Questa dovrebbe essere una repubblica dispotica fondata sui portasale infrangibili (Il cielo se ne frega)

Stavo giusto leggendo un post qui sopra. Dev’essere stata l’acquisizione della consapevolezza che Sanremo è come i peli superflui. Si prova ad estirparlo con ogni mezzo, dalla ceretta al boicottaggio per il crollo dello share, e lui ricresce doppio, rinasce dalle proprie ceneri. Come la Fenice. O i mostri dell’Apocalisse. Anche se, dovendo essere onesta, questo libro non l’ho mai nemmeno sfogliato. Diffido dei santi e delle loro predizioni. Ma il Latitante ne teneva una copia nella tasca di un vecchio zaino. Era scritta in greco e io una volta me ne feci leggere uno stralcio. Giusto per sentire come suonava. Lui chiedeva pietà. Così dovetti risparmiargli la traduzione. Correvano i tempi del nostro amore e io mi dilettavo tra gli scenari della fine del mondo. Il che denota una mia inconscia preveggenza sul concetto di “fine”.

In ogni caso, Sanremo ha fatto sì che lasciassi cadere il coltello. E fin qui sarebbe stata solo una reazione un po’ teatrale. Un po’ troppo forse, ma ci poteva stare. Se non che quello ha urtato il portasale. In realtà non so nemmeno come si chiami esattamente. Quel cilindretto in vetro con il tappo in metallo avvitato e bucherellato. Quello che stasera ha deciso di compiere il magnifico volo dalla sicurezza del tavolo alle insidie del pavimento. Scomponendosi in svariati irricostruibili pezzi. Dovrebbe essere accusato di anticostituzionalità. Il nostro paese è una repubblica dispotica fondata sugli ossimori “all inclusive” ed i portasale infrangibili, ché tanto di democrazia e lavoro non ce n’è più per nessuno.

Tornando a noi, credo di aver espresso in precedenza il mio orgasmo mentale nel vedere gli oggetti fragili fracassarsi sulle mattonelle della mia cucina. Ma il mio piacere è strettamente e direttamente proporzionale alla mia volontà nell’imporre la caduta letale. Le iniziative personali con cui gli oggetti decidono di suicidarsi mi irritano parecchio.
E “Stupendo” è l’unica parola con cui riesco ad accompagnare la proiezione del futuro imminente in cui raccatto sale e vetri da terra. “Wonderful” potrei tradurre. Ma non lo faccio. Eppure mi entra in testa un pezzo che ha proprio questo titolo. Lo cerco sul lettore e ovviamente non c’è. Dev’essere che in fin dei conti non mi piace così tanto. Un vero peccato che l’esercizio delle mie arti casalinghe non possa essere accompagnato da un degno sottofondo. Mi viene da pensare che potrei avvalermi delle sonorità sanremesi.
E capisco di aver avuto una giornata pesante. Una di quelle in cui tutto si mescola ed i pensieri si mordono la coda. Provo a focalizzare sui granelli di sale. Ma potrebbero essere di sabbia o di neve. Fiocchi. Che si sostiene siano diversi gli uni dagli altri. Ma che sono comunque individualità anonime a costituire una pluralità significativa. O significativamente ingombrante.

Eppure stanotte non nevica. Il cielo è una marea di stelle e anche loro sono come il sale. Luci disperse nel vuoto nero che a volte le risucchia e altre volte le lascia spegnere, senza che per noi cambi nulla. Alzeremo ancora la testa a contemplarle e non noteremo alcuna differenza. Solo variazioni d’intensità globale nelle notti più graziate dalle prospettive astronomiche o in quelle più buie in cui quel brillare sembrerà quasi tangibile. Come se bastasse sollevare una mano per sfiorare ogni astro con la punta delle dita e sapere che esiste davvero. Un corpo, non solo una luce.

Anni fa, la notte di Natale, saltò la corrente in alcuni isolati. E io rimasi lì a guardare il cielo per quasi dieci minuti. Era come se la sua vita si fosse centuplicata, come se da un istante all’altro le stelle potessero cascare sulla terra, soddisfacendo le premonizioni di certi film fantascientifici dalla trama scontata. Nelle strade quella notte non girava un cane. Immaginavo i preparativi di festeggiamento improvvisamente sconvolti da ritorno all’era delle lampade ad olio. Contestualizzando direi che nessuno si diede chissà quale pena, perché quando decisi di chiamare il numero per i guasti sembrava che nessuno prima di me avesse pensato di avvertire.

Durò poco quel calo di tensione, ma ebbe qualcosa di affascinante. Le stelle, il buio, il freddo polare, il silenzio e le luci rosse e blu dei velivoli che di notte stanno fermi ad osservarci. Sembrava un quadro perfettamente armonioso, privo di contrasti persino nei minimi dettagli. Una donna impressionista dalla pelle bianca e dalle curve generose, abbandonata al sonno su un prato primaverile.

E da qualche parte là sotto c’ero anch’io, un granello di sale come tanti. Come tutti dobbiamo essere se visti da quelle distanze impensabili. Felici, disperati, distratti o assorti. Portiamo il peso della nostra coscienza o la lasciamo inconsunta in fondo ad un cassetto, con la bella intenzione di rispolverarla il giorno prima di quello del giudizio. E nulla di questo farà una differenza. Il cielo punta su di noi i suoi riflettori, ruota le orbite, stringe le iridi ma è cieco.
E, se supponendo che lassù ci sia qualcuno, nella luce di sfondo delle nostre case agitassimo in sua direzione un gesto di saluto, non sapremmo mai se la nostra sagoma sarebbe stata vista o il saluto ricambiato. Né sappiamo se qualcuno dal cielo ha mai provato a salutare noi mentre con il naso all’insù cerchiamo una stella, che cadendo possa farsi affidataria di una manciata di sogni.

Siamo due mondi costruiti su scale diverse. Quello che immaginiamo essere contatto in realtà è solo illusione che scivola via e si allontana sui limiti dei sensi che possediamo e che questa volta non bastano.

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3 risposte a "Questa dovrebbe essere una repubblica dispotica fondata sui portasale infrangibili (Il cielo se ne frega)"

  1. eh a volte penso che la chiave etilica e allucinatoria è l’unica possibile per decifrare la realtà che mi circonda, che mi risulta, senza alcolici, totalmente incomprensibile…

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