Litania lituana per una liquida libidine ( Aka Quattro rampe a quattro zampe)

Ricevo questa telefonata. Il verbo “ricevere” è poco calzante. Fa pensare a qualcosa di gradito. Invece no. Io odio i telefoni. Di qualsiasi genere. Odio il non poter guardare negli occhi le persone mentre parlo con loro. Odio quelle volte in cui, durante la conversazione, mi rendo conto che l’altro mi ha chiamata solo per riempire un’inaspettata attesa. In passato questo scenario corrispondeva alla quasi totalità delle mie telefonate. Poi ho tagliato qualche testa. E il mio cellulare tace.
Tanto meglio perché la mia avversione telefonica non risparmia nemmeno le suonerie. Partono all’improvviso a tutto volume, sparando motivetti radiofonici a dir poco indecorosi. E questo al meglio delle ipotesi. Al peggio invece l’aria viene letteralmente perforata da una sirena antiaerea. O dal vagito di un neonato inconsolabile. Una collega ha impostato come sua attuale suoneria una vacca che muggisce, con tanto di campanaccio al collo. A volte mi sembra incredibile come la dignità umana possa buttarsi suicidariamente nel vuoto. In caduta libera anche sui dettagli su cui ancora ci sarebbe consentito di scegliere. Quei pochi che restano…
Tuttavia il mio massimo sfavore lo godono i telefoni fissi. Hanno quel suono martellante, ripetitivo, ignobile. Dev’essere il frutto di anni di studi psichiatrici, volti a capire cosa possa picchiare così dritto sui nervi da farti correre ad alzare la cornetta in tempi da record olimpico. A volte penso che potrei staccare la spina. Ma è sempre troppo tardi e troppo macchinoso. E quei due squilli in più potrebbero trasformare la sottoscritta in un’assassina di massa.

Per cui rispondo. Come oggi. Cerco anche di essere gentile. Non è da me. Ma ho timbrato il cartellino e devo recitare la mia parte. Sembra che chi sta all’altro capo non lo noti nemmeno. Non gli importa. A me nemmeno. Mi travolge una valanga di parole. Sento ma non ascolto. Non posso. Non capisco. Nemmeno una singola parola. Eppure ho il sentore che la lingua mia sia nota. Che sia quella di cui sono madrelingua. E padrelingua. Ma non afferro neanche l’argomento. Non ho nessun indizio di cosa il mio interlocutore possa volere. Zero, buio, vuoto. Dopo un paio di minuti di black out mentale, passo la chiamata su un altro interno. Ad una collega che mi sta sull’anima. Come tutte, del resto. Ma questa sta due piani di sotto. Quindi posso fingere di non aver notato che è evidentemente in pausa pranzo.

E resto lì a pensare ai misteri di quella voce. Non doveva essere uno scherzo telefonico. Non ho capito nemmeno se si trattasse di un uomo o di una donna. Di un italiano o di uno straniero. Provo a ripercorrere, con immaginabile insuccesso, quella litania lituana. Non vengo a capo di nulla.

E defocalizzo. Mi girano in testa le parole “litania lituana”, si sovrappongono, si ripetono, si mischiano. Così intrecciate mi sembrano liquide. Come se, nell’insignificanza delle N, le L si mangiassero le T, le ammorbidissero, le ovattassero, ne spezzassero le resistenze e la durezza in un suono continuo, circolare, morbido. Come l’acqua che affoga la spiaggia quando sale la marea. Forse bisognerebbe ripeterle ad alta voce una decina di volte per sentire il colare lento, a colmare in progressione gli spazi vuoti. Un suono quasi impercettibile, uniforme, ma non monotono. Un crescendo, ma che non dà nell’occhio. Come un fruscio, ma non così secco, né improvviso, né breve. Qualcosa di continuo, di dolce, di indefinibile.
Dovrei poterle pronunciare e tutto mi sarebbe meno oscuro, meno ineffabile. Forse sto diventando pazza. Perché so che potrei farlo. Iniziare ora e non smettere mai. Pronunciale a ripetizione. Impazzire o essere giudicata fuori di testa. In fondo conta così poco ciò che siamo. Quello che veramente importa è che ci possano incasellare, etichettare, definire. Così non spaventiamo nessuno. Perché ogni malattia ha la sua cura.
Sarebbe divertente guardare le loro facce mentre aspettano l’arrivo della Neuro_Polizei.

Del resto oggi ho già dato parecchio in termini di stabilità precaria. Anche se sul piano fisico. Ma certi sopraccigli involontariamente alzati mi suggeriscono che tutto fa numero. Che la gente vive i fuori programma come fossero dei film, cercando sempre il colpevole.

