“Escono le star”/Marco

Direi che eri tagliente. Ma non sarebbe la parola giusta. Ogni aggettivazione è così labile, personale, relativa. Eppure sono ancora in costante ricerca del termine meno inappropriato. Quello esatto non esiste. In caso contrario, non sarò io a trovarlo. E’ una mia paranoia. Una delle tante. Di quelle che tu smontavi con un sorriso beffardo e muto. Devo sempre sezionare ciò che vedo, ciò che sento. Devo dargli un nome. Come se tutto fosse così elementare e cristallino. Come se l’identità fosse univoca. Quando la mia stessa è molteplice. Mi nutro di controsensi e mi perdo tra le loro ombre. Mi definisco, ridefinisco, cambio le carte in tavola. In un solo gesto le precipito a terra. E quando le raccolgo non sono mai le stesse. E’ masochistico. Arrampicarsi sulle definizioni come sugli specchi. Senza avanzare mai di un singolo centimetro. Eppure non riesco a farne a meno. Non posso respirare se non ho un faro verbale che illumini l’estremità del cammino.
In realtà è passato molto tempo. E i ricordi non sono così chiari là dove il confine tra desiderio e passato diventa tanto sottile da essere impercettibile. E non sono più certa che tutto questo non sia stato un sogno. Ma ricordo quel motivo floreale. Quello che strisciava lungo tutte le pareti della mia stanza. Lassù, a ridosso del soffitto. O forse erano foglie. O forme astratte. Ondeggiava. Quando la stanza era invasa dal fumo. Restavo sdraiata. Lo sguardo all’insù. Gli occhi che non riuscivano a chiudersi. Persi a seguire quella danza sinuosa, ipnotica. Come se vivessero una vita propria, indipendente dalle leggi del mio sonno. Fuori era buio. Giardini troppo condivisi perché la loro esistenza avesse un senso. E nemmeno un lampione a definirne i contorni.
Dentro tutto quell’arancione. Caldo, innaturale, ridondante. Odiavo il modo in cui la lampadina irradiava l’ambiente. Con quel flebile entusiasmo subito vinto dai colori troppo accesi. Doveva essere Maggio. E le mie percezioni oscillavano agli estremi. Niente a che vedere con la primavera. Sentivo la pelle accucciarsi tra lenzuola sporche. Birra, vomito e musica classica. E dei fiori, recapitati di primo mattino. Ma non erano per me. Mi perdevo volentieri in quello squallore periferico che sapeva di casa. Di qualcosa di appartenente, di posseduto (Wandering leaving the sea behind/To my home which everybody owns). Nemmeno troppo terribile, in fin dei conti. Ma terribilmente ordinario. Intrecciavo le dita, giocando a mani vuote. Ma amavo qualcuno in quei giorni e l’aria era fin troppo per vivere e nutrirmi.
La camicia sbottonata e il tempo dimenticato chissà dove. L’assenza di controllo. La felicità perfetta della memoria a breve termine. Dove i vuoti si colmano e la pienezza si dilegua. In una dinamica d’infinita innovazione.
E tu sul letto accanto. A propinarmi filosofie alcooliche. “La fedeltà è l’unica forma di trasgressione che ci rimane” dicevi. Ma io preferivo il finale “Lo diceva anche la mia maestra delle Elementari”. Era splendida la naturalezza con cui costruivi ogni cosa per poi distruggerla sulla battuta finale. Non permettevi a nessuno di prenderti sul serio. Quasi ne avessi paura. O almeno così mi piaceva immaginarti. Indifeso in qualche recesso dell’anima. Un pò più umano, Più simile a me.
Saltavi in piedi all’improvviso. Mi tiravi per un braccio. Come un cane. Non mi facevi male ma ti insultavo. In anticipazione a quello che avresti fatto. Conoscevo il tuo gioco. Le nostre maschere erano così sottili. Se fossero cadute non ne avremmo sentito il rumore, né la mancanza. E nulla sarebbe cambiato tra noi. Cortesia del tuo menefreghismo e della mia diffidenza. Ma c’era un principio di equilibrio. Come se le nostre carenze si fossero incastrate. Annullandosi a vicenda. Ed era tutto così improvviso, veloce, graffiante. Senza rimorsi. Il tempo dei rimpianti doveva ancora iniziare.
Volevi uscire. Con l’insistenza di un bimbo. Febbrile. Come se il soffitto ci stesse crollando in testa e non ci fosse altro tempo da perdere. Ci vestivamo di nero. Sempre troppo in fretta. E la mia pelle si svegliava controvoglia, sotto assedio, pizzicata dalle scosse di contatto con quel mondo troppo grezzo perché lei non gli fosse intollerante.
Mi feriva ogni cellula l’abbraccio grigio della periferia. Tu mi guardavi negli occhi. Poi distoglievi lo sguardo, troppo sostenuto dal mio. Con quell’aria teatrale di chi finge di recitare a braccio ciò che invece è già stato scritto.
E la tua anima era leggera. Come il tuo corpo. Mi ci facevo accompagnare volentieri. Lungo le rive portuali, sotto ai freni stridenti, nell’ovatta irreale del parco. In giro per la città. Noi due senza meta. Portando a spasso i sogni, ciascuno i suoi, per toglier loro un po’ di polvere e farli sembrare più nuovi, più nostri. Anche se erano l’ennesimo riciclo di quelle necessità vitali che, da millenni, l’umanità trascina stanchi da una parte all’altra dei continenti.
C’era così tanto da vedere. Tutto quello che i soldi mai ci avrebbero permesso di toccare. C’eravamo noi. Credo di aver inconsciamente amato tutti gli uomini al cui fianco ho camminato senza direzione, senza scopo. Li ho amati e li ho persi. E di noi nessuno conserverà memoria perché non abbiamo mai avuto senso.
A me restano solo poche parole, qualche foto portata via dal vento, i treni gremiti all’ora di punta e un’impercettibile fitta al petto che mi dice che non serve dare un nome al significato. Perché, al di là delle parole, esiste un’ora in cui il tempo si arrende al silenzio. E nulla di noi è stato vano.

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