Abbiamo attraversato tutte le frontiere, ma siamo ancora qui. Quante frontiere dovremo ancora attraversare, prima di sentirci a casa? (cit.)

Sabato. Quante volte ne ho scritto. Quante parole per non dimenticare il dimenticabile.
Questo è il giorno della settimana in cui i giochi sono ormai chiusi. La tregua armata di una guerra cinque-su-sette. Ma non per me. Resto di guardia. Ancora un po’. Nulla si muove mentre vigilo sul nemico. Lo conosco e lo veglio, ci facciamo compagnia. A difese abbassate, ci raccontiamo le nostre storie. Brandelli di esistenze così diverse eppure così pericolosamente vicine. E’ sempre un po’ malinconico attendere l’alba. Come ogni vigilia. Aspettative cullate con testarda insistenza di fronte a palesi e note delusioni.
Qui non c’è nessuno. L’avversario è puro rumore, quei fremiti leggeri che di solito non si sentono, quelli che strisciano in sottofondo e necessitano di una platea attenta perché la loro funzione sia visibile. Perché sia manifesto che non è poi così marginale. E forse per questo tendiamo a soffocarla in altre meno aggressive melodie.
Si prevedono miseri transiti ondivaghi e spaesati. Peristalsi dei piani medio-bassi. Che coglierò, senza che loro notino me. Mi lasceranno vergine nel corpo e nello spirito. So much better. L’attenzione altrui mi rende nervosa. Mi scuote. Forse è un banale principio di Parkinson. Sono un albero nel vento. Purtroppo le radici vincolano, ma i rami tremano. Sempre. Gli avamposti aerei hanno una sensibilità strana. Volitiva e timorata allo stesso tempo. La loro paura si fa scudo con la stasi subterrena. Si mette una maschera comoda, buona anche per dormirci.
Come le recite natalizie, le poesie ripetute a memoria, tutte d’un fiato. Le abbiamo volute ed odiate, fottendo i versi davanti a quel pubblico che avrebbe applaudito lo stesso. A sancire i nostri cinque minuti di gloria in cui lo slancio crepa soddisfatto della sua misera esistenza. Vissuta reggendosi sull’amore, su quell’accondiscendenza che ormai è un residuato bellico dell’infanzia.
C’è così tanta polvere ormai. Mentre la vita ha regole così pulite, immacolate, non si ammettono errori, né incertezze. E’ richiesta passione, devozione, precisione. Nel posto giusto al momento giusto. Tutto il resto è una stroncatura. Una condanna senza appello.
Per questo amo la mia relazione stabile con il silenzio del Sabato mattina, il nulla, il vuoto. La campana di vetro in cui io mio corpo rimbomba, i miei pensieri illuminano e tutto il resto è fuori. Il giudizio, la pressione sono solo i miei, somministrati a me stessa secondo dosaggi individualizzati. Farmacologia dell’anima, l’unica che almeno lenisce. Chiudendo qualche porta, ogni porta, per pensare soltanto a me.
Sono nata egoista. In mondo in cui l’io è un concetto a tempo determinato. Un’interruzione degli standards della realtà. Tra una risata ed un urlo, che mi richiamano altrove, esisto. Ma non ho ancora trovato il mio posto. Perché il mio posto non c’è.
Mi accendo una sigaretta. Posso fumarla o guardarla mentre si consuma. Buttare i polmoni nel cesso o devolvere il mio obolo ai monopoli di stato. Oppure potrei scegliere di smettere, ché il fumo fa male a te e a chi ti sta intorno. In fondo in questo c’è un’evidente forzatura. Come in tutto. Non esiste una terza via. Persino i vizi sono un banale quiz a crocette, in cui mi sento al di fuori di ogni opzione consentita eppure costretta a sceglierne una.
Abbiamo attraversato tutte le frontiere, ma siamo ancora qui. Quante frontiere dovremo ancora attraversare, prima di sentirci a casa? Infinite. E moriremo camminando, sgomitando, cercando di respirare, di raschiare le ultime incrostazioni di coraggio e determinazione dal fondo dell’anima.
Oppure ci rassegneremo. Forse ci siamo già rassegnati e ci lasciamo scorrere indistinti attraverso l‘indistinto flusso della vita, del mondo, delle cose che capitano accidentalmente. Come in quei films troppo contemporanei in cui i protagonisti si muovono sulla scena a forza di battute sporadiche, banali e stanche. E tutto sembra assurdo e privo di senso. Esattamente come la vita reale di cui sono copia esatta, senza risparmio di dettagli. Come guardarsi allo specchio e non riconoscersi e concludere velocemente che l’immagine è scheggiata. E archiviare la pratica.
Mentre siamo noi ad essere schegge, frantumati e dispersi in un unicum che non è nostro e non è di nessuno. O forse è di tutti, troppo di tutti, così che nessuno vi si possa riconoscere. Un sistema perfetto che fa dell’umanità un blocco compatto. In cui –fidatevi- c’è qualcosa anche di voi.
Perciò insieme, identici, sempre e comunque, a far muro contro chissà quali immaginari nemici, a difendersi, a proteggere. A tutelare cosa quando il pericolo siamo proprio noi? Noi che, in caduta libera, ci siamo frantumati e persi nel calderone dell’avere quel qualcosa in più che ci distingue dalle bestie.
Chi c’è alla guardia di quel fuoco? Siamo sicuri che la fiamma sia ancora accesa?
E io quante frontiere dovrò ancora attraversare, prima di raccattare ogni brandello di me che ho disseminato in giorni persi a riesaminare i dettagli di princìpi che non mi appartengono?

