Se abbasso la testa mi si spezza il collo

Mi sento come se il mio corpo fosse percorso da corrente ad alto voltaggio. E la mia testa. Potrei essere un’esperienza fulminante per chiunque mi si avvicinasse. Mi manca un sistema di messa a terra. Dev’essersi rotto. Del resto il suo funzionamento era precario ultimamente. Intermittente. Credo che i nervi stiano per bucare la pelle. L’immagine fa vagamente pensare a qualche omuncolo il cui fisico esploda sotto l’effetto di improvvisi super poteri. Io esploderei e basta. À la splatter. Suddividendo me stessa in miriadi di frammenti. Sarebbe bello se nel corpo umano fosse fatto di cristallo. Se la sua consistenza fosse più solida e non ci fosse sangue. Potrebbe frantumarsi in una scena pulita, dignitosa. Eppure affilata, in grado di ferire, causale. Qualcosa di affascinante, se non altro per la rifrazione luminosa. E pericoloso. Ma oggi è meglio non dare spettacolo, non attirare l’altrui attenzione. Temo l’effetto reverse, quello in cui sarei io a focalizzarmi su di loro. E adesso basterebbe un movimento impercettibile di dissenso, un gesto di tenue disobbedienza, un’erronea interpretazione delle migliori intenzioni e potrei scatenare un massacro. Navigo al largo delle coste dell’umanità. Evito avvicinamenti. Fuggo l’alto potenziale di collisione che ogni frase improvvisamente detiene. Simulo iperconcentrazione su qualsiasi cosa mi consenta di guadagnarmi la legittimità di un angolo di silenzio. Fingo insolite immersioni lavorative. Niente vittime collaterali. Nemmeno adesso che l’architettura dei rapporti minimi sindacali sembra essere molto pericolante. Terremoti, frane o errori di calcolo. Non importa. Oggi non riesco a convenire su tutto. Nemmeno qui dove di solito funziona. Perché deve funzionare. Fa parte dell’essere dentro ad un sistema. Accettarne le regole per sfruttarne i vantaggi. Il senso di protezione. Le sicurezze ormai false, prive di riscontro. Ma così radicate in noi da una generazione all’altra da sembrare ancora attendibili. E se il giochino si è inceppato qui, altrove si è rotto. Senza speranza di riparazione. Senza intenzioni in questo senso. Se piego la testa mi si spezza il collo. E’ una questione di sopravvivenza. Di salvare la mia parte migliore. La più vera. La politicamente scorretta, la socialmente disadattata. Salvarsi adesso che è più difficile, che sono sparite le finestre-paracadute. Quelle da chiudere a piacimento, con familiari squilibri e follie a cui tornare. A chiavi girate e luci spente. Ché tanto indietro non si lascia nessuno. Sintomatologia di una vita in solitaria. Delle mie verità assolute. Quelle che mandano tutto a farsi benedire. Che si fottono da sole. O fottono me. Ma va bene così: io ho il controllo. E se mi mancasse lo potrei recuperare, tirandomi fuori con un veloce movimento di riscatto dalle costrizioni altrui. Direzioni alternative, intraprese senza finzioni di grazia o di giustificazione. Errori di computo, ricomponibili in personali approssimazioni. Ma adesso non basta. La logica si è fatta irreprensibile nella contemplazione del dettaglio. Si sono invertiti gli addendi e i conti non tornano. E’ una questione di matematica pura. Per me che per i numeri non ho mai avuto sentimento. Perché in essi non vi è nulla di passionale, di irrazionale. Mi manca la concentrazione per superare lo scoglio logico per cui uno più uno non è uguale a sé stesso ma a due. Se non ci arrivo non posso infilarmi in tutte quelle virgole che separano l’unico dal molteplice. Mimetizzarmi in nuove forme di imprecisione, numeri periodici in cui ricomporre me stessa. Trovando spazio per respirare liberamente. E mi sento feroce, come se stessi scrutando dai confini il territorio del nemico. Misurando le mie forze contro le sue. Per cercare il punto debole. L’accesso secondario per il mio cavallo di Troia. O il punto di fuga. Ciò che sta oltre, che si fonde e sfugge all’occhio. Smettendo di esistere nei nostri sensi. C’è una certa consapevolezza di parità. Non equilibrio. Piuttosto un’equa ripartizione di forza e debolezza. Come se la polarità negativa collimasse con la positiva e la compensasse. Completandola, impedendole l’eccesso. Il predominio. E la certezza di poter colpire si confonde con la sensazione di avere le spalle scoperte. E mi fa maledire quegli equilibri che, a dispetto di tanta ricerca di bilanciamento, si creano là dove non li vorrei. Spontaneamente. Automatismi relazionali come persone non grate. Apolidi. Non rispedibili al mittente. Che impediscono la rottura della tregua armata. E dove il mio curriculum lascia ampio spazio a margini vistosi di irrazionalità, anche suicida, la correttezza è un’eredità scomoda. Non posso barare. Voglio continuare a guardarmi allo specchio. Ora e sempre. Ma a giocare pulito come si fa quando la separazione da sé stessi è una questione di decimali?

