Nostalgia degli occhi

Ieri ero in una commissione di concorso. Sarà stata la dodicesima volta che mi toccava passare questa croce. Forse di più. Il che significa che da qui in dieci anni di mia permanenza è passata un sacco di gente. Anime in transito. Di cui non ricordo il volto. I nomi sì, quelli li ricordo, perché i vari conti su personale comportano la necessità di rispolverare periodicamente le storie di queste remote assunzioni.
All’inizio era un parto doloroso, ma ormai ho inserito tutto nella memoria a lungo termine. Questione di necessità. E saprei dire chi è stato in servizio da quando a quando, ma se incrociassi questa gente per strada non credo che li riconoscerei. E’ come se tutti si fossero ridotti a dei numeri per insufficienza di spazio mnemonico. Sarebbe persino triste se non fossi convinta del fatto che in questo esista una certa reciprocità. Con conseguente assoluzione urbi et orbi.
In via più generale mi rendo conto che per me i dati visivi sono sempre i primi a smarrirsi nell’oblio. Posso ricordare intere frasi pronunciate anni e anni fa. Parole non necessariamente significative, ma, che, nella loro esatta sequenza, si sono attaccate ai miei tessuti cerebrali e non vogliono andarsene via.
Allo stesso modo ho una memoria molto vivida delle azioni, delle abitudini e del carattere delle persone che mi hanno fatto significativamente compagnia per un tratto del mio cammino. A volte ho la stessa lucidità anche su coloro che, pur non essendo stati particolarmente importanti, hanno tuttavia avuto una lunga permanenza nelle stanze delle mia vita.
Ai primi penso spesso, a volte con una certa nostalgia, ma non posso ricordarne gli occhi, la pelle o il sorriso. Né come vestissero. O di che colore fosse la loro auto. Tutto resettato, al punto che talvolta la totale carenza di dati visivi mi fa persino dubitare della reale esistenza di questi individui. O della loro essenza, di ciò che di essa mi hanno mostrato. Temo di averli in gran parte costruiti io, magari con dei contrasti rispetto a me, di modo da renderli più realistici. O magari di averli modificati, secondo la mia convenienza. Per giustificarmi o, più raramente, per giustificare loro.
Eppure tra i dubbi continuo a non dare grandissimo rilievo a ciò che lo sguardo può carpire. Non perché non dia riguardo alla concretezza visiva, ma perché in me è così labile da non essere un dato attendibile.
A volte penso che possa dipendere dal fatto che, per i primi trent’anni della mia vita, la mia vista è stata piuttosto compromessa. Nulla di irreparabile, ma senza un buon paio di occhiali da sette diottrie per lente ero persa.
Ricordo che quando andavo dalla parrucchiera e li dovevo togliere pregavo che nessuno mi rivolgesse la parola. Perché non avrei capito né di chi si trattava, né avrei colto il fatto che stesse indirizzando a me le sue parole. Forse per questo evitavo le professioniste del capello di Inculopoli. Anche se dev’essere stata una strategia subconscia.
Poi arrivarono i costosissimi giorni dell’intervento. Roba da buttarti sul lastrico all’istante. Ma ero stata molto formichina e, in quasi dieci anni di risparmi, avevo fondi a sufficienza per una generosa elargizione al mondo della chirurgia oftalmica.
Quando lasciai la clinica mi diedero un dvd. Non chiesi di che si trattasse e per molto tempo rimase lì, abbandonato a sé stesso. Piuttosto prevedibilmente non mi importava granché di esaminare i dettagli della procedura. Cercavo solo di capire se, tra lacrime ed intolleranze, avesse avuto dei risultati.
Comunque la ripresa era molto ravvicinata. Un disgustoso taglia e cuci, perfetto da inserire in qualche film splatter. Come quelli giapponesi. Dove il killer entra da solo in una stanza dove ci sono una decina di persone che deve ammazzare e, nell’arco di trenta secondi, volano fegati, reni e polmoni. E quando ha finito se ne va via immacolato. Non un singolo schizzo di sangue sui suoi abiti. E qualcun altro arriva a pulire il macello che ha lasciato. L’omicidio è un gioco di squadra evidentemente. Anche se io, dovendo uccidere qualcuno, non ci terrei poi così tanto ad avere dei testimoni.
Dopo l’intervento passai una ventina di giorni a casa. Una sofferenza senza fine. Psicologica soprattutto. Ante chiuse e una grandissima intolleranza per qualsiasi cosa sembrasse più luminosa di una lampadina da 15 watt, filtrata da un paio di occhiali da sole. Niente pc, televisione e nemmeno libri, visto che le righe si sdoppiavano. Non ho mai desiderato così ardentemente di poter tornare all’Obitorio. E anche a loro dovevo mancare, tant’è che mi mandarono la visita fiscale, pratica in disuso per ragioni economiche, ma che non esitarono a rispolverare in mio onore.
Commossa. Esattamente come lo sono adesso, che una marea di lavoro si è misteriosamente incagliata su quel della mia scrivania. Eppure non è che manchi posto qui dentro, ma le mie residenze lavorative devono avere questo strano potere di attrazione. Dovrei indagare, capire dove si trova la calamita. E andare ad attaccarla alla scrivania di qualcun altro. Ma si porrebbe il dilemma amletico: Cornificans o non Cornificans?
Concluderei in modiche mille parole con una riflessione digressiva sulle corna, ma il principale termine di ricerca di questo blog è, per l’appunto, la parola “cornuto” e ogni suo possibile derivato e non vorrei emozionare troppo i miei malcapitati lettori dando loro ulteriore illusione che la mia web casa sia un saggio a puntate su come farle o come scoprirle.

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4 risposte a "Nostalgia degli occhi"

  1. ti ho letto come se mi avessi portato a una mostra, fa difetto il mio modo di leggere credo; nel senso che per me leggere è andare avanti per immagini che nascono da me ma grazie a quello che scrivono gli altri.buon divertimento e buon lavoro

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