Sparate – vi prego – sulla Croce Rossa


Tre anni sono un lungo periodo di tempo. Avremmo potuto far riemergere Atlantide. Magari l’ingegneria post futuristica ci avrebbe aiutati. Avremmo potuto buttar giù le piramidi di Giza e ricostruirle come ai tempi del loro antico splendore. Mettendoci dentro tutto quello che c’era allora. E che è stato variamente rubato, legalmente sottratto, trafugato e spedito chissà dove. Forse su Plutone. Avremmo potuto scartavetrare la Cappella Sistina. E ridecorarla a nuovo. Renderla vivida, brillante. Millimetro dopo millimetro. Come se tutto il tempo del mondo fosse nostro.
Invece quello che abbiamo è una scheggia nell’eternità. Ammesso che quest’ultima esista. E se così fosse non avremmo comunque gli strumenti per comprenderne la portata. Eppure ne facciamo una certezza a piene mani. Aprioristicamente. La nominiamo in continuazione. Il “per sempre” è come il “Ti amo”. Chi sono costoro? Siamo davvero sicuri di poterli usare impunemente? Che poi alla fine impuniti non siamo. L’amore finisce. Finisce sempre. Dopotutto dobbiamo morire, esatto? E il nostro cuore non potrà più battere per nessuno. Nemmeno per noi stessi. E quello sì che è amore. Con tutte le maiuscole. E con tutte le eccezioni. Il resto chissà… E il nostro tempo è discende della morte figlicida. Snaturata madre seppellitrice. Lei sta lì. A volte lo accudisce, lo custodisce nel suo scorrere. A volte sparisce dietro l’angolo. Sembra essersi volatilizzata. Ma lo aspetta. Ci aspetta. Si è segnata il giorno del nostro “compleanno”. E non lo dimenticherà.
Tre anni sono il tempo che io e il Latitante abbiamo regalato alla morte, sprecandoli in programmazioni della nostra convivenza. Forse anche qualche mese in più. E tutto sembra sempre più lontano. Come un’utopia. Sempre un passo più avanti di quanto si possa arrivare. O, alla fine, un metro oltre quanto noi abbiamo voglia di camminare. Una chimera che diventa ciò che realmente è. Una capra. E ti viene istintivo voltarle le spalle. O forse non si perde il mistero, ma l’interesse. Del resto la vita è così piena di arcani. Ce n’è uno dentro ad ogni persona. E non è detto che la cosa susciti in noi curiosità. Nemmeno quando le persone ce le troviamo di fronte. Nel caso improbabile, potremmo supplire rivolgendoci alla fantasia. Inventare vite e storie. E cucirle sulla carne, trasfonderle nel sangue di ogni sconosciuto. Io lo faccio spesso. A volte per noia, altre per curiosità verso il circo umano che mi ruota intorno. Funziona. Ma non dice nulla che assomigli alla verità che ciascuno si porta dentro.
Ovviamente niente di tutto questo ha alcunché a che vedere con il motivo per cui avevo iniziato a scrivere. Volendo salvare qualcosa, forse il tempo ed il suo essere finito una connessione con i miei pensieri originari ce l’ha. Il mio tempo passa, sta scadendo, forse è già scaduto e sono ancora intrappolata qui. E’ per questo che scrivo. In generale, intendo. Per esistere nelle scorrere di questi giorni che sembrano tutti così identici tra loro. Per rileggermi e riaffermare il mio esserci. Nel caldo, nella neve, nei libri, nelle attese alla fermata dell’autobus, nelle stramberie del luogo in cui lavoro, nei dettagli di quello in cui vivo. Nelle mutazioni insignificanti in sé nulla è uguale a ciò che segue o precede. E io sono qualcuno. Sono nessuno. Ma sono diversa da chiunque altro. Sono io. E cambio in ogni istante.
