Maledetta cervicale

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Maledetta cervicale. Mi sveglio all’improvviso. La testa sul tavolo della cucina. Un dolore terribile. Una tra noi due deve morire. Subito.
Dò un occhiata in giro. L’inizio della giornata è sempre traumatico. Ma col tempo le cose migliorano. Ci si fa l’abitudine. Mi alzo e apro la dispensa. Cazzo tutta questa roba ci si potrebbero sfamare le favelas… di Rio.
Ma fin là non ci arrivo. Posso solo supporre che fosse la conclusione che cercavo. Perché qualcuno mi prende per le spalle, mi sbatte contro il muro e mi rifila un paio di calci ben assestati. Cado a terra. “Buongiorno amore mio” penso. Cerco di essere ironica. Non c’è da prenderla sul serio questa vita. Diversamente… Beh un’alternativa non esiste. Non adesso, non per me. Magari potrei buttar là un paio di imprecazioni. Ma ci andrei troppo pesante. Da farmi risucchiare all’istante dalle fauci dell’Inferno.
Guardo la fede nuziale. Meglio mantenere il profilo basso. L’alternativa prevede bianchi e asettici ospedali. E non sarebbe una buona opzione. Troppe cose da spiegare.
“Brutta puttana, nemmeno un caffè sei capace di farmi. E ringrazia che non mi voglio rovinare il vestito, altrimenti ti ammazzerei di botte”. Ma dove sono andata a recuperarlo questo qua? In un film di quart’ordine? Però il dolore, cazzo quello è reale. Ed è tutto mio.
Mi concentro sui dettagli. E’ sempre un buon metodo. E qui le strategie sono necessarie. Every fucking single day. La porta sbatte violentemente. I cardini chiedono pietà. Il rumore dell’auto mi dice che mi sono liberata dello stronzo. Sto’ porco bastardo, figlio di puttana. Devo far tornare regolare il respiro. Inspiro. Espiro. Con calma, senza pensare a niente.
Mi alzo. La mia lentezza è esasperante. Nulla di rotto. Gli è andata bene. E anche a me. Faccio un giro di ricognizione. Lo specchio dice che sarebbe ora che iniziassi ad approfondire la mia frequentazione con tutte quelle creme. Prima che i ripiani del bagno crollino. Ma le confezioni dorate, argentate, scartavetrate e ricamate mi sembrano installazioni artistiche. Sai mai che l’autore mi ammazzi per aver rovinato l’opera sottraendole quei 10 ml di prodotto. Che poi non sarebbe una gran perdita per l’umanità. Né l’arte disfatta né la fine della mia vita.
Dal mio disperato riflesso noto anche la mancanza di gusto in fatto di abbigliamento. Indosso una vestaglia dipinta a mano. Un obbrobrio che andrebbe giusto bene per il teatro cinese delle ombre. Almeno lì non si noterebbe più di tanto. Cerco qualcosa di più decente. Ma tutti i miei abiti mi fanno schifo. Con l’aggravante che ne possiedo parecchi. E firmati. Che schifo. Per non parlare delle scarpe. Un oceano di cattivo gusto. Se mi cadessero addosso ad onda anomala sarei pronta per i vermi. Penso a Imelda Marcos. Chi cazzo era lei in confronto a me? Una poveraccia che riciclava le pantofole delle sorelle maggiori.
Squilla il cellulare. Lo recupero e rispondo d’istinto.
“Sì?”
“Elín cara, sono io, volevo farti gli auguri per il tuo compleanno”
Almeno non è lo stronzo. Frugo nella borsa.
In effetti io, Elín dall’impronunciabile cognome, sono nata il 24 Ottobre del 1968 e oggi, tirando due somme, è il mio 42esimo compleanno. 42 anni buttati nel cesso. Ma si sa che la solitudine è una bestia che ti ringhia contro. O scappi o ti sbrana. Io ho scelto la prima. Ma cazzo dovevo proprio fuggire in questa direzione?
“Elín, sei ancora lì?”
“Ah sì scusa, è che mi sono appena svegliata e non connetto bene”
Il verbo “connettere” potrebbe non essere tra i più azzeccati. Provo a rimediare.
“Ma non preoccuparti… Accidenti suonano alla porta. Ti dispiace se ti chiamo più tardi? Sei stata gentilissima ad aver chiamato. Ti ringrazio di cuore”. Mi sembro la Regina d’Inghilterra. Che schifo.
“Ehm no figurati, dovere. A dopo allora”
Sembra interdetta. Eppure non ho detto nemmeno una parolaccia. Mi sa che non siamo poi così amiche. Del resto quassù, in culo al nord della terra, non sarebbe strano se qualche legge prevedesse una bolla papale persino per una stretta di mano.
Adesso che faccio? Lo stronzo vorrà che cucini il pranzo. Come se fossi la sua puttana culinaria. Ma è ancora presto. Ho un paio di automobili nel garage. Potrei andare a farmi un giro. Meglio la periferia, giusto per stare defilati. In centro sai mai che strani si potrebbero capitarmi.
Fuori è tutto grigio e desolato. Da qui si vede perché paesi come questo… Mi balena un’idea per la testa. Mi folgora con una potenza tale che quasi finisco per schiantarmi sul primo muro disponibile. Freno. E la cosa finisce bene. Deve finire bene. Secondo i miei piani, almeno per una volta.
Faccio spesa in un negozio. Ci metto un’eternità per trovare esattamente quello che mi serve. Ma mi sento nelle ossa un senso di liberazione. Credo di avere un sorriso idiota stampato in pieno volto. Ma va bene così. Lascio la macchina davanti al parco. Bella automobile comunque, nuova anche. Non saprei se il motore e le parti meccaniche siano dignitose secondo le riviste del settore. Ma è molto docile, si guida senza sforzo. E ha questi sedili in pelle chiara così comodi che qui dentro ci si potrebbe vivere.
Forse dovrei mollare il figlio di puttana e fuggire. Gli prosciugo il conto in banca e scappo. Come Thelma e Louise. Facendo la parte di entrambe. Ma andrebbe a finire male. Esattamente come a loro. E’ un copione così pieno di certezze che non dovrei nemmeno ripassarlo. Eppure forse posso riscriverlo.
E mi ritrovo qui. A camminare nel parco. Mi sento stranamente poetica. Riesco a sentire il deserto della mattina. Nulla ha un aspetto per nulla famigliare. Ma mi piace. Gli alberi mi abbracciano. Si scuotono nel vento in segno di saluto. C’è così tanta anima in tutto questo. Sorrido e mi arrampico su uno di essi. Ha rami forti. Non sembra essere troppo scontento della mia entrata in scena senza chiedere permesso. Mi ricordo la storia di un uomo che saliva fino in cima alle piante per vedere il mondo. Sotto la giusta prospettiva suppongo. Così fottutamente piccolo ed insignificante. Non so come andasse a finire. Ma forse so come finirà stavolta. Perché questa è la mia storia.
Mi lascio andare.
Maledetta cervicale. Ti avevo preannunciato che l’avrei avuta vinta su di te. E’ un vero peccato che adesso non abbia il tempo di sbattertelo in faccia.

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