulmina. Chi mi guarda sarò io ad incenerirlo. Giuro. Non è intenzionale. E’ che odio gli ospedali. Credo di averlo già detto. Almeno un migliaio di volte. Ma adesso va così. Ho bisogno di ripetermi. Di vomitarlo. Di togliermelo di dosso. Odio gli ospedali. E i medici. E quell’odore misto di disinfettante e disperazione. E morte. E vita. Che si mischiano. Ma la mietitrice vince sempre. E’ numericamente in vantaggio spudorato. Si aggira sicura della sua superiorità. Odio persino il parcheggio dell’ospedale. E la strada che gli passa di fronte. O forse non è odio, ma semplice angoscia. Quello che odio realmente è non poterne stare lontana per più di tre mesi consecutivi. Dall’età di quattordici anni. E per sempre. Amen. Comunque non è grave. Non morirò. Non per questo. Ma i teatri della drammatizzazione della patologia mi prendono i nervi. E li tirano così forte che ogni volta mi sembra di impazzire. E quando mi sento così, a prescindere dalla ragione, l’unica cosa che potrebbe aiutarmi sarebbe stare dentro ad una stanza e distruggere ogni cosa che mi capiti sotto tiro. Ma non c’è tempo per questo. Non c’è modo. E’ come avere un leone dentro e dover recitare la parte dell’agnellino. Non funziona. Come il più delle cose della vita. E, come molte di esse, è necessario trovare la quadratura del cerchio. Quella in cui gli spigoli fanno un male cane. Ma, mentre dentro tutto si sgretola, si riesce ancora a sorridere. Oggi in ospedale mi ha accompagnata il Latitante. Per dovere e sacrificio, s’intende. Di solito è mia madre la deputata all’ingrato compito. E lei mi calma. Non perché sia una donna seraficamente atarassica. Anzi è l’opposto. Si sente a disagio in ogni situazione che non le sia famigliare. A prescindere. E poiché lei si agita, io faccio la parte dell’imperturbabile. E mi riesce. Sono così impegnata a gestire le sue nevrosi da luogo ostile che mi dimentico delle mie. Con il Latitante è tutto diverso. Urge qualche premessa. Breve. Sporadicamente e senza ragioni particolari, lui si rifiuta di dormire con me. Preferisce il divano. Non che la cosa mi sconvolga molto. Nulla di ciò che lo riguarda mi tocca più ormai. Ma se la mattina mi alzo e faccio un gran casino là dove lui giace tra le braccia di Morfeo dovrebbe “prendere e portare a casa”. Come avrebbe detto mia nonna. Perché non ci mancano le camere da letto. Né i letti, i cuscini, le coperte ed ogni altro accessorio connesso. Quindi, qualora decida di coricarsi in un vano potenzialmente rumoroso fin dal primo mattino, il problema è tutto suo. Invece, secondo i suoi calcoli, io dovrei stendere, sistemare casa, rassettare, far colazione, lavarmi e vestirmi in religioso silenzio. Altrimenti gli saltano i nervi. Ora: io ho vissuto per anni da sola e di non fare rumore non sono capace. Nonostante l’impegno che ci metto. Certo è che se, come tutti i cristiani, dormisse nel letto, i miei movimenti tra cucina-salotto e bagno lo infastidirebbero molto meno. Ma ovviamente devo essermi persa qualche passaggio fondamentale dell’equazione. Perché risulta che io ho torto e lui sfoggia la più raggiante tra le sue innumerevoli manifestazioni di egocentrismo, misto a rabbia e voglia di strozzarmi. Il silenzio è tombale. Non so se sono più incazzata con lui, angosciata per la visita medica a cui devo sottopormi o se le due cose si alimentano l’un l’altra incrementando esponenzialmente la caduta libera della mia sanità mentale. E, per la prima volta nella mia vita, voglio la mamma. Magari potrebbe essere anche la seconda. Ma, conoscendomi, non vado oltre. Trovarmi affianco una iena ed essere io stessa una tigre, mi fa fiutare il sangue ad ogni angolo che svolto. Più che gli psichiatri ci vorrebbero dei domatori di bestie feroci. Mi viene in mente Amores Perros. La scena in cui uno dei protagonisti faceva combattere il proprio cane in un giro di scommesse clandestine. Perros ci sta. Siamo legati dall’istinto di sopravvivenza, proviamo di non affogare. Come cani che cercano di ammazzarsi l’un l’altro per non morire. Uccidere la controparte. In modo lento e sottile. A piccole ripetute stoccate nei punti non vitali. Lasciarlo dissanguare lentamente. Facendo finta di non vedere. Forse è quello che stiamo facendo. Anche noi. Come animali. Solo un po’ meno espliciti. Più temperati dalla ragione che impone investimenti a lungo termine sulla fine di una relazione. Così nessuno si fa male. E le apparenze si mantengono immacolate. L’amore invece ho il dubbio che abbia mai avuto alcunché a che vedere con noi due. Sembra tutto così lontano. Surreale. E lo è. E realizzo solo ora che lo vedo finire che avrebbe dovuto essere altrettanto violento alla distruzione, alla morte. Privo di quella serenità, di quella completezza, di quella pace dei sensi e dei desideri. Qualcosa da strappare, da carpire, da iniettarsi nelle vene finché la siringa non ha buttato in circolo anche l’ultima goccia. Da ingerire in quantitativi letali, da divorare fino a vomitare tutto. Qualcosa di tossico. Di pericoloso. Come droga. Perché come lei, in fondo, uccide. Perché la dose è sempre un quantitativo definitivo. E non sarà mai abbastanza. E la necessaria postuma disintossicazione è un processo lento e soprattutto vuoto. Una lunghissima anestesia sotto la quale il cuore viene rescisso dal sentire. E torna ad essere un muscolo, come tanti altri. Forse solo un po’ più importante. Per pure ragioni anatomiche. E i sentimenti vengono buttati sul fondale del più profondo dei laghi. Ad assiderarsi, senza riemergere mai più. E il chirurgo sono io. Sono io la lanciatrice. E non sento nulla. Nessun dolore. Nessun rimpianto. Ma mi stordisce guardare la mia immagine riflessa in un qualsiasi specchio e sapere che, ad apparenze immutate, posso essere stata così piena ed essere ora così vuota. E, in fin dei conti, non mi pare di essere molto più di un qualsiasi recipiente.

