Premonizioni

Ne ho abbastanza del soffitto impigliato tra le ciglia, tela bianca lentamente imbrattata di pensieri in strati corposi. Prima che la sovrapposizione dei colori degeneri in nero, mi alzo e inizio a vestirmi. Sento il tuo corpo che annaspa nel voltarsi verso di me, la sola idea che tu mi guardi mi fa venire il vomito. Ma le palpebre restano sigillate, cortesia di un striscia di luce che, filtrando dalla tapparella, ti colpisce il viso. Mi chiedi dove vado, rispondo che esco. Mentre lego i capelli il tuo respiro si riaddormenta e il mio esala sollievo.

Una volta ti faceva impazzire che me ne andassi in giro così, nel cuore del buio, senza cellulare, senza documenti, con pochi spiccioli in tasca. Ma l’assuefazione ha curato il sentimento. Siamo diventati due adulti ragionevolmente persi ciascuno nel proprio mondo, totalmente incapaci di condividere un pensiero che vada oltre le bollette da pagare e il rubinetto che perde.

Una notte mi venisti persino a cercare. Di me non hai mai capito nulla, ma c’è stata un’epoca in cui mi sottoponevi a ripetuti interrogatori e quando infine tacevi restavano vivi gli occhi a tradire una costellazione di punti di domanda. Ma gli interrogativi, cui per troppo tempo non riesci a trovare risposta, sono come fiori recisi: puoi cambiare l’acqua del loro vaso, ma ormai stanno marcendo.

E così è capitato a noi. Puzziamo di cadavere, ci stiamo decomponendo, abbiamo smesso di cercarci, di accusarci, di biasimarci e il mio bisogno di aria pulita è stato depennato dalle tue preoccupazioni. Mentre io cammino tu dormi e nel sonno passi in rivista i tuoi sogni preconfezionati, premasticati, predigeriti, riciclati in continuazione. Nell’obitorio di questa vita, ti consoli con l’esserti aggiudicato una discreta sutura. Senza di me magari si allenterà qualche punto, ma il tuo buon senso arginerà prontamente il danno, declassandolo ad inconveniente.

Spero che non ti incazzerai se parto un po’ più carica del solito. Ma stai tranquillo, ché non intendo rubare nulla. Avrei potuto avere tutto e gratuitamente e, forse anche per questo, ho perso ogni interesse.

Mi limito a riprendere il mio sangue che con il tuo si è mischiato come olio all’acqua. E il cuore, visto che, disgraziatamente, non ne posso far a meno. Tanto gonfio e pesante, dentro a questo petto esile, che temo il rumore che farò, nel trascinarlo giù dalle scale. Non vorrei svegliarti: quegli occhi che mi strabuzzano addosso non li posso più sopportare.

Parto come ero arrivata, a bordo di quel diretto con destinazione Libertà, quel carrozzone malridotto che, con suo tortuoso percorso di scambi e di curve, finisce sempre col deragliare nei pressi della Instabilità o coll’imboccare il binario tronco della Solitudine. O entrambe le cose al contempo…

E’ vero che devo fare il biglietto, ma non è il caso che mi affretti. Ci sono due soli treni che passano ad ogni ora e su cui c’è sempre posto. Questo, il cui biglietto è salatissimo, ma tanto ben rateizzato che lo sconti a vita, e un altro, gratuito, di cui vorresti che nessuno ti avesse mai parlato.

La differenza è che certi viaggi puoi almeno tentare di non farli, puoi issarti sul cavallo a dondolo e andare su e giù all’infinito, pensando che quelle ascese e discese ti facciano attraversare il mondo. Mi ritornano in mente le tante cose che, come questa, hai provato ad insegnarmi, scontrandoti col muro del mio dissenso silenzioso.

E poi ci sono altri viaggi che vengono a reclamarti, biglietto obliterato alla mano e nessun saluto che possa essere contraccambiato. Perciò cavalca, bel fantino dormiente, spera di tagliare il traguardo il più tardi possibile e dimentica che la tua finta inconsapevolezza non scalfisce l’inevitabile.

