Lo straordinario potere madeleinizzante della vetrina della Pensione Marinella

Questa mattina, nel venire all’Obitorio, mi sembrava di avere qualcosa fuori posto. Non so, ho avuto l’impressione che la gente mi guardasse come se mi fosse sbucato il terzo occhio. Nonostante non mi sentissi questa gran chiaroveggenza. Ho deciso lo stesso di darmi una rapida controllata in una vetrina.
Ora, sul breve tragitto che separa la mia destinazione dalla fermata dell’autobus ci sono svariati negozi. Il che significa una quindicina. E il paese finisce qui. O comunque poco dopo. E, in dieci anni di vanità, so esattamente quali sono le vetrine che hanno una buona resa come specchio e quali no.
All’andata la migliore è l’ingresso dell’albergo zero stelle, l’unico di Obitoriopoli, per cui temo che non si possa arricciare gran che il naso. L’unico problema è che il Mercoledì è chiuso, perciò, nel malaugurato caso, mi toccherebbe ripiegare sull’ottico, ma con tutti quegli occhiali di grido il riflesso viene un po’ frammentato. Al ritorno va meglio la banca sull’altro lato della strada. Le vetrate sono coperte di carta bianca. Non è il massimo, ma si coglie abbastanza bene il quadro generale e c’è un’ottima luce.
Ordunque (bella questa parola, peccato che sotto ci sia una biscetta rossa…) stamattina mentre mi specchiavo ho avuto una reminescenza proustiana, un po’ come il mio amico Karl Ove nel suo libro, ma non credo che ci metterò cinquecento pagine per deliziare le mie memorie e gli eventuali lettori.
Partendo dall’antefatto, nell’ultimo periodo in cui ho vissuto con i miei, ero diventata totalmente insofferente rispetto alla loro presenza. Nel rincasare dal lavoro mi sentivo come se andassi al patibolo. Imbrigliata dalle loro regole assurde, al punto che il mio limite di sopportazione nei confronti delle loro stesse facce si era declassato a livelli d’inesistenza. Un po’ come il rating di qualsiasi cosa sia italiano di questi tempi…
Comunque: dovevo fare qualcosa. Una persona normale si sarebbe iscritta ad una palestra. O ad un corso di ceramica finto-Ming, di teatro delle ombre, di danza polinesiana. O di aramaico antico. Insomma avrebbe fatto qualcosa di utile per la società. Ma non io. E credo che questo sia piuttosto normale, conoscendomi.
In realtà non feci nulla di strano. In attesa di inserirmi a pieno titolo in qualche losca tresca, possibilmente remunerata, iniziai a vagare per le vie di Mikropoli. Detta così fa molto “Giustiziera del tardo pomeriggio”, ma, considerato che la città ha giusto quelle quattro strade, la vicenda era poco gloriosa , meno che divertente o strabordante di fantasia. In inverno faceva un freddo boia, in estate un caldo becco e nei residui delle mezze stagioni mi sentivo particolarmente incline agli acquisti assurdi. Questi resero ben presto i cassetti della mia camera una specie di Sagra dell’Inutilità, in cui non mancava nulla di ciò di cui non avrei mai avuto bisogno. E che non avrei mai usato nemmeno per sfizio. E soprattutto il mio portafogli si svuotava a velocità supersoniche. Cosa che comunque continua a persistere ancor oggi, nonostante le mie strategie siano cambiate.
Per arrivare al punto, si era in quel della tarda primavera, e quel giorno faceva piuttosto caldo perciò decisi di rifugiarmi in libreria.
Ho sempre amato le librerie, soprattutto quando c’è molta gente e si può restare lì per secoli, mimetizzati nella folla che entra ed esce. E poi la libreria è l’unico negozio in cui in teoria si può fruire dei beni in vendita anche senza fare acquisti. Se vi interessasse un libro e non aveste i soldi per comprarlo potreste andare in libreria e leggerne dieci pagine al giorno, fino a finirlo senza averci lasciato un centesimo. Lo so: esistono le biblioteche, esiste gente che i libri li scambia, ma sono istituzione troppo classiche per i miei gusti.
Comunque in libreria ho letto solo “Flat” che è un librino piccin piccino e poi ho smesso la pratica perché credo che i commessi si fossero accorti di me. O forse perché ero così paranoica da credere che mi avessero adocchiata.
In ogni caso, nel giorno incriminato stavo sfogliando un volume sull’Ermitage, così costoso che avrei fatto più in fretta a comprarmi il museo che il libro. Dovevo essere assorta e ci presi un certo gusto perché dall’arte classica passai al Bauhaus, attraverso l’Espressionismo e non so più che altro.
Dopo quelli che mi sembrarono cinque minuti, ma immagino dovessero essere un’eternità, decisi che era giunto il momento di abbandonare il comfort artistico dell’aria condizionata e gettarmi nella mischia delle famiglie felici che popolavano la strada di bambini variamente urlanti e madri variamente urlati il doppio dei figli. Secondo il ben rodato sistema educativo del “Che grida di più, la vacca è sua”.
Avevo anche una certa voglia di fumare e mi fermai di fronte alla vetrina di una profumeria per cercare di recuperare l’armamentario cancerogeno dal pozzo di San Patrizio che mi portavo sulla spalla. Non avendo molto successo con la ricerca, alzai la testa e non potei fare a meno di notare il significativo potere riflettente del vetro di fronte al quale sostavo. Così ne approfittai per darmi una controllata.
Da brava egocentrica, ero così concentrata sulla mia immagine da non notare che, di fianco a me, era riflessa un’altra figura. L’idillio individualista durò poco. Il soggetto al mio fianco attirò quasi subito la mia attenzione con qualcosa di poco originale tipo “Ehm scusa”. Poiché nel frattempo avevo recuperato le sigarette, immaginai che volesse l’accendino o che, ancor peggio, volesse scroccare, per cui il mio “Sì” uscì preventivamente piuttosto acido. Il che è raro per una parola tanto breve.
Ma il tizio era un impavido guerriero e, tutto d’un fiato, senza espressione né pause, mi disse che mi aveva notato nella libreria, che aveva visto che sfogliavo dei libri d’arte, che ero molto bella e che, se volevo, potevamo berci un caffè insieme. Rimasi a bocca aperta. Non perché fosse l’uomo dei miei sogni, non ne era nemmeno parente remoto. Né perché mi avesse detto che ero bella, cosa che non credo nessun altro abbia mai fatto nella storia né prima né dopo.
Quello che mi colpì fu la straordinaria velocità dell’eloquio. Una mitragliata. Sembrava un bambino che ripete una poesia a memoria, tutto di corsa, ché prima si fa, minori sono le possibilità di perdersi i pezzi per strada. O di perdersi e basta.
Insomma, in prima battuta, faticai a capire cosa volesse. Una volta rielaborato il tutto capii che da qualche parte c’era una domanda e la risposta fu prevedibilmente negativa. Poi mi venne così tanto da ridere che gli voltai le spalle e mi allontanai di fretta, ridendo da sola come una pazza, incurante di tutta quella gente stitica (tutti i mikropolesi lo sono) che mi guardava.
Quindi, per tirare i remi in barca, stamattina, mentre mi specchiavo nell’ingresso della rinomata Pensione Marinella, mi è venuta in mente quella scena. Alla fine non ho capito se avessi qualcosa fuori posto o meno. Mi è venuto da ridere e stop. E mi sono allontanata ridacchiando e finalmente con un po’ di buon umore nelle vene.