Ma, in una prospettiva più concreta, sono ancora qui. In gabbia. Con il Latitante, le sue promesse, i nostri sogni. O presunti tali. Quelli che abbiamo smesso di sognare. Quelli di cui ci dovremmo liberare. Perché loro rendano liberi noi. Quelli troppo consumati dall’uso per poter essere convincentemente percorsi ancora una volta. O due. O mille. Quelli che dovremmo uccidere. Con un “grazie ed arrivederci”. E’ stato bello. Ma è diventato inutile.
Sarebbe indolore. Ne ho la certezza perché un paio di giorni fa, il Latitante mi manda un sms. Cosa strana ultimamente. Ci sentiamo poco. Non abbiamo più nulla da dirci. Potremmo solo ripetere le solite battute vuote, in cui nessuno crede più. Un teatrino divenuto ormai penoso.
Nel messaggio dice di voler mandare a monte le nostre programmazioni pluriennali di vita comune. Tralascerò i dettagli, ma il problema nasce dalle malandate materne finanze, esibite da sempre come scusa, a motivare i costanti rinvii. A volte mi chiedo cosa farebbe se lei morisse. Quale altro pretesto si inventerebbe.
Realizzo che il mio cardiogramma emotivo è piatto. Leggo e non sento niente. Se non una sana incazzatura per questioni di principio. Le quali, peraltro, sono del tutto relative. Ché di principi ognuno ha i suoi. E i nostri di certo non collimano. Gli rispondo che faccia come meglio crede. Ne nasce ovviamente uno scannatoio all’ultima consonante. Sarebbe meglio dire vocale, data la struttura delle parole in italiano. Finché non sono costretta ad interrompere per prevedibili cause lavorative.
Sembrerebbe che ci siamo lasciati. Mi sento leggera. Almeno ci provo. Mi godo lo stato di illusoria grazia. Fingendo che ci sia da qualche parte un principio di verità. Ma, conoscendolo, so che, trascorse le 24 ore in cui il suo ego non gli permetterà di chiamarmi, tornerà. Il che significa che posso sperimentare il primo giorno da single a quattro anni e mezzo a questa parte. E l’ultimo. Posso fantasticare su tutte le meravigliose opportunità che la vita potrebbe offrirmi. Voglio una camera da letto nuova e un viaggio in Africa. Sono estremamente materialista. Non posso pensare a nulla di più degno o meritevole. Ma le mie finanze non brillano e tali desideri mi prenderebbero almeno un paio di anni per essere realizzati. Anni di cui non dispongo.
Infatti, allo scoccare della venticinquesima ora, il Latitante si rifà vivo. A voce. In privata sede. Sarebbe l’occasione d’oro per rovesciargli addosso una serie smisurata di meritatissimi insulti. Ma la poca rabbia che avevo si dev’essere persa perché faccio valere tutte le mie ragioni in modo secco ma civile. E anche lui, nonostante faccia l’offeso, sembra avere intenti riconciliatori.
Basta qualche frase, buttata a caso nel discorso, per risvegliare il fottuto spirito della crocerossina che cova sotto le ceneri. E’ una prerogativa che rivolgo solo a lui. In modo inconscio, ma ineluttabile. Come se tutto il resto del mondo potesse andare a farsi fottere al minimo sgarro, ma lui no.
Mi sono bruciata una giocata splendida, servitami direttamente dal soggetto incriminato e per questo meno suscettibile di sensi di colpa. Non che ne avrei avuti, in ogni caso. Adesso sì che il mio cardiogramma emotivo si anima. Tutta quella rabbia che avrei voluto rivolgere verso di lui cade a valanga sopra di me.
Posso piangere come una quindicenne scema? In fondo non mi pare di essere molto più donna…

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Nostalgia degli occhi

Ieri ero in una commissione di concorso. Sarà stata la dodicesima volta che mi toccava passare questa croce. Forse di più. Il che significa che da qui in dieci anni di mia permanenza è passata un sacco di gente. Anime in transito. Di cui non ricordo il volto. I nomi sì, quelli li ricordo, perché i vari conti su personale comportano la necessità di rispolverare periodicamente le storie di queste remote assunzioni.