Mentre tu sogni la tua piccola vita, sicura e felice, all’interno delle sue mura solide, col ponte levatoio alzato e le sentinelle pronte a sparare, mi allontano da te tra l’eco dei tacchi consumati, il binario deserto e la testa finalmente adagiata a sbattere ritmicamente contro il finestrino.

Guardo fuori. Attraverso lo stendardo della famigliare oscurità, che del paesaggio mi nega i particolari, fiuto edifici, strade e sterrati. Sento la schiuma di questo immenso mare che fugge veloce e sincera in direzione opposta alla mia. Nessuna promessa, nessuna cazzata, nessuna marea a portare indietro le onde. E l’occhio guarda avanti, asciugando i pochissimi rimpianti nella fluidità con cui l’immaginaria scena penetra le ossa e inconsistente scivola alle spalle.

Di questo cammino senza direzione geografica, svuotato del passato e attraversato incorporeo da un presente di ombre, mi godo l’oscillazione ritmica e l’aroma che contorcendosi sale dall’ultima sigaretta prima che l’enfisema mi stringa i polmoni.

Avevamo smesso di fumare, dicevi che farlo insieme ci avrebbe motivato a vicenda. Usavi parole come “noi due” e “insieme” e io ho iniziato a sparire all’improvviso, a latitare per giorni, a tornare ubriaca da te che mi riprendevi indietro, perché tu cane e io coperta: di me non avevi bisogno ma ero entrata a far parte delle tue abitudini.

E sola nella notte tornavo a giocare tra le mani di uomini che non conoscevano il mio nome, a cui non interessavano il come ed il perché. Avevano una vita e non era la mia. Viaggiavamo dispersi gli uni dentro gli altri e in quel deserto tornavano a bere le mie radici, assetate da troppa terra. Correvamo furiosi verso un capolinea da pochi minuti e una frettolosa dimenticanza del colore dei sedili. Stavo così bene in quell’oblio, con la solitudine che mi accarezzava i capelli mentre succhiavo pelle sconosciuta e insapore.

Non credere che non abbia mai avuto sensi di colpa, ma l’ondivaga eppure costante avversione per il tuo percorso guidato mitigava la coscienza. In fondo di che rimordersi quando quello che chiamavi nostro era tuo? E tua ero anche io, accattivata da una fede incrollabile nel trinomio “mutuo per casa – matrimonio – figli”, cardine che mi ha resa giostra, infilata su un perno che attorciglia lo stomaco fino a farsi vomitare.

Non saprei esattamente come spiegarti che ciascuno di noi ha una matrice. Potrei dirti che io sono cielo e tu sei terra, ma il cielo e la terra sono inchiodati alla croce del fare l’amore sulla linea dell’orizzonte. Forse farei meglio a paragonarmi alla scimmietta addestrata di un circo itinerante. Dopo essermi esibita per te, lasciando che fossi tu il coreografo del mio numero, ho deciso di partire verso la prossima città.

Eppure stanotte in questo vagone deserto, il cuore tumefatto ma insolitamente leggero divora la ruggine dell’esitazione e si prodiga nel ricomporre i frammenti dell’anima che ho provato a svenderti. Mi allontanano sempre più dall’arte teatrale del compromesso, mentre la sirena grida, tentandomi nella direzione più naturale eppure così dolorosa.

D mio sorriso gentile e stanco, di cui non hai mai colto la prigionia, solo ora schiudo le labbra per sputarti addosso il veleno straniero di un luogo privo di geografia, di spazio e di tempo, dove ogni cosa muta e l’unico riferimento è l’assenza di legami.

Da lì provengo, mio malgrado intatta ad ogni tentativo di auto-manomissione. Da quella patria senza terra di chi non è nato spettatore, ma antagonista e, della vita puttana mai sazio, pagherà doppiamente il prezzo di ogni suo gesto. Di chi luccica agli occhi altrui per la sua saggezza delle sue mani ruvide e superficialmente viene invidiato per il vento che gli agita le vene. Di chi è tutto e non parte e nella totalità è condannato al cammino solitario.

E, poiché questo è il mio sangue, ogni notte sola accetterò di morire e deserto sarà il mio risveglio. Avanzerò sfiorata da dita, mai abbastanza rapide da afferrarmi, mai abbastanza coraggiose da intrecciare le mie ed affiancarmi nel passo. Nell’essenza la scelta, nella scelta il destino, nel destino ogni ritorno diventa un addio.

