L’orizzonte è la confluenza in cui i treni vanno a morire

Sono alla stazione del Blocco_B, a sud del grande fiume grigio che taglia in due questa orribile città. Questo quartiere è uno dei migliori della metropoli, si dice. Deve dipendere dal fazzoletto di terra verde denominato “parco”. Una volta questa città ne era piena, ma oggi non se ne trovano più. Sono passati di moda. Ma di questo devono essersene dimenticati ed è rimasto lì. Io lo trovo davvero carino, perché al posto dei soliti fiori, crescono siringhe. E ne senti frusciare la plastica mentre ti districhi per appoggiare i piedi.
Un tempo dall’ospedale mandavano degli addetti a raccoglierle e le riciclavano. Finché non si accorsero che queste siringhe determinavano patologie mortali. Poiché gli ematologi declinarono ogni responsabilità, si decise che il problema dovesse essere legato alla povertà del suolo. Gli agronomi provarono a fertilizzarlo, ma i risultati non cambiarono molto. Così ora le siringhe restano abbandonate a sé stesse e solo le vecchiette si ricordano di loro. Passano ad innaffiarle sulla strada di ritorno dal cimitero dove sono sepolte le loro famiglie, vittime del disastro infettivo. Ma si sa, anche la medicina ha diritto ai suoi errori.
E poi c’è dalla Fabbrica del Latte, una delle poche cose bianche nel raggio di centinaia di chilometri. Sembra che ne lavino costantemente le pareti con del bicarbonato ed, in effetti, non è raro vedere delle minuscole sagome umane appese a delle funi ed intente a strofinarne le superfici. Centimetro dopo centimetro. Il che mi ricorda la storia del prigioniero che ottenne la libertà per aver fatto tornare bianca la Torre di Salonicco lucidandone ogni pietra. Solo che qui la questione sembra molto meno drammatica. Questi uomini non passeranno alla storia, ma il loro operato sì. E la Fabbrica del Latte è già diventata un reperto di rilievo dell’urbanizzazione industriale, degna di essere ritratta nelle cartoline della città.
Gli stranieri, nel vederla, si sbracciano perché anche i loro compagni di viaggio possano contemplare e fotografare tale meraviglia. Li trovo fastidiosi mi sembrano scimmiette addestrate da guide turistiche economiche, trovate in regalo in qualche rivista domenicale.
A me la Fabbrica del Latte fa pensare solo a quanto fumo tossico viene scaricato nel cielo. Eppure devo riconoscere che il contrasto tra le esalazioni nerastre e il candore dell’edificio, sullo sfondo grigio della città, fa un certo effetto. Viene da pensare a qualche vecchi film in bianco e nero. Oppure ad una patologia oculistica che impedisca all’occhio di percepire i colori. In ogni caso spicca, anche se sue esalazioni tossiche buttano benzina sul fuoco dei nostri polmoni marci. E tutto sembrerebbe concorrere a destinare la popolazione al decesso collettivo per qualche malattia respiratoria. Coloro che sono sopravvissuti alle siringhe, ovviamente.
Perciò vale la pena di concedersi una sigaretta. Male non mi farà. Anche due, volendo. Le cose dispari mi mettono angoscia, perché non si possono dividere equamente. Non che io abbia alcuna intenzione di ripartire le mie scarse proprietà. Ma l’idea che virtualmente nessuno resterebbe scontento mi fa propendere per la parità.
E comunque ho tutto il tempo di questo mondo. Il treno non mi sorprenderà di certo nel mezzo delle mie manifestazioni di devozione a Tabacco. Qui i treni sono dei mostri mitologici che attraversano il nulla, diretti verso prede che immaginano più accattivanti. Ne passano a centinaia e i più sembrano avere un’incredibile fretta. Solo pochi si fermano. Ho provato a contarli ma faccio sempre confusione. Però il tabellone segna quattro corse. Due per Orizzonte Nord e due per Orizzonte Sud. Il che si concilia molto con il mio senso di equilibrio nelle ripartizioni senza virgole, né resti. E’ forse anche per questo che da queste parti mi sento a mio agio.
Dei quattro treni che ogni giorno tirano i freni all’approssimarsi di questa stazione si immaginerebbe siano costretti a farlo a causa di qualche guasto. Invece no. Ovviamente non è raro che si verifichi qualche disguido. Spesso il macchinista dimentica la fermata. In ogni caso, non si sono mai registrate lamentele da viaggiatori rimasti a piedi. Per il semplice fatto che non c’è mai nessuno in attesa.
L’inconsistenza umana è un dato interessante. Mi fa dubitare che questo posto esista davvero. Raggiungo i binari come si entra in una bolla. Con cautela per paura che qualcosa in questo ecosistema si possa alterare uccidendo l’incanto. Mi siedo in fondo al marciapiedi e guardo il mondo scorrere verso Punto all’Orizzonte. E’ la destinazione verso cui tutti i treni sono diretti. Non sono mai stata ma da quelle parti ma si dice che lì ogni giorno si verifichino centinaia di incidenti ferroviari.
All’inizio la drammatica questione fu affrontata in ogni suo aspetto. Inondava i notiziari e le pagine dei giornali. La gente non parlava d’altro e persino dal salumiere, tra un etto di prosciutto e una maldicenza sulla vicina di casa, si ipotizzavano le dinamiche più disparate. Poi si scoprì che l’orizzonte è il luogo dove i binari si congiungono e questa sovrapposizione generava il problema. Furono avviati imponenti lavori di sistemazione, ma fu tutto inutile, perché, comunque si realizzasse la ridisposizione, c’era sempre una prospettiva in cui si concretizzava la disastrosa convergenza.
E Punto all’Orizzonte venne ribattezzato in Punto di Non Ritorno. Il tutto per dare enfasi ad un argomento rispetto al quale ogni entusiasmo si stava ormai perdendo. Ma la degenerazione è un processo inarrestabile. La gente smise di parlare dei treni e di servirsene. Per condurli furono reclutati i seguaci di una nuova religione che ipotizzava che Punto di Non Ritorno fosse l’ingresso dell’Eden. Forse è per questa ansia da eterna beatitudine, che pochissimi treni sembrano aver tempo per una breve sosta nella stazione del Blocco_B.
Perciò da queste parti sono sempre sola, chiusa fuori dal mondo e senza chiavi per entrare. Sembra perfetto per scivolare nell’inesistenza, in uno stato di atarassia, dove i desideri della mente e della carne si fanno insignificanti fino a svanire.
Se l’incantesimo fosse duraturo diventerei una specie d’istallazione artistica, una statua che respira. Potrei persino essere più famosa della Fabbrica del Latte. Ma mi frega una certa pressione di quell’alterità mondana in cui ho fissato le mie residenze. Dopo un po’ le gambe mi chiamano, mi dicono “Andiamo via”. La bocca si riempie di miraggi, come il deserto quando l’acqua manca da troppo tempo. E lo stomaco diventa piccolo piccolo come un fagiolo secco ed inutile e rotola disordinatamente nello spazio vuoto della mia pancia. Tra le dita mi ritrovo a stringere la chiave per uscire da qui.
A malincuore sento il corpo avere la meglio sulle mie ambizioni in inerte fama e scivolo fuori dalla non esistenza. Chiudo la porta piano perché temo che, se facessi troppo rumore, la stazione del Blocco_B Potrebbe spaventarsi e scappare via.
E mi ritroverei a vagare per giorni senza incontrarla mai più.

Annunci

4 risposte a "L’orizzonte è la confluenza in cui i treni vanno a morire"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...