All’inizio era un parto doloroso, ma ormai ho inserito tutto nella memoria a lungo termine. Questione di necessità. E saprei dire chi è stato in servizio da quando a quando, ma se incrociassi questa gente per strada non credo che li riconoscerei. E’ come se tutti si fossero ridotti a dei numeri per insufficienza di spazio mnemonico. Sarebbe persino triste se non fossi convinta del fatto che in questo esista una certa reciprocità. Con conseguente assoluzione urbi et orbi.
In via più generale mi rendo conto che per me i dati visivi sono sempre i primi a smarrirsi nell’oblio. Posso ricordare intere frasi pronunciate anni e anni fa. Parole non necessariamente significative, ma, che, nella loro esatta sequenza, si sono attaccate ai miei tessuti cerebrali e non vogliono andarsene via.
Allo stesso modo ho una memoria molto vivida delle azioni, delle abitudini e del carattere delle persone che mi hanno fatto significativamente compagnia per un tratto del mio cammino. A volte ho la stessa lucidità anche su coloro che, pur non essendo stati particolarmente importanti, hanno tuttavia avuto una lunga permanenza nelle stanze delle mia vita.
Ai primi penso spesso, a volte con una certa nostalgia, ma non posso ricordarne gli occhi, la pelle o il sorriso. Né come vestissero. O di che colore fosse la loro auto. Tutto resettato, al punto che talvolta la totale carenza di dati visivi mi fa persino dubitare della reale esistenza di questi individui. O della loro essenza, di ciò che di essa mi hanno mostrato. Temo di averli in gran parte costruiti io, magari con dei contrasti rispetto a me, di modo da renderli più realistici. O magari di averli modificati, secondo la mia convenienza. Per giustificarmi o, più raramente, per giustificare loro.
Eppure tra i dubbi continuo a non dare grandissimo rilievo a ciò che lo sguardo può carpire. Non perché non dia riguardo alla concretezza visiva, ma perché in me è così labile da non essere un dato attendibile.
A volte penso che possa dipendere dal fatto che, per i primi trent’anni della mia vita, la mia vista è stata piuttosto compromessa. Nulla di irreparabile, ma senza un buon paio di occhiali da sette diottrie per lente ero persa.
Ricordo che quando andavo dalla parrucchiera e li dovevo togliere pregavo che nessuno mi rivolgesse la parola. Perché non avrei capito né di chi si trattava, né avrei colto il fatto che stesse indirizzando a me le sue parole. Forse per questo evitavo le professioniste del capello di Inculopoli. Anche se dev’essere stata una strategia subconscia.
Poi arrivarono i costosissimi giorni dell’intervento. Roba da buttarti sul lastrico all’istante. Ma ero stata molto formichina e, in quasi dieci anni di risparmi, avevo fondi a sufficienza per una generosa elargizione al mondo della chirurgia oftalmica.
Quando lasciai la clinica mi diedero un dvd. Non chiesi di che si trattasse e per molto tempo rimase lì, abbandonato a sé stesso. Piuttosto prevedibilmente non mi importava granché di esaminare i dettagli della procedura. Cercavo solo di capire se, tra lacrime ed intolleranze, avesse avuto dei risultati.
Comunque la ripresa era molto ravvicinata. Un disgustoso taglia e cuci, perfetto da inserire in qualche film splatter. Come quelli giapponesi. Dove il killer entra da solo in una stanza dove ci sono una decina di persone che deve ammazzare e, nell’arco di trenta secondi, volano fegati, reni e polmoni. E quando ha finito se ne va via immacolato. Non un singolo schizzo di sangue sui suoi abiti. E qualcun altro arriva a pulire il macello che ha lasciato. L’omicidio è un gioco di squadra evidentemente. Anche se io, dovendo uccidere qualcuno, non ci terrei poi così tanto ad avere dei testimoni.