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15 risposte a "Se abbasso la testa mi si spezza il collo"

  1. Ti ho letta e questa volta, confesso, riletta. E non sono sicura di averti capita fino in fondo, ma penso di averti sentita benissimo.. Ed ecco, beh, mi fai venire voglia di abbracciarti!
    Greta

    Ps non abbassare la testa, non ne vale mai la pena secondo me

  2. Stavolta ti commento per la musica che accompagna i tuoi post! Ho sempre visto autori originali e per lo più a me sconosciuti, stasera mi sono soffermato all’ascolto di questo brano dei Telefon Tel Aviv e mi è piaciuto un sacco, ho guardato anche i tuoi scorsi post e c’è molta buona musica elettronica, complimenti per i gusti : ) attingerò da te per allargare la mia conoscenza musicale ulteriormente!

    1. La musica è la parte migliore di tutti i miei post: quando la metto spero che la gente la ascolti, anche se non leggerà quello che ho scritto. La musica elettronica mi piace moltissimo, ha possibilità evolutive infinite (come tutta la musica del resto) e mi fa trovare sempre il pezzo giusto per accompagnare i miei stati d’animo. O far loro da controcanto.
      Grazie per aver ascoltato 🙂

  3. “the path is clear though no eye can see….”
    bel post di verità inconfessabili, anche qui secondo me ti trattieni a un filino dal dar credito pieno a ciò che stai preparando.
    Ego te absolvo, ma ego non conto un cazzo, è il tuo ego che intralcia, come quello di tutti, il timore velato della riprovazione collettiva che ci hanno cacciato in gola quand’eravamo ancora troppo piccoli e indifesi per reagire.

    A

    1. Mi trattengo perchè non ci sono convinzioni in me, non nel momento attuale in cui tutte le mie azioni vanno contro le mie convinzioni.
      Non è l’ego che mi intralcia: quello sa benissimo cosa vuole e cosa dovrebbe fare. Piuttosto si tratta di una serie di condizionamenti esterni, non necessariamente materiali. Non temo il giudizio degli altri, temo il giudizio che, a causa di una serie di condizionamenti educativi, avrei di me stessa. Che in fondo è comunque un temere qualcosa che appartiene agli altri, non a noi stessi…

  4. interessante discettazione su un susseguirsi di sensazioni…
    e se il punto debole fosse proprio quello di fuga? che una volta trovato e raggiunto si riveli ciò che sbriciola davvero i frammenti del se?

        1. L’assoluto non esiste. O se esiste, non fa parte di noi umani.
          AAA cercasi disperatamente l’approssimazione più plausibile rispetto alla verità assoluta.
          E adesso non potrei essere più lontana o peggio, più consapevolmente lontana.

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