Corro come il cielo nei suoi colori mutevoli, ne suoi fenomeni contrastanti. Non mi lascio indietro nulla, se non un retrogusto. Dolce o amaro che sia. Poi ci torno su, ci ripenso e cambio le carte in tavola. O rovescio il tavolo e poi magari raccolgo le carte. In fondo non so chi sono. Ci penserò domani. Anche se è un lusso che non mi posso permettere…

Ho sognato per tutta la notte. Ho la netta sensazione che sarei ancora lì, tra le braccia della mia mente distorta, se non fosse suonata la sveglia. Il Latitante la odia. Dice che ha una suoneria che lo innervosisce. Se avessi avuto l’intenzione di cambiarla, adesso avrei un valido motivo per non farlo. Brandelli di guerra fredda. Da somministrarsi a piccole dosi. I bombardamenti ormai sono fuori moda. Troppo sfacciatamente scorretti. Troppo sterminio di massa con deprecabili omicidi collaterali. E soprattutto troppo rumorosi. Vietato svegliare i vicini, suscitandone le congetture da sala d’aspetto. E mi esaspera il muto attacco alla retroguardia. Propaggini sacrificabili. Che possono venir dimenticate a comando. Mi irrita la strisciante lentezza delle tattiche in cui distruggere è come costruire. Mattone dopo mattone. Cercando le fondamenta, sbagliando mille volte il cammino. Senza arrivare mai, senza fendere i punti critici, le giunture. O non colpendo abbastanza duro. E il tempo autorizza l’oblio a fregarsene degli strateghi. A rafforzare per paradosso i capisaldi. Gli stessi a cui si mina. Gli stessi di cui è chic sostenere di non aver bisogno. Ma che se crollano ci fanno cadere. Rovinosamente. Un tetto, un amore, un pezzo di pane sulla tavola. Legittimità compromessa da una serie di comfort e sicurezze derivate. E non poi così accessorie. Che si diramano fino alle declinazioni più improbabili. E ridicole. O patetiche. Il latte di soya per non rovinarci lo stomaco e un corpo accanto al quale riposare le ossa. Ogni notte, per sempre. Un’anticipazione della sepoltura in loculi contigui. Un salvacondotto per la sicurezza da portare con sé nell’oltretomba. Eppure sosteniamo di non aver bisogno di altro che ideali e sogni. Affermiamo a gran voce che le certezze terrene non ci riguardano, che non sacrificheremo per loro la libertà del nostro spirito. Ne sembriamo persino convinti. Come dei ragazzini che accompagnano l’ennesima canna con propositi rivoluzionari. A bocca piena, tracimando intenti di ribellione al sistema. Di vita in corsa senza direzione, né freni o cinture di sicurezza. Liberi. Da domani. Il che avrebbe un senso se avessimo ancora vent’anni. O comunque sarebbe plausibilmente giustificatorio. Con tutta quella strada davanti, tutta la vita per iniziare a provarci e nessun motivo per la fretta. Potremmo applicare gli estremismi a piacimento. Sfruttare quelli utili a posticipare nell’alcool la fine di ogni notte. E riporre quelli a doppio taglio nel cassetto di un generico futuro. Uno spazio ancora ampio e comodo dove lasciar decantare ipotesi di slancio senza che le stesse si sgualciscano. Preservandole intatte in ogni possibilità. E con i lati più taglienti rovesciati all’ingiù. Per non vedere, per non farci male. Per pensarci domani e goderci le giornate migliori, con il sole che splende, quella grande sfera gialla e calda che nessuna nube sembra poter oscurare. Invece siamo già nel seguito della storia, al secondo capitolo, all’ultimo. E il sole è il foro d’uscita di una pallottola, un buchetto sulla superficie del mondo-palloncino, che, sgonfiandosi lentamente, ci collassa addosso. Lo spazio si è fatto angusto. E il tempo con lui. Ci restano solo quei sogni, quelle cosiddette convinzioni. Compresse alla rinfusa in uno scrigno di cui ogni tanto rispolveriamo la chiave. Ma violentate, strappate e fossili. Immaginare che in esse scorra ancora sangue è un esercizio di fantasia. Ma siamo bestie ben abituate a sostenere ciò che ci conviene contro ogni evidenza dell’opposto. Ci fa sentire padroni di possibilità su cui da secoli abbiamo abdicato il controllo. Come se tra le nostre dita avessimo intrappolato la sabbia del tempo e ce ne fosse sempre a sufficienza per costruire meravigliosi castelli. Architettura mentale ripulita da ogni rischio, intatta dalla vita, priva di effetti collaterali. La frustrazione è una di quelle retroguardie che abbiamo offerto in sacrificio. E l’apparenza ha una facciata perfettamente fulgida. Dietro alla quale non c’è nulla. Niente di cui preoccuparsi.
Ho sognato grossi pezzi di carne, rosa e pulita. Mi venivano consegnati come fogli, perché vi apponessi qualche timbro di qualità. Marchi di garanzia sul congelamento a bassissime temperature. Sulla sopravvivenza nei secoli. Certificazione di consumabilità su piani temporali totalmente sfasati. Non molto diversa da certi sogni sotto chiave, in fin dei conti. Ho sognato membra miniaturizzate di manzi squartati che mi venivano consegnate racchiuse in stracci bianchi, immacolati. Troppo per essere veri. E avevo la percezione di fare da tramite tra il mittente ed il destinatario di un contrabbando di falsità animale. L’ente certificatore supremo. Diplomaticamente impegnato a sistemare l’esteriorità del commercio di beni inservibili. A far quadrare quei conti che a me non tornano mai. Che non tornerebbero a nessuno. Nemmeno sul versate onirico. E andavo di fretta, per seppellire le evidenze delle mie erronee approssimazioni. Passare l’onere della mendace mediazione a qualcun altro. Consapevole della esiguità della mia soglia di accumulo della falsità. Sarei potuta esplodere. E non sta bene. Non è da signora. E mi hanno detto che devo essere una signora. Che poi se deflagrassi vorrei almeno intravedere qualche faccia palesemente disgustata, sentire un grido o una risata a voce alta e senza inibizioni. Invece no. Sopracciglia inarcate e sussurri ecclesiastici. Perché siamo dei ribelli e a tutto opponiamo la nostra libertà assoluta, ma da domani. Per oggi va in scena la vita, quella vera, quella in cui le parole sono strumenti di auto-illuminazione artificiale, che ci fanno risplendere di un certo prestigio ma raramente di quell’autodeterminazione che è senza vie di fuga e così pesante da portarsi sulle spalle.

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3 risposte a "Corro come il cielo nei suoi colori mutevoli, ne suoi fenomeni contrastanti. Non mi lascio indietro nulla, se non un retrogusto. Dolce o amaro che sia. Poi ci torno su, ci ripenso e cambio le carte in tavola. O rovescio il tavolo e poi magari raccolgo le carte. In fondo non so chi sono. Ci penserò domani. Anche se è un lusso che non mi posso permettere…"

  1. io credo che ogni tanto si debba esplodere, a prescindere che sia o meno da signora…
    (e il latte di soia fa schifo, la vita è troppo breve per non godersi i piaceri della gola, e gli altri)

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