L’incremento di volume labiale genera mostri (Grazie a dio siamo poveri e non ci restano fondi per la chirurgia estetica)

Mi sveglio. Ad una suoneria oscena l’ingrato compito di interrompere i miei sogni. O il mio sonno, visto che non sogno quasi mai. Ero inizialmente incline ad una canzone di mio gradimento. Ma avrei passato la mattina a ballare tra le coltri. E non è certo questo l’effetto che la sveglia dovrebbe sortire. Così ho ripiegato per un jingle di default. Il più rognoso a disposizione. E lui inonda il mio cervello attraversando i padiglioni auricolari. Generoso come una puttana con la sifilide che insista nel volersi concedere. Anche gratuitamente. Che fa molto romanzo di fine ottocento, in cui lei ha un bisogno d’affetto capovolto all’ingiù. Come una casa che provi a reggersi in equilibrio su un tetto spiovente. E qui si sfora dal richiamo letterario alla patologia psichiatrica. Intanto la musica è arrivata ai miei neuroni. Ammesso che io ne abbia più di uno. Ignoro il percorso, ma ne conosco la velocità. Nell’arco di quattro secondi sono fuori dal letto. Alla ricerca di una soluzione per fermare quello strazio. Non c’è miglior modo di svegliarsi. Ogni mattina, sei giorni su sette, finché non morirò di vecchiaia dietro a una cazzo di scrivania. Eppure oggi c’è qualcosa che mi assale ancor prima del bisogno ancestrale di bloccare la Vergine di Norimberga del mio apparato nervoso. Ho questa sensazione anomala. Provo a far girare la lingua nella bocca. E ovunque sento dolore. Mi viene in mente Chernobyl, il reattore numero 4, quello che esplose negli anni ’80. Nella mia cavità orale stanotte dev’essere successo qualcosa di simile. Perché ovunque sento tagli, buchi, lacerazioni di ogni ordine e grado. Commossa come non mai mi avvicino allo specchio. Normalmente di primo mattino mi scontro con l’immagine di un ornitorinco impietosamente schiacciato dalle ruote di un tir che sfreccia sull’autostrada a 140 km di velocità. Non mi è chiaro cosa ci faccia un ornitorinco sull’autostrada, ma lui sta lì. Ogni mattina. E ormai non ho nemmeno bisogno di alzare una mano o fare qualsiasi movimento per verificare se quell’animale sia io. Lo sono. Infatti la giornata inizia con la sottoscritta che, cercando di recuperare sembianze più umane, zampetta per casa con la stessa andatura disperatamente lenta di un ornitorinco. Che poi potrebbe essere un mammifero incredibilmente veloce. Sempre ammesso che sia un mammifero. Ma, nella mia testa no. Per me è una specie di tartaruga semi acquatica dall’andatura terrestre spasmodica. E con il becco. Solo che oggi noto qualcosa di anomalo. Proprio sul becco. Ci sono le labbra. Un paio di canotti che se li mandassi in Tunisia tornerebbero a Lampedusa con mezzo Sudan a bordo. E anche qualche posto libero. Sembra che mi sia sparata nelle labbra un’intera confezione di silicone Saratoga. Di quelle che si usano per sigillare i serramenti in PVC. E non si tratta di tubicini piccoli. Potrei mettermi in società con un professionista del settore. Mi verrebbe anche da sorridere. Ma farei meglio a piangere, visto che la prima opzione produce un risultato terrificante. Tralasciando il lato estetico, che, nonostante l’impatto devastante, rappresenta il minore dei miei problemi, sento una mitragliata di aghetti che mi pungono dietro le labbra a ripetizione. Voglio morire. Qui adesso subito. Mi chiedo quali siano le precondizioni per beccarmi una divina fulminata on-the-spot. Ma so che lui non mi ama. Solo se mi amasse mi concederebbe questa grazia. In ogni caso mi preparo per uscire. Vorrei un caffè ma opto per una colazione a base di collutorio. Senza particolari risultati. Uscendo incontro Nonna Papera, la quale, dopo essersi fatta una bastardissima risata, mi enumera una serie di elucubrazioni che la gente potrebbe fare sul mio improvviso incremento di volume labiale. La migliore è il ricorso alla chirurgia, la peggiore è la mia dedizione a certe attività orali. Il che mi fa pensare in prima battuta al fatto che sono benedetta per il mio totale menefreghismo verso le opinioni altrui sul mio conto. E’ un’arte che s’impara comunque. E c’è un prezzo da pagare, come per ogni cosa. Poi focalizzo su un episodio dei tempi felici dell’esame di maturità. E’ corsa parecchia acqua sotto ai ponti e si è visto sporadicamente anche qualche gradito cadavere. E adesso non saprei nemmeno di che anno si trattasse. Non che sia rilevante. In ogni caso, facevamo la prima prova scritta. O comunque il tema. Ce n’era uno sulla comunicazione e tutti ci buttammo su quello. Era l’unico su cui si potesse essere creativi. In altri termini, inventare di sana pianta senza necessità di dimostrare conoscenze scolastiche che non avevamo. Mentre svolgevamo la matassa, provando a trarne qualcosa che apparisse vagamente sensato, il professore di chimica, un “giovine aitante” sui trentacinque anni, si aggirava tra i banchi leggendo qua e là i nostri sproloqui cartacei. Di fianco a me c’era l’unico maschio della classe. Il classico sfigato. L’insegnate sbircia il suo componimento e gli suggerisce che utilizzare l’espressione “rapporto orale” per sinonimizzare la comunicazione a voce non è una buona idea. Il ragazzo lo guarda sconcertato senza capire a cosa si alluda. L’insegnante impallidisce e biascica qualcosa. Pensavo ci scappasse l’infarto. Non so di chi dei due. Di certo non arrivarono ad intendersi sul fatto che il rapporto orale non è esattamente una questione di carattere verbale. Anzi c’è sempre uno dei due che fa meglio a mantenersi in religioso silenzio durante la procedura. Oddio magari “religioso” non è un buon aggettivo. Comunque essere accidentalmente morsi non credo piaccia a nessuno. Tranne agli adepti alle pratiche sadomaso, le quali potrebbero in effetti generare devastazioni simili a quella che oggi mi ritrovo in bocca. Ma con maggiori diletti psichici. Ho chiuso il cerchio e sono arrivata alla fermata dell’autobus. In realtà una ditta di autotrasporti stava per far ricca la mia famiglia, pagando loro un indennizzo miliardario per il mio investimento mortale su strisce pedonali. Ma ci siamo salvati ai calci di rigore. In Italia il calcio ci salva sempre. Ci mangiamo le suole delle scarpe ma almeno siamo campioni del mondo. O lo siamo stati più volte. Comunque mi riesce di rado. Non di salvarmi dall’appiattimento decorativo sull’asfalto. In quello sono bravina. Ciò per cui sono abbastanza scadente è la chiusura dei cerchi di pensiero. Deve dipendere dal fatto che la mia testa non gira in tondo. Non per niente si dice “flusso” e non “cerchio” quando si parla di pensieri sguinzagliati nel nulla. E io non sono diversa da nessuno. Mi perdo lungo un cammino, non necessariamente lineare, che potrebbe portarmi all’infinito. Se questa dimensione fosse alla portata degli esseri umani. E se la vita non fosse un contratto a tempo determinato, di cui abbiamo perso la nostra copia, prima di averne verificato la scadenza.

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