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7 risposte a "Abbiamo attraversato tutte le frontiere, ma siamo ancora qui. Quante frontiere dovremo ancora attraversare, prima di sentirci a casa? (cit.)"

  1. Bel filo hai tirato al maglione del sabato mattina. Cuore di tenebra tu, soldatessa del colonnello Kurtz.
    Un encomio in più per The Plot Tickens, ho amato Galliano assai.

  2. Il finale del tuo post è filosofico, parti sempre dal piccolo e poi vai a sondare questioni serie. Oggi era quasi kafkiano : )
    Non so, forse sarebbe troppo semplice dire che per rendere questa vita un pochino migliore basterebbe lasciare cadere le proprie difese e il proprio “egoismo” per fare entrare l’altro nella propria vita. Non per affrontare le difficoltà della vita meglio, che sarebbe ipocrita e i problemi bisogna risolverseli da soli, e neanche per comodità. Ma per l’amore e niente più, anche se mi rendo conto che è troppo ingenua questa opzione. Inoltre, se ho capito bene, è vero che a volte essere costretti alla promiscuità crea una reazione a pelle che non fa altro che aumentare le nostre personali ansie, ma questo dipende dai casi e dalle persone con cui stai.

    1. Purtroppo ho questa mania di perdermi in questioni che probabilmente sono di gran lunga superiori a me. E’ vero che lasciar cadere le difese e lasciar entrare gli altri nella nostra vita può aiutare, ma, nel mio caso comporta un bello stravolgimento che non sono sicura di potere/volere affrontare. Forse mi manca l’amore, forse sono troppo radicata all’avere degli spazi individuali che ora sto perdendo. O forse temo di perdere me stessa, che è ciò che mi capita sempre quando mi mischio troppo con gli altri: mi sembra di perdere la mia identità e di uniformarmi a qualcosa che può andar bene per tutti ma a cui nessuno si sente realmente di appartenere. Banalmente mi succede anche in coppia. Mi sembra di non poter trovare un equilibrio plausibile tra me e l’altro (o il resto dell’umanità) qualcosa che mi consenta di vivere con gli altri, riuscendo in ogni caso a portare avanti le mie idee e i miei princìpi. Forse soffro di un egoismo davvero eccessivo. Immagino le presone come tanti piccoli universi, ognuno con i suoi elementi e le sue regole, e non riesco a vedere punti di incontro che vadano oltre un livello piuttosto sporadico e superficiale.
      E’ sicuramente un mio enorme limite.
      Grazie della lettura 🙂

  3. eh per chi come me lavora anche al sabato questi sono pensieri giusto da domenica mattina 😉
    ma credo che una dose di sano egoismo sia indispensabile nella vita, per goderne a pieno

    1. Penso veloce (e si vede il delirio), scrivo ancor più veloce e di tempo al lavoro ne rubo pochissimo 😉
      Mi godo una mezz’oretta di individualismo intralavorativo. Come mi confermi anche tu, in certi dosaggi non dovrebbe nuocere.
      Grazie del passaggio 🙂

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