Dopo l’intervento passai una ventina di giorni a casa. Una sofferenza senza fine. Psicologica soprattutto. Ante chiuse e una grandissima intolleranza per qualsiasi cosa sembrasse più luminosa di una lampadina da 15 watt, filtrata da un paio di occhiali da sole. Niente pc, televisione e nemmeno libri, visto che le righe si sdoppiavano. Non ho mai desiderato così ardentemente di poter tornare all’Obitorio. E anche a loro dovevo mancare, tant’è che mi mandarono la visita fiscale, pratica in disuso per ragioni economiche, ma che non esitarono a rispolverare in mio onore.
Commossa. Esattamente come lo sono adesso, che una marea di lavoro si è misteriosamente incagliata su quel della mia scrivania. Eppure non è che manchi posto qui dentro, ma le mie residenze lavorative devono avere questo strano potere di attrazione. Dovrei indagare, capire dove si trova la calamita. E andare ad attaccarla alla scrivania di qualcun altro. Ma si porrebbe il dilemma amletico: Cornificans o non Cornificans?
Concluderei in modiche mille parole con una riflessione digressiva sulle corna, ma il principale termine di ricerca di questo blog è, per l’appunto, la parola “cornuto” e ogni suo possibile derivato e non vorrei emozionare troppo i miei malcapitati lettori dando loro ulteriore illusione che la mia web casa sia un saggio a puntate su come farle o come scoprirle.

Perchè dovrei accontentarmi di una misera madeleine se posso avere l’intera pasticceria?

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Caro Karl Ove,
Avrei voluto essere più formale nello scriverti, ma, in quel caso, avrei dovuto mettere anche il tuo cognome. E la A con il cerchietto sopra non riuscivo a trovarla, nemmeno nella mappa caratteri. Lo so, dev’essere colpa della mia proverbiale pigrizia. Fatto sta che ho deciso di impostare questa mia farneticazione in modo molto informale. Per cui, anche se tu sei un tipo abbastanza misantropo e menefreghista, come del resto lo sono io, fingeremo di essere vecchi amici. Anzi fingerai che io sia la sorella minore rompicoglioni. Quella a cui, presto o tardi, ti tocca dare ascolto, se non altro perché ti prende per sfinimento.
Ho meditato molto sull’opportunità di scriverti. Avrei voluto che l’incipit fosse originale quanto quello del primo volume del tuo opus magnum, ma, come vedi, era destino che si cadesse nelle solite banali puntualizzazioni.
Voglio stare nel tuo stile perciò parto dalle digressioni. Io della Norvegia non so nulla, a parte che si pesca il salmone e che ci sono i Fiordi. Questo credo di averlo imparato alle elementari e credo di aver anche imparato che si estrae il petrolio, ma non ne sono troppo sicura, perché agli esami di quinta ho tradito il tuo paese con l’Olanda, ma non fu una grande idea, visto che mi rifilarono tutto il Benelux. Comunque una volta, ai tempi felici di Bimbo_L mi ero fissata col fatto che avremmo dovuto fare una crociera proprio in quel dei Fiordi. Non che ci tenessi, ma lui era uno tutto Mediterraneo ed isole greche e mi piaceva minacciarlo con l’idea di una vacanza al freddo e al gelo come il bambin Gesù. A un certo punto era diventato il mio ritornello preferito e un giorno, straziato dalla mia insistenza, Bimbo_L si presentò da me con un mazzo di fiori “Ecco, ti ho portato un mazzo di Fiordi: adesso prometti di smetterla di triturarmi i coglioni”. Non promisi nulla ovviamente, ma, dopo un po’ mi stancai e passai ad altro. Non ricordo a cosa però.
Insomma, nell’intento di rimpolpare la mia cultura sulle terre nordiche, senza cadere in un thrillerone da mille miliardi di copie vendute nella galassia, mi sono messa a leggere il tuo libro, il primo episodio, intendo. E l’inizio, tutta quella riflessione sui morti, mi è piaciuta davvero. Peccato che durasse solo dieci pagine, contro le restanti 480 di delirio assoluto. Non che la tua scrittura sia vaneggiante. Le allucinazioni sono state mie nel leggere dettagliatissimi episodi della tua vita per la durata di centinaia di facciate l’uno. Chiudevo il libro e, invece che vedere innanzi a me i paramenti della festa patronale, c’eri tu. E va bene che sia tutti figli di dio, ma fino ad un certo punto.
