Tutto accusa

Ultimamente ho ripreso a leggere. Era tra i miei buoni propositi per quest’anno, ma non è detto che il tutto non venga disatteso nel giro di un paio di mesi.
Quando leggo non mi pongo problemi di tempo, sono già troppo asfissiata da regole e termini ultimi entro cui ottemperare, perciò partire dall’idea che il volume possa esplodere tra le mie mani se non lo finirò entro un numero determinato di giorni non fa altro che contribuire al mio senso di angoscia generale per una vita troppo ricca di orologi e doveri e troppo fragile nei sogni e nelle passioni.
Perciò sto leggendo a rilento, in modo terribilmente frammentato, e le duecento pagine di cui si compone il testo sono diventate schegge sconnesse di attesa e tempi morti, che cadono a terra isolate e si sgretolano senza lasciare nulla. Il che è piuttosto divertente perché la scrittura è decisamente fluida e compatta, a tutto inviterebbe fuorché alla disgregazione del significato in mille fotogrammi inutili.
E invece leggo come si guardano delle diapositive, con la stessa noia, lo stesso senso di carenza di continuità, lo stesso chiedersi cosa ci sia tra l’una e l’altra, senza voler accettare che non c’è nulla e che, se mi sforzassi di guardare con più attenzione, potrei cogliere con facilità le evidenti giunture. E tutto riacquisterebbe il suo senso naturale.
Ma non ho voglia, non ho cuore, non mi interessa sapere come finirà, purché finisca presto. Questa mancanza di entusiasmo rappresenta comunque un progresso rispetto a quei romanzi, che divoro in disperata attesa che ai protagonisti capiti qualcosa di orribile. Qualche autore mi ha tenuta letteralmente incollata, regalandomi persino delle soddisfazioni finali. Inutile dire che i libri sono stati buttati non appena varcata la soglia dell’ultima riga.
Certo il fatto che legga all’osso romanzi che trovo patetici o semplicemente dispensabili deve significare che a qualche livello mi sto imponendo una disciplina su qualcosa che dovrebbe essere piacevole e gli schemi del piacere, che di per sé sono un ossimoro, sono in me matrice di incubi. Come se una parte del mio essere si ribellasse a questa pratica vessatoria del tutto dispensabile.
Alcuni giorni fa, in un momento di calma assoluta, meglio definibile come vuoto cosmico di primo grado, con conseguente annullamento di ogni funzione psico-fisica, decisi che non mi restava nulla di meglio da fare che attaccarmi alla canna del gas. O trascinarmi il mio romanzo sul divano e provare a leggerlo. Dal momento che non sono sui social networks, per cui la mia morte, in questo preciso momento storico, non sarebbe sufficientemente plateale, ho optato per la seconda possibilità.
A dire il vero non sono andata molto oltre lo sfogliare alcune pagine a caso perché Morfeo mi ha subito accolta tra le sue braccia, portandomi sogni decisamente inquieti. C’era molto bianco, plastica, superfici lisce, luce accecante, cunicoli stretti e un senso costante di essere in cammino, dentro ad un labirinto di stanze, in cerca di qualcosa, perdendosi senza trovare né sé stessi, né il senso, né la direzione. Mi sono svegliata mentre provavo a correre in un lago di sangue che mi arrivava alle caviglie, impedendomi di procedere alla velocità che avrei desiderato.
Nonostante questo onirico ritorcersi su un fulcro imprecisato, ma sensibilmente presente, mi abbia lasciata fisicamente a pezzi, non mi sentivo agitata, solo piuttosto scocciata dal non poter sfuggire nemmeno nel sonno a quel senso di inconcludenza che stava dominando il mio Lunedì libero.
Mi sono guardata i piedi, realizzando che ad intrappolarli era in realtà il torpore generato dalla posizione infelice del mio corpo.
E dopo aver mentalmente ripercorso le scene del mio sonno, mi sono riaddormentata, scivolando in ulteriori follie. Aspettavo un autobus e, per ingannare il tempo, accettavo l’invito del relatore a prendere parte ad una lezione sulle armi da sparo. Mi offrivo come bersaglio e mi venivano esplosi addosso dei minuscoli frammenti di plastica rosa, di cui non percepivo l’impatto sulla pelle, salvo sentirne il rumore quando toccavano terra.
Poi ritrovavo il Delinquente, il mio primo grande “amore”, le cui credenziali sono già in abbondanza esaurite dal solo nome. Ricordo che all’inizio eravamo in un parco e lui stava male, non riusciva a respirare, così ci sedevamo su una panchina. Mi sembrava estremamente fragile, quasi fosse un oggetto di cristallo e umano come non avrei mai immaginato. Troppo per un uomo.
In seguito ci ritrovavamo sdraiati sul mio letto, in bilico sul bordo, più o meno nudi. Io mi sentivo stranamente attratta ed avrei voluto avvicinarlo fisicamente, nonostante non avessi idea di come farlo, senza rispolverare questioni d’orgoglio abdicato. Lui invece era del tutto indifferente e si limitava a parlarmi del più e del meno, come se stessimo seduti al tavolino di un bar.
Nel mezzo di questa conversazione sul nulla sono tornata in me, decidendo di abbandonare ogni tentativo di lettura ed ogni permanenza sul divano. Con i muscoli cervicali a pezzi e la stanchezza di chi abbia combattuto mille anni di guerra, ho raccattato il libro dal pavimento, indecisa sul se abbandonarlo o meno.
Intanto pensavo al fatto che mi piacerebbe sparare, anche se le pistole hanno un’impugnatura troppo grande per le mie mani. Anche se tremo troppo e non potrei mai centrare il bersaglio.
E riflettevo sul Delinquente, su come il tempo ribalti le prospettive, rendendo le persone banali strumenti di fuga, corridoi, passaggi, verso un esterno di cui sono semplicemente transito. Persone che hai amato, che hai creduto di amare, che si sono sbriciolate in un tempo lontano, forse mai esistito davvero. E resta solo la strada, le spalle voltate, il bisogno e il desiderio di ripetere tutto da capo, di respirare ancora.
Forse questo romanzo ha un suo perché nell’economia spicciola della mia vita, istiga la coscienza di certe zone d’ombra, nemmeno troppo nascoste. O forse tutto mi accusa, le parole come il sole che sorge impiccando la luna.
E torno ad essere il cane che si morde la coda.

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