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14 risposte a "Travaso/dati (Desideri che non avrei mai sospettato di avere)"

  1. Hai cambiato nome al tuo blog ! Ho visto i tuoi like in questi giorni ma ho capito solo adesso che eri tu ahah : ) E’ da un pò che non scrivi sul blog, spero tutto ok! Buona serata

    1. Sì ho dovuto cambiare il nome, ma sono ancora tra voi.
      I miei post non sono più indicizzati quindi non si vedono, anche se, in effetti, ultimamente non ho scritto molto. Però tornerò presto ad essere più presente e più attenta.
      Buona settimana 🙂

    1. Appena saremo pronti per il matrimonio schizzerò più veloce della luce dall’altra parte del mondo rispetto a quella in cui si trova lui. E non ci manca molto.
      Sfogarmi è qualcosa di spontaneo. Non so se mi faccia bene , nè se mi rianimi, è semplicemente qualcosa di istintivo, non ha uno scopo nè un effetto particolare: succede e basta.
      Alla domanda sul Latitante credo che tu sia in grado di rispondere da solo.
      Grazie della lettura 🙂

  2. sono stato 4 volte in ospedale, so di cosa parli, in una di queste ho scritto un pamphlet contro i medici e l’istituzione di 15 cartelle che, incautamente, feci leggere a un dottorino che mi pareva simpatico, risultato: non mi vollero più curare, mi dimisero e arrivederci, il post me l’andai a fare altrove.
    mi sa che un giorno lo tiro fuori e lo ri-pubblico sul blog.
    hai una capacità di affondare la lama che avrebbe fatto invidia a Jack the Ripper.

    1. Mi dispiace per le tue brutte esperienze ospedaliere. Comunque sarei curiosa di leggere cosa hai scritto in materia, visto che hai terrorizzato a tal punto i medici che ti curavano. L’ospedale è triste ma la mancanza di umanità di molte delle persone che ci lavorano è anche più triste e rende l’ospedalizzazione un’esperienza ancor più desolante di quello che normalmente sarebbe.
      Se avessi davvero la lama di Jack the Ripper molti dei miei problemi li avrei già risolti.
      Grazie per la lettura
      Buona giornata 🙂

      1. nono, non erano terrorizzati, solo indignati come un Gran Muftì cui non hai baciato a sufficienza i piedi. mai visto nessuno che “schifa” la malattia e la morte come i Medici, davvero.
        (ah poi, si conferma che siamo musicalmente compatibili, ma chi le conosce Zap Mama! 🙂 )

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