La fame è la puttana di tutti

Per vivere ho battuto le strade della ristorazione. Sarei potuta finire battendo sentieri ben più inquietanti. Anche se, aggiustate le prospettive, i clienti del business nutritivo non devono essere molto diversi da quelli delle puttane. O dalle cavallette. Soprattutto quando si fa buio. L’oscurità è la terra di nessuno in cui è lecito togliere all’istinto il guinzaglio corto e diurno delle buone maniere. Ed è ammesso il dolo della dimenticanza voluta che abbandona l’ipocrisia tra gli abiti del lavoro. Ci si veste a festa di quella sincerità un po’ troia e un po’ salvezza. Dopo mezzanotte vige una sola legge. La gola sarà il nostro vizio capitale. Lei e tutto ciò su cui si stende e fa suo.
Occhi famelici mendicano vita tra il fondo di un bicchiere e un cheeseburger stantio. I clienti di notte si accontentano di poco. Come i cani e i barboni nel sottopassaggio della metropolitana. Giocano sporco e prevedibile, nascosti nella confusione, con la dignità parcheggiata altrove. Mangiano e vomitano in ordine imprevisto e ad entrambe le cose sono dediti con pari voracità. Forse per rispetto di certi retaggi di equilibrio.
Sono il caos e del loro fluttuare tra il possesso ed il rigetto approfittano i lattai. Sanno che nell’ora di punta fingeremo di non vederli. Anche lo hanno fame. Una fame diversa. Ma anch’essa si è incastrata nelle iridi, come se qui stanotte ed ogni notte rimanessero vive solo le loro umide voci a dire chi siamo veramente. A giudicarci, a sputare, come unica sentenza possibile, quella di condanna.
Blame on me che sono l’interposto alla soddisfazione di imperativi biologici. Ciò a cui si anela alle due di un Sabato mattina senza gloria raggiunge i massimi gradi di determinazione. E di violenza. Ed inquieta. Come se la fame potesse mettere insieme i cocci di un tempo troppo inutile per essere, nella sua interezza, più di una scaglia senza valore. Come se lei fosse in grado di dargli un battito e restituircelo vivo e carico di significati. E farci dire che, sì, questa notte l’abbiamo domata. E capisco come dentro allo stomaco stia il motore del mondo, come esso ci spinga ovunque. Sempre. E oltre. Come se il desiderio, in cui si identifica per massima semplificazione, fosse esso stesso una forma di completezza, ma in divenire. Satura della tensione dinamica di tutto ciò che non si è ancora compiuto. Densa di orizzonti e delle meravigliose possibilità che questi nascondono. E forse stiamo solo fingendo di avere tanta fretta, forse amiamo violentarci d’attesa. Perché il corpo è la via più semplice di tendere ogni corda e sentirla vibrare.
I lattai e i clienti contemplano attraverso di me l’istante di non ritorno prima dello schianto, l’acuto perfetto, cristallino come una lacrima. La sospensione tra due segmenti di nulla. Oltre la quale ciascuno raccoglierà i propri frammenti. E prima i cui abbiamo lottato per un crescendo che ci portasse fin qui. Ed in questo plateau ciascuno omaggia la mia paganità con il suo voto. Chi per srotolare fiotti di alcool dentro all’imbuto di porcellana. Chi per accucciarsi in paradisi chimici riscaldati. Troppo immensi per un cubicolo. Che è sempre l’ultimo in fondo. Dove tutto si ovatta. Ed in questo ventre brulicante di vita attecchisce un embrione di solitudine. Una forma di vita bianca e liquida. Pagata trenta centesimi in monete da uno, raccolte con attenzione e contate di malavoglia. A testa bassa perché lo sguardo è sempre accusa in prevedibile anticipo.
Come se i lattai potessero essere incasellati in un miracolo che spesso, come ogni evanescenza, scompare tra la folla, ma a volte deraglia. E lo trasciniamo fuori, quel miracolo, gli buttiamo un po’ d’acqua sul viso. E sotto al lavandino non so se sto guardando un alto potenziale di morte o semplicemente un desiderio che si espande finché le sue molecole non si perdono nel vuoto. La domanda non è mai né chiperché. Non esiste origine, né direzione. E se esiste non ha importanza.
Quello che ferisce è ciò che ci accomuna. E’ una questione di fame: non importa da dove veniamo o dove andremo. La fame è la puttana di tutti.

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4 risposte a "La fame è la puttana di tutti"

  1. Spesso le situazioni più banali e quotidiane possono nascondere significati imprevedibili, che sanno cogliere solo chi ha abbastanza attenzione e intelligenza. Se poi le situazioni si svolgono di notte, quando irrompe tutto un mondo diverso dal normale, allora il ritratto che ne viene fuori – che hai descritto tu – è ancora più interessante! Complimenti per il post : ) Ps So che non c’entra niente con i sentimenti che hai messo in gioco scrivere, però sembra la sceneggiatura ideale per un film noir : )

    1. Mi ha fatto molto sorridere la fine del tuo commento. La vita che viviamo e i film forse non sono poi così distanti. Tutto sta nella prospettiva da cui si osserva ciò che accade.
      Forse dipende solo dal partire dal presupposto che ogni singola azione o esaperienza possa nascondere in sè significati e riflessioni più profonde di quanto si coglie in superficie. E allora anche la nostra quotidianità diventerà più interessante e ci lascerà qualcosa di importante.
      Grazie del passaggio

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