Perciò perdonami se ti lascio mentre sognando consumi i tuoi giorni di seconda mano. Queste mie parole mute non saranno tormenta a sradicare il tuo sordo arbusto. E stai tranquillo ché questa rescissione netta, eppure priva di sangue, lascerà tutto così intatto da farti dubitare che io sia mai passata di qui.

Domani il tavolo sarà al suo posto con tutte le sedie rigorosamente allineate e le lancette continueranno a muoversi in senso orario, lo zucchero ad essere dolce e la tua vita ad essere insipida. Domani seguirai la tabella di marcia e così il giorno dopo e quello dopo ancora.

Mentre mi rimuoverai come macchia incorporea, raschiando ripuliti gli anfratti più remoti del cervello, arrancherò ostinata sulla strada che ricongiunge essenza ed esistenza, un occhio impaziente e l’altro incastrato tra l’orizzonte e la lacrima.

E se ti aspetti che, giunta a casa, ti scriva almeno una cartolina, non realizzi che la mia meta è il viaggio e non la destinazione.

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8 risposte a "Premonizioni"

  1. Mi spiace per la tua situazione, dalle prime frasi mi fai venire in mente come ero con la mia ex gli ultimi tempi, purtroppo c’è da chiedersi: fa più male restare insieme senza senso oppure lasciarsi e partire? io credo che facciano male entrambe le cose, eppure se lasci una prospettiva aperta per il futuro non può che essere la scelta migliore. resta un sentimento amaro, mi spiace…

    1. Si tratta di un racconto un pò autobiografico e un pò no. Quando si sta male con una persona vale sempre la pena di spiccare il volo e lasciarsela alle spalle, anche se all’inizio può sembrare che si stia precipitando nel vuoto. Stare insieme quando non si sta più bene è una grande finzione e nella vita ci sono già troppi ambiti in cui si è costretti a fingere per volersi portare la farsa anche nelle questioni private ed emotive.
      Tutto all’inizio fa male, ma una delle due scelte apre la possibilità di prospettive future, l’altra blocca in un presente fossilizzato e privo di speranze.
      Alla fine, credo che la pensiamo allo stesso modo. Si tratta di trovare il momento giusto e volare via.
      Grazie per la lettura

  2. fatti un viaggio da sola, appena puoi, il più lontano possibile, il mondo è un grande consigliere mai banale, cambiare continente e fisime fa un bene della madonna.
    ma non m’importa, dopotutto, sono un egoista che succhia le tue storie notturne piuttosto avidamente, riesci a dare un colorito “collettivo” alla tua tenebra, interessi molto oltre il “caso personale”.
    E quando passi da me, se ti viene, mi piacerebbe sentire la tua voce in chiaro.

    1. In passato ho fatto molti viaggi e adesso li rimpiango come non mai. Spero che le cose cambino e che possa partire di nuovo ma non vedo molta luce.
      Mi fa piacere che tu mi segua. Le mie storie possono avere un colorito collettivo perchè la vita umana, sebbene cambi moltissimo da un individuo all’altro, si fonda sempre su una stessa limitata gamma di sentimenti, sensazioni, esperienze ed avvenimenti, diversamente rimescolati tra loro.
      Mi piace molto leggerti, vorrei spesso commentare, ma a volte non mi sento abbastanza focalizzata per farlo. Vorrei avere più tempo da dedicare alla lettura ma la vita me lo sta rubando ultimamente… Ma passerò presto

      1. -Le mie storie possono avere un colorito collettivo perchè la vita umana, sebbene cambi moltissimo da un individuo all’altro, si fonda sempre su una stessa limitata gamma di sentimenti,-

        non ti rendi giustizia, fatti dire, che un po’ d’esperienza di scrittura in rete ce l’ho: il tuo “taglio d’interesse collettivo” è proprio della penna nella tua mano, il web è pieno di sproloqui uomo-donna che interessano a malapena mogli, fifanzati e parentame vario 🙂

  3. A volte occorre davvero partire. Lasciare indietro tutto e scoprire un nuovo itinerario. Per il gusto proprio del viaggio. Incuranti di dove si andrà a terminarlo

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