Intanto scrivo…

E’ Sabato ma proprio non riesco a godermi il piacere della solitudine di una settimana morente. Con gloria, per giunta, visto che mi sono battuta per ogni giusta causa e per ogni causa sbagliata e me ne torno a casa a coscienza pulitissima. Ma la coscienza non mi riguarda, non è cosa da weekend. Eppure non riesco a calarmi nell’orgasmo della solitudine, dev’essere perché sola alla fine non sono. La Volpe mi fa compagnia non richiesta e non desiderata. Ma avrebbe potuto andarmi peggio. Mette la musica, canticchia e stranamente lavora, anzi è travolto da quello che, per i suoi standards sembrerebbe un vero a proprio fervore lavorativo. Mi disturba, mi fa sentire colpevole di cazzeggio. Mi metteranno alla gogna. Io per l’Obitorio posso patire dal Lunedì al Venerdì, ma il Sabato è off limits. Allora vado a distrarlo un po’, la musica è pessima. Se mio padre ascoltasse musica sarebbe roba del genere, del resto la Volpe potrebbe essere mio padre per cui i conti tornano. Tento di avviare qualche discorso generico, ma lui è focalizzato. Mi parla di un procedimento penale, di un modello 21 che manca, mi conduce nei meandri della carenza finché questa non risulta giustificata in maniera inappuntabile. Buona la prima, Volpe. Ma lui non ne vuole sapere. E riformula lo stesso ragionamento una decina di volte di seguito. Mi rompo. All’undicesima lo precedo sciorinandogli tutta la linea di pensiero come la migliore vecchietta ai vespri. Quelli in latino, in cui tutte vanno a memoria impeccabile, senza avere la più pallida idea di ciò che stanno dicendo. Io invece ne capisco, almeno un po’. Non di vespri, di notizie di reato. Sto qui da mezza vita e, se non altro per osmosi, qualcosa dovrei averla imparata. 21 i noti, 44 gli ignoti. Me li giocherei se sapessi qual è la ruota più consona alla Procura. Mentre valuto le possibilità al riguardo, decido di interrompere i miei rapporti interpersonali con la Volpe. E vado a fumare. Fumo all’interno, nella sala fotocopie. Una discarica in cui tutto ciò che è rotto ed inutile, trova il meritato riposo. Recupero il portacenere dalla loggia e mi siedo su una scrivania. Piedi sul fax mi godo la meraviglia delle trasgressioni dell’incipit di questo fine settimana. La sigaretta là dove dovrebbe essere bandita. Se questa è la mia massima trasgressione, sono davvero alle cozze. Che poi le cozze nemmeno mi piacciono. Non è colpa loro e nemmeno mia. Il biasimo è da attribuirsi interamente al Latitante. Quando le cose vanno male c’entra sempre lui. Nel caso specifico gli preparai la paella. Surgelata, sia chiaro. Perché l’ho amato e, a giorni molto alterni penso che forse potrei ancora riuscire ad amarlo, ma il sentimento non è mai stato così bruciante da farmi mettere il grembiule e barricarmi tra il pentolame. Comunque sia, in un momento di mia distrazione, lui mi rifilò tutte le cozze. Ricordo che mi girarono nello stomaco per svariate ore. Forse cercavano uno scoglio a cui appendersi, ma dev’essere che i succhi gastrici avessero qualcosa in contrario. Troppe esse in questa frase. Comunque ora io le odio. Mi pare che non sia la prima volta che parlo di pesci ed assimilati. E non so nemmeno perché, né so perché sto scrivendo questo post. Forse dipende dal fatto che del tanto tempo trascorso qui non mi ricordo più nulla. Nella maggior parte dei giorni una sana lobotomia quando si timbra l’uscita è una questione di autoconservazione. Ma qualche evento memorabile l’abbiamo pur registrato. Tra i reperti archeologici della mia memoria riesco a ripescare il trasloco ai piani alti, in cui mi trovai quaranta metri quadri di pavimento disseminati da faldoni sparsi da sistemare. E i mobili in cui li avrei dovuti riporre da smontare e rimontare. Perché dove erano stati messi furono dichiarati antiestetici. Come se in questa terra di nessuno dove tutto è sparso ovunque, dove ospitiamo un cimitero di hardware defunto in bella vista sui tavoli antichi, il senso del gusto fosse un must. Fu terribile, tornai a casa che ero perfetta per essere buttata in lavatrice con lavaggio a novanta gradi. Se volessi trovarci qualcosa di positivo direi che quel giorno smaltii la colazione all’ultima caloria. Ma non mi sento mai molto consolata dalle consapevolezze dietologiche. E poi ci fu quella volta in cui il neon di Kollega_C. si staccò dal soffitto a ghigliottina. In realtà era una struttura in alluminio con due lampade all’interno. Una questione piuttosto pesante, che cedendo da un solo lato, colpì a squarcio parziale la poltrona sottostante. Inutile precisare che se Kollega_C. fosse stata al suo posto avremmo avuto un funerale e un’indagine della Procura. A nostro carico, questa volta. Di solito mi piace essere ciclica, partire da un concetto e ritornarci per puro errore, per una serie di associazioni mentali infami che solo la mia testa sarebbe in grado di partorire. Ma oggi mi sento un po’ in colpa, perché essere tornata a questo punto mi fa pensare che la Volpe è ancora di là. E lavora. E’ il senso del rumore a garantirmelo. I passi su e giù per le stanze, le dita che battono incerte sulla tastiera, la fotocopiatrice che s’inceppa e le conseguenti maledizioni. Invece io sto qua e scrivo del nulla. Scrivo perché penso di non voler dimenticare niente. Nemmeno gli istanti inutili. Quelli di congelamento, in attesa di vivere. Scrivo ben sapendo che non rileggerò mai, che mi dimenticherò tutto. E che le mie potenziali motivazioni sono in realtà totalmente false. Scrivo perché le dita vanno veloci e il cervello pure. E non so se sia colpa delle prime o del secondo. Ma intanto scrivo.

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2 risposte a "Intanto scrivo…"

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