Tornando all’argomento centrale (sempre ammesso che io ne abbia uno), resta comunque vero che prima di scriverti ci ho pensato parecchio. Esattamente come quella volta a quindici anni in cui decisi di scrivere un biglietto ad un compagno di classe per chiedergli se si volesse mettere con me. E, nel mezzo di troppi ripensamenti, arrivai fuori termine, visto che lui si era gli accoppiato con un’amica pochi giorni prima e mi rispose picche. O meglio, non mi rispose affatto.
Questa ovviamente è una bugia, ma tu farai finta di crederci, così come io ho finto di credere che tu ti ricordassi che abito indossava tua nonna, allorché ti venne a trovare il giorno di Natale del 1982. O il viso della sconosciuta che ti sedeva affianco sul volo per Bergen. Quest’ultima soprattutto mi suona piuttosto improbabile, visto che io, avendo preso l’aereo per l’ultima volta un paio di mesi fa, ricordo a mala pena dove fossi diretta, figuriamoci se potrei ricordarmi se il passeggero fastidiosamente ingombrante il sedile accanto al mio fosse uomo o donna.
In ogni caso, questa mia lettera è stato un parto lungo e doloroso, così come lo è stato leggere il primo volume della tua autobiografia. Eppure mi sono impegnata. Mi sono anche messa col testo rivolto verso lo specchio per vedere se, rivoltata al contrario, la storia svelasse qualche incredibile significato che mi stava sfuggendo. E invece no. Il tuo libro non si leggeva. Né diritto, né rovescio. E basta.
Confesso di aver anche pensato di barare, di leggere solo la quarta copertina, nella speranza di trovarci il riassunto. Come si faceva alle superiori con “La coscienza di Zeno”. Invece nulla. In compenso scopro che quello che tengo tra le mani è il primo dei quattro volumi della tua autobiografia che finora hai scritto. O che sono stati pubblicati. E, poiché la Norvegia ti adora, sei fermamente convinto di voler andare oltre. In totale si parlerebbe addirittura di sei libri.
Ora, caro Karl Ove, mi hai fregato una volta e non intendo darti una possibilità di riscatto, meno che mai intendo dartene cinque. Tuttavia, a prescindere da quanto una possa avere tendenze autolesioniste più o meno radicate, mi viene da farti una domanda. Visto che non parli la mia lingua e che non mi risponderesti nemmeno in caso contrario, se non a parolacce, la domanda la rivolgo a me stessa. Mi chiedo: come può uno essere così megalomane da raccontare la storia della propria esistenza in finora modici quattro tomi da cinquecento pagine l’uno?
Cioè, caro Karl Ove, non sei né Jimi Hendrix, né il Gatto Silvestro, né Pippo Baudo, per cui da dove ti proviene tutta questa certezza che noi, poveri lettori in balia del nulla, saremmo disposti a distruggerci gli occhi sulla tua enciclopedia di avventure di uomo assolutamente normale? Non hai pattinato sugli anelli di Saturno, né sei riuscito ad arrivare in cima alla Montagna del Sapone senza scivolare nemmeno una volta. E soprattutto la recherche l’ha già scritta Proust, quindi, anche se tu fossi sull’orlo della genialità, saresti comunque ”a un passo da…”, destinato ad essere il secondo in classifica. E a me, al posto tuo, girebbero le ovaie peggio che se arrivassi ultima.
