De Fabio Volo: dissertazione da shampoo allucinogeno (che prometto di non usare più) – Parte I

A questo post vorrei fare una breve premessa. Anzi due.

Premessa n. 1: sono consapevole che la premessa non è la prefazione ad un libro per cui cercherò di contenere la mia verbosità. E proverò a fare lo stesso anche con il post, anche se sento di avere parecchio da dire (parecchie fesserie, intendo), per cui temo che mi sarà un po’ difficile.

Premessa n. 2 (quella vera): ho ricevuto un commento al mio precedente post, che non linko per totale mancanza di congruenza con il presente, in cui mi veniva suggerita la lettura di un romanzo di Fabio Volo.
Subito dopo aver visto il commento mi sono diretta verso il bagno. Non volevo vomitare. Era semplicemente giunta l’ora che mi cimentassi nella fine arte del lavaggio dei capelli.
Dal momento che la vita con me è stata avara in molte cose ma non certo nell’elargizione pilifera, mi ritrovo sulla testa due chili di sostanza da lavare, il che comporta che le mie tempistiche siano abbastanza bibliche.
E mentre procedevo al lavaggio mi sorgeva il manzoniano dubbio “Fabio Volo: chi era costui?”. Ovviamente avrei potuto dedicarmi a dissertazioni molto più filosofiche o semplicemente a fare ciò che stavo facendo. Ma sono convinta che la prima domanda sia sempre la migliore, la più meritevole di essere approfondita, perciò insieme all’acqua, ai capelli strappati ed alla schiuma, ho lasciato fluire i pensieri che di seguito riporto nel modo più fedele possibile. Nella speranza che il modo sia anche il più sensato, ma su questo non posso dare alcuna garanzia.

Fabio Volo è uno scrittore di cui non credo di aver mai letto nemmeno una riga, eppure l’ho sempre giudicato un pessimo autore sulla base di un puro pregiudizio.
E’ un po’ come con i coleotteri. Sono insetti inquietanti per quel colore metallico e per dimensioni. Sono grandi come elicotteri, eppure volano senza tenere il contatto radio con la torre di controllo: nessuno li autorizza a decollare, meno che mai io ho mai concesso loro di atterrare tra i miei capelli, casa che tuttavia hanno fatto più volte, generando in me quella fastidiosa sensazione di avere un pidocchio-balena che naviga sulla testa. In altre parole, il panico alla stato puro.
Fin qui tutto bene, nel senso che l’antipatia umana si attiene all’osservazione dello scarabeide. Tuttavia mi sorgono dei dubbi: si sostiene comunemente che questo insetto puzzi e devo ancora conoscere qualcuno che si sia messo un coleottero tra il labbro superiore e le narici per accertarne la profumazione. Insomma dev’essere un pregiudizio.

Come quelli che ho io verso Fabio Volo. E verso i Testimoni di Geova. Non è poi così certo che costoro non abbiano la salvezza eterna nel taschino. Forse, nell’era della facebookiana condivisione, si sentono particolarmente inclini a spartire con noi il regno dei cieli. Ma alle loro condizioni, ovvero alle ore otto antimeridiane della Domenica, il giorno in cui dio si è riposato e soprattutto l’unico giorno in cui io potrei dormire indisturbata. Se non ci fossero loro, ovviamente.
Negli ultimi anni hanno raffinato le loro arti di evangelizzazione: passano una Domenica sì e tre no. Non capisco se sia per farmi sbollire la rabbia della levata militare o per lasciarmi il dubbio che ad essersi attaccata al mio citofono in un orario così ingrato possa essere la vicina anziana e malata. E io ci casco sempre, optando per la seconda e, spinta dai residuati bellici del mio spirito di umanità-basic-version, mi alzo, in un rosario di parolacce e rispondo.
Anche il repertorio si è aggiornato: una volta partivano dal rischio di estinzione della foca GnèGnè dell’Isola di Pandora, forse sperando di suscitare una qualche forma di curiosità per il povero animale in pericolo. Poi, visto che a cervello spento è difficile essere curiosi, hanno dirottato sul più noto buco dell’ozono. Infine, constatato che dello stato del pianeta a noi miscredenti sembra importare ben poco, hanno optato per qualcosa di sicuro al mille per cento: la crisi economica.
E a casa mia, alle otto di Domenica mattina, la somma tra citofono che suona e le parole “crisi economica” hanno finito col totalizzare citofono sbattuto e rientro immediato tra le coltri, con annesso completamento della litania di maledizioni urbi et orbi.
Nei quattro minuti di cui necessito per potermi riaddormentare mi sento una suora ai vespri satanici. Più che una lancia a favore del proselitismo infrasettimanale, spezzerei le dita una ad una al prossimo che si azzarda anche solo a pensare di schiacciare il pulsante affianco al mio nome.

A dire il vero, Fabio Volo non mi ha mai scampanellato in orari indecenti. E nemmeno in orari decenti. Anzi la prima volta fui io ad andare da lui. Al cinema. All’epoca faceva l’attore, era il protagonista di un pietoso film sulla vita, morte e miracoli di una relazione sentimentale. Per l’esattezza di miracoli non ce n’erano. Troppo americani per una pellicola delle nostre terre.
Uscii dal multisala, che comunque di sale ne aveva solo due, chiedendomi come potessi essere stata così idiota da pagare dei soldi, qualsiasi cifra fosse, per vedere una sbobba cinematografica in cui due si incontrano, fanno sesso, fanno del loro letto una tomba, si rendono conto che nella vita certe cose le devi fare vestito e verticale, si fidanzano, si sposano, si giurano eternità davanti a dio e agli uomini, vanno a vivere insieme, fanno un figlio, si allontanano e si separano, con conseguenti lanci di coltelli su qualsiasi cosa debbano, loro malgrado, continuare a gestire insieme.
Insomma avrebbe potuto essere la futura storia della mia vita. Potrebbe ancora esserlo. O della vita di mia sorella, della mia collega del piano di sotto, della vicina della finestra di fronte o del panettiere del villaggio. O tutte queste sovrapposte tra loro, perché in fondo l’amore ha il suo schema fisso: si inizia con un bacio che sembra più un infarto biventricolare e si finisce a carabina imbracciata. Con opzioni per armi più leggere, nel caso in cui le signore non dovessero gradire.

Comunque: decisi di troncare sul nascere la mia storia con Fabio Volo e per un po’ le cose andarono bene. Finché un giorno non lo ritrovai in libreria.
Avrebbe potuto essere un banale incontro con un ex preistorico, che incroci al pub cinque anni dopo e quasi stenti a riconoscere. Basta sedersi agli estremi opposti del locale e salutarsi solo in caso di assoluta necessità e il gioco è fatto.

Invece no: lui non se ne stava appollaiato su qualche scaffale fuorimano in un numero di copie variabile tra l’uno e il tre. Era piantato sull’ingresso in decine di volumi, disposti in una struttura piramidale che avrebbe fatto rivoltare Tutankhamon nel sarcofago per l’invidia.
Sulle piramidi letterarie mi trovo comunque costretta ad ammettere di avere un’aprioristica antipatia. Potrebbe trattarsi di Fabio Volo come di chiunque altro, ma quella costruzione suscita in me il peggiore istinto psicopatico. Immediatamente mi metto a cercare l’anello debole, il libro togliendo il quale la struttura crollerebbe all’istante, tra il pianto della commessa che la dovrebbe rimettere in piedi e le grida del titolare, che mi scaraventerebbe all’istante fuori dal negozio, esimendomi, nel suo attacco di collera, dall’obbligo di dover effettuare alcun acquisto.

(Quando riesco lo finisco…)

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