Fumavo la sigaretta del post timbratura. O forse avevo già finito e stavo per affrontare le scale. Quattro rampe. Nulla in una giornata normale. O in un momento diverso. Ma quando la pressione scende improvvisamente a minimi storici, che nemmeno la libidine di un panda è in grado di rasentare, tutto diventa un’ascesa alla vetta dell’Everest.
E mi trovo a valutare certi relativismi concettuali, nella speranza di afferrare il corrimano, evitando mosse false. Mi ci aggrappo come se nella vita non mi fosse rimasto nient’altro. Il che non è nemmeno troppo lontano dalla verità. O forse è ciò che più mi serve in questo frangente. Tutto l’amore del mondo barattato per un legno scuro e lucido. E va bene così.

O quasi. Perché, nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai tra le tremanti gambe una vecchia stronza, spalmata su parapetto senza alcuna intenzione di smuoversi di un millimetro. Che fosse stronza l’avevo capito quando, incrociandola sull’ingresso, non aveva risposto al mio saluto.
A me hanno insegnato a salutare ancor prima che fossi in grado di parlare correttamente. Per educazione, alla quale di solito tutti rispondono. Magari con un grugnito o con un rantolo. Ma smuovono le loro corde vocali a riconoscimento del fatto che io non sia fatta di vetro. E non suoni come il vuoto.

La stronza invece no, non saluta e nemmeno si sposta. Mi avventuro in un paio di passi liberi, con le ginocchia fluide e il cuore che esce da una tempia. Non ricordo quale. Mi salvo in corner grazie ad un muro cui mi appoggio con la mano lasciandovi defluire progressivamente il peso del mio corpo. Sembro pietra. Un sasso pieno di reticoli arteriosi ipertrafficati che minacciano di esplodere. Eppure in qualche modo, riesco a raggiungere il mio ufficio.
Appoggio i piedi sulla scrivania. Guardo gli stivali. Sono sporchi. Ha nevicato, nevicherà, non ha senso pulirli ora. Chiudo gli occhi, E’ buio. Ma nella testa risuona dal nulla una vecchia canzone. Dice “If I can make it there, I’ll make it anywhere”.
Sarebbe una perfetta come suoneria kitsch. E capisco che sto sorridendo.

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18 risposte a "Litania lituana per una liquida libidine ( Aka Quattro rampe a quattro zampe)"

  1. A volte mi sembra incredibile come la dignità umana possa buttarsi suicidariamente nel vuoto. Questa frase vorrei farla mia.
    Per il resto ognuno ha le sue stranezze, se gli altri non capiscono, si adeguino… io con le mie stranezze convivo, forse gli altri fanno più fatica di me ad accettarle, ma che fare’ E’ un problema loro…

    1. Quella frase l’avevo intesa in senso abbastanza ampio, cioè non limitata solo alle piccole scelte, come le suonerie. A pensarci può essere un pò pesante. Chi sono per giudicare? Però mi riconosco nell’atteggiamento di sparare e zero. E’ sbagliato, ma è molto da me.
      Poi, come dici tu, ognuno ha le sue stranezze e, a questo livello, è un reciproco accettarsi, quindi non ci dovrebbe essere troppo difficile entrare in entrambi gli aspetti dell’ottica.
      Eppure a volte chiediamo di essere accettati, ma siamo più restii nel fare lo sforzo per accettare…
      Non so se c’entra, ma mi hai fatto pensare a queste cose…

  2. concordo totalmente sulle telefonate, ho sempre amato poco la conversazione telefonica, sarà la mia mania di scrivere ma allora preferisco mille volte l’uso dei messaggi, mail o whattsupp. certo parlare di persona è sempre decisamente meglio se si può.

    1. A me piace anche parlare, nonostante preferisca scrivere. Però ho una scarsa sopportazione per i telefoni in quanto impongono una risposta immediata, magari in un momento assolutamente inopportuno per me, ma comodo per il mio interlocutore.
      In ogni caso, lavoro apparte, non mi rompe le scatole quasi nessuno, perciò non posso lamentarmi troppo dei telefoni

      1. ah beh per quello nemmeno a me, non sono molte le telefonate, decisamente meglio il messaggio, perchè ti consente di usarlo nel tuo spazio, quando lo desideri senza l’urgenza dello scambio immediato

    1. L’invidia è una cosa legittima. Anche a me capita di leggere dei post e di provare invidia perchè vorrei saper scrivere come fa l’autore.
      Mi capita spesso di lasciar fluire i miei pensieri, lo trovo semplice, spontaneo. Mi aiuta focalizzarli nel momento in cui vivo le situazioni e poi riesco a scriverne.
      Ma spesso penso che il risultato non sia troppo comprensibile perciò non so se sia un buon modo di scrivere.
      Grazie della lettura, buona giornata 🙂

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