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7 risposte a "Lo straordinario potere madeleinizzante della vetrina della Pensione Marinella"

  1. sei una vecchia volpe della parola, tu, e non solo.
    capisco il tipo, anch’io ho fatto di queste mitragliate per strada, un tempo ero timido e me lo imposi qualche volta, per sfidarmi, e perchè le librerie son sempre piene di donne affascinanti che sfogliano, e certe volte è un delitto farle andar via così.

    1. Anche io sono stata timida, ma non ho mai osato tanto.
      Tanto di cappello a chi riesce nell’intento di sfidare la propria timidezza ma i risultati non sono sempre quelli sperati e nemmeno lo è l’effetto che si sortisce sulla controparte.
      Io sono una di quelle donne che va in libreria per leggere, non mi rendo mai conto delle persone che ho attorno perciò qualsiasi tentativo di approccio mi coglie sinceramente impreparata.
      Grazie della lettura

  2. Leggendoti, stramazzerei ai tuoi piedi persino se fossi incappucciata. In concetto di bellezza è davvero molto soggettivo, benché il tuo fan, immagino, lo intendesse in modo più convenzionale, o più opportuno….

    1. Anche io stavo stramazzando ai piedi di quel ragazzo, ma per tutt’altre ragioni.
      Certo il concetto di bellezza è molto relativo, ma riconoscimi che l’aspetto fisico, che lo si voglia ammettere o meno, è sempre un biglietto da visita. Si tende a “fidarsi” di più quando l’aspetto è accattivante. Anche se ciò che vi si nasconde dietro è tutto da vedere.

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