Del resto è un po’ come se io scrivessi un libro riciclando la Divina Commedia e tutti mi acclamassero come il Dante dei nostri giorni. Ti sembra realistico? Però l’incipit l’avrei comunque pensato: “Nel mezzo dell’andare al mare/mi si ruppe il navigator satellitare/che la dritta via era smarrita/e mi trovai a vagare sul Raccordo Anulare/senza saper dove svoltare”. Lo so che le rime sono un po’ ballerine, ma che dici? Ti piace? Mi dai il numero del tuo editore? Visto che ha pubblicato te, sono certa che apprezzerebbe…
Mentre ti scende l’attacco di invidia per la mia genialità letteraria, pensa a questo: esistono anche altri lavori e, in fondo, nel primo volume ci delizi con un sacco di dettagli circa la tua adolescenza, dimostrando che in gioventù hai coltivato parecchi sogni e svolto diverse professioni. Perciò, perché non torni a fare il batterista spaccatimpani davanti al centro commerciale della tua città? O ad accatastare i listelli del parquet nella ditta in cima alla collina? O ad intervistare poeti sconosciuti al mondo e a te per primo?
Visto che storci il naso, torniamo a noi. Vogliamo parlare della notte di Capodanno? Ti garantisco che anche io sono stata sedicenne. Certo, non è stato proprio l’altro ieri, ma, esattamente come te, venni autorizzata a passare la serata con gli amici. A dire il vero non ricordo nulla, non so nemmeno se sia mai accaduto. Ma, in caso affermativo, non mi sembrerebbe nulla di più di quello che capita a tutti gli adolescenti. Quindi non vedo perché sprecare quaranta pagine per tediare il lettore con gli accadimenti di quella sera dalle ore sei alle ore dieci. Anche perché io ci ho perso il nervi nel tentativo di non barare, leggendo una pagina sì e tre no. E ancora ero ben lungi dallo scoccare delle mezzanotte.
La cosa migliore è che, proseguendo, scopro che tutte queste elucubrazioni, spalmate su modiche 350 pagine, non erano che un misero preambolo alla morte di tuo padre e della sua triste fine. Alla faccia della prolissità…
E non sai quanto sia stata felice di scoprire che voi i morti li seppellite dopo una settimana dal decesso, giustificandosi così ulteriori digressioni, quale quella sul rapporto con tuo fratello, da cui si evince che, oltre a non aver nulla da dire, manchi anche di personalità o ti vergogni di farla uscire. E no, Karl Ove, questa non è cosa buona e giusta, non a venticinque anni, per lo meno.
Leggerti è stato come stare in coda sulla Tangenziale bloccata da un incidente. Che ti verrebbe voglia di avere il Kalashnikov nel bagagliaio per tirarlo fuori e metterti a sparare a caso sugli altri automobilisti. Lo so che c’era un film in cui un tizio lo faceva e non ricordo come andasse a finire. Ma, nel mio caso, voglio sperare che mandino un elicottero a prelevarmi e mi portino dalla Neuro_Polizei. Intanto sarei fuori dall’immobilismo esistenziale. Del traffico. E del tuo libro. Sempre che gli psichiatri non ritengano utile farmelo rileggere per tracciare l’esegesi del mio processo degenerativo.
Come diceva tua nonna Livet er en kamp (o qualcosa di simile) e leggerti me lo ha ricordato. Non si sfugge mai, nemmeno quando si penserebbe di dedicarsi a qualcosa di piacevole. Ah, a sproposito: esistono ottimi corsi per correggere i difetti di pronuncia, da cui la tua famiglia sembra essere stata falcidiata. E anche titoli migliori di Min Kamp, ché quello già l’aveva usato Hitler e, sai com’è, si dice che fosse un tipo particolarmente geloso…
Mi congedo così, senza baci né abbracci, ché altrimenti ci resti secco, sempre che questo non sia successo in itinere, il che non sarebbe una gran perdita per il mondo della letteratura.

PS: In ogni caso prometto che, per lavare l’onta di questo post, su Anobii ti darò ben tre stelle, che, nel mio linguaggio personale, significa che, un pò a calci in culo, ma hai passato la revisione. Del resto l’importante è venirne